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La mappa italiana della terra rubata

Cementificazione selvaggia, grandi opere e vendita dei terreni demaniali sono solo alcuni dei fattori che favoriscono il fenomeno del land grabbing in Italia. Mentre il possesso dei terreni agricoli si concentra nelle mani di pochi, aumentano le iniziative dal basso per promuovere nuove modalità di accesso alla terra.
di Gabriele Bindi, per Terra Nuova

Nel Sud del mondo è definito nuovo colonialismo, dalle nostre parti ci accontentiamo di chiamarla «speculazioneÈ il cosiddetto «land grabbing» delle multinazionali che in Africa, Asia o America Latina acquistano terreni per la produzione di biocarburanti o derrate agricole destinate all’Occidente, minacciando così la sussistenza di milioni di persone. Ma è anche l’accaparramento di terre all’italiana, con l’azione di gruppi finanziari che, in nome del progresso, impediscono ai contadini di accedere alla terra e accrescono il nostro deficit alimentare. Le differenzetra Nord e Sud ci sono, ma il fenomeno ha un denominatore comune: le terre coltivabili vengono sottratte alle comunità locali da parte di grosse realtà finanziarie.

Urbanizzazione, fabbriche e altri usi lucrativi dei terreni, in Italia, hanno fatto diminuire in soli 10 anni la superficie agricola totale dell’8 per cento (SAT). Secondo i dati del censimento Istat, dal 2000 al 2010 sono state decimatele piccole aziende, con la scomparsa di 700 mila unità. I piccoli agricoltori lasciano spazio alle grosse società terriere e a un tipo di produzione più industrializzata. Le società che dispongono di una superficie agricola superiore ai 100 ettari sono infatti aumentate addirittura del 23 per cento, con il risultato che ormai l’1 per cento delle aziende controlla quasi un terzo delle terre agricole nazionali, mentre, nel decennio di riferimento, le società di capitali hanno aumentato la loro quota di superficie agricola del 123,5 per cento.

Con la benedizione della politica, ogni giorno nel nostro paese si divorano 75 ettari di paesaggio, uno spazio sottratto non solo alla natura, ma anche all’agricoltura e, in misura ultima, al nostro pane quotidiano. Con la rapida scomparsa dei contadini si cancellano i paesaggi rurali, i terrazzamenti, i canali di scolo, il cibo locale. Il rischio è che un’intera civiltà finisca per essere progressivamente inghiottita dal cemento o dall’erosione.

Certo, a determinare la progressiva concentrazione di terra nelle mani di pochi concorrono anche altri fenomeni: la politica agricola comunitaria, l’industrializzazione, la perdita di un’identità culturale. Ma dalla nostra indagine emerge un elemento tutto italiano. «Il problema è che in Italia il terreno costa troppo» spiega Valentina Moiso, ricercatrice del Cnr e autrice del rapporto sul land grabbing e il consumo di suolo. «Il prezzo della terra coltivabile in Italia è molto più elevato rispetto agli altri Paesi europei, fino a 10-15 volte superiore rispetto a quello della Francia. Mediamente siamo sui 18mila euro per ettaro, con punte di 35-45mila euro nella Pianura Padana». Tornare alla terra è necessario, ma anche difficile.

Schiacciati dal cemento - Dai dati del censimento scopriamo che alle nostre latitudini la tipologia delle colture è cambiata di poco. La minaccia del land grabbing in Italia non è rappresentata tanto dall'agricoltura industriale, da piantagioni ogm o biocarburanti, quanto piuttosto dal cambio di destinazione d'uso dei terreni, che per certi versi ha conseguenze ancora più drammatiche. I nemici dell'accesso alla terra, oltre ai prezzi per l'acquisto, sono l'urbanizzazione, le attività estrattive, gli impianti di produzione di energia rinnovabile. La nostra è una Repubblica fondata sul cemento: dopo il boom economico e l’era del condono facile, è subentrata l’era dei palazzinari con la complicità delle amministrazioni comunali, che hanno arricchito i bilanci grazie agli oneri di urbanizzazione. Oggi, i capannoni industriali della Pianura Padana assomigliano a carcasse di animali morti nel deserto. E in ogni regione ci sono palazzine semivuote che nessuno vuole, né può abitare. «Il problema è molto complesso perché l'edilizia non solo alimenta il Pil, ma crea anche un legame perverso con l'ordinaria amministrazione» spiega Valentina Moiso. «Le entrate derivanti dall'Imu sono infatti proporzionali alla quantità di edifici. E l'edilizia diventa un canale preferenziale di ingresso per le associazioni mafiose».

In questo contesto, la cessione dei terreni demaniali decretata dal governo Monti ha fatto drizzare le antenne a molti attivisti impegnati nella lotta per l'accesso alla terra. «In realtà sono diversi anni che si stanno svendendo terre di proprietà di province e regioni» precisa Roberta Borghesi, socia di CampiAperti e animatrice di Accesso alla Terra. «Questa cessione di massa non facilita certo i giovani che non dispongono di ricchezze famigliari e non hanno accesso al credito. Si favorisce soprattutto l'ampliamento delle aziende esistenti».

Un ulteriore macigno sulla fruizione dei territori è quello delle attività estrattive, che trasformano i paesaggi in miniere da sfruttare. Si sventrano fiumi e montagne e si creano delle monoculture, come quella del marmo sulle Alpi Apuane, che uccidono l'agricoltura, il turismo e l'economia locale. Nell'eldorado delle cave, i canoni di concessione pagati dalle imprese sono irrisori e non servono neppure a riparare i danni per la messa in sicurezza delle strade. Per lo statuario di Carrara, si parla di circa 30 auro a tonnellata, contro un valore medio di 800-1000 euro/t: un furto legalizzato, a danno della comunità e dell'ambiente.

I nuovi predoni dei boschi - Se i contadini se ne vanno, i campi finiscono in malora. A valle avanza il cemento, mentre nei territori montani sono i boschi che tornano a espandersi. Dal 1920 a oggi, la superficie forestale italiana è addirittura raddoppiata. Quella che sembra una rivincita della natura in realtà rappresenta un fenomeno di degrado per l'uomo e l'ecosistema: le foreste si deteriorano, aumentano le specie evasive, muoiono i castagneti, i territori diventano fragili e facili prede per un nuovo tipo di imprenditoria. Succede che il nuovo land grabbing prenda proprio di mira il bosco. Ce lo spiega Ira Conti, guardia forestale appartenente al comitato Per altre strade Dolomiti. «Tutta la classe politica sta spingendo per trasformare i boschi della Carnia in una specie di miniera di biomasse. Con il cambiamento della normativa si è passati al taglio cosiddetto “economico”, che ha aperto la strada alle imprese straniere che comprano vaste estensioni di bosco. Costruiscono strade con macchine enormi e invasive, i cosiddetti processori, munite di cingoli, che afferrano il tronco alla base e fanno l'esbosco». L'esperienza che Ira ci descrive dal Friuli assomiglia a quella di tante altre regioni montane, con un territorio lasciato in preda agli smottamenti e alle frane.

«La gente si ritrova a non avere più niente, a vivere il proprio ambiente come un peso. I prati, il fieno, i fiumi, sono diventati un fardello» prosegue con amarezza. «C'è come uno scollamento tra popolazione e territorio. Un tempo erano gli abitanti che presidiavano il territorio, con un lavoro capillare, senza che le istituzioni dovessero investire un soldo. Oggi, alcune grandi imprese comprano i terreni e vengono a tagliare l'erba sui prati, senza alcun interesse per la tutela del paesaggio. Fanno lo sfalcio con potenti macchinari, nei periodi più sbagliati, uccidendo la biodiversità. Da queste parti anche l'erba diventa biomassa». Sull'Appennino, intanto, qualche cittadino ha deciso di attrezzarsi. È il progetto della cooperativa Boschi Uniti, un gruppo di persone che, nella zona di Tortona (Al), si è messo in testa di tornare a gestire i boschi, sia per riutilizzarli nella maniera tradizionale, sia per avviare alcune sperimentazioni di mircoeconomia e sostenibilità. Come si spiega nel documento programmatico, un ettaro di bosco permette di tagliare circa 50 quintali di legna all'anno, senza intaccare il «capitale legna». «Con questa legna ogni anno si può riscaldare, con sobrietà, una casa di medie dimensioni. Occuparsi di boschi e alberi apre a prospettive temporali molto più lunghe della nostra vita, ci fa guardare alle generazioni future e stimola il ripopolamento delle aree rurali».

La terra che rende - Gli incentivi al fotovoltaico a campo aperto sono stati uno dei più recenti disincentivi per l'agricoltura. I pannelli in silicio rendono fino a quattromila euro per ettaro, ben sette volte di più rispetto alla coltura di cereali. Ma anche il governo Monti ha dovuto riconoscere che sottraevano terreno utile per l'agricoltura, in un paese che è diventato autosufficiente per la propria produzione alimentare. Se è vero che i pannelli solari a terra, al posto delle derrate agricole, non beneficiano più delle tariffe incentivanti, resta sempre la minaccia delle grandi opere.

A Cossoine e Giave, in provincia di Sassari, il Comitato per il no al termodinamico a Cossoine e Giave si oppone a un mega impianto solare termodinamico che, nelle intenzioni della società EnergoGreen, dovrebbe realizzarsi nella pianura di Campu Giavesu. Si tratta di un'opera colossale: 160 ettari di terreno per l'installazione di 30MW di potenza, con un investimento che si aggira intorno ai 30 milioni di euro.

L'energia verde è una bella cosa, ma non quando va a discapito di aree agricole, ritenute importanti risorse per il territorio. Nel corso del confronto pubblico tenutosi l'estate scorsa, i cittadini si sono posti una domanda intelligente: perché non utilizzare delle ex aree industriali oggi dismesse, anziché occupare l'ennesimo spazio agricolo? Diviene ancora più impari, per i piccoli contadini, la lotta contro le opere cosiddette “di pubblica utilità”. Purtroppo, anche il disegno di legge sul consumo di suolo, sul quale il mondo ambientalista ripone grandi speranze, prevede tutte le deroghe del caso per le grandi opere pubbliche, che evidentemente continuano ad essere considerate prioritarie rispetto alla salvaguardia del territorio e dell'agricoltura. La Tav in Val di Susa, la tangenziale est di Milano, i megaprogetti edilizi nella zona del Brenta sono i giganti da combattere con le ragioni del cuore e la forma dei fatti. Se ai cittadini non interessano, queste opere a chi dovrebbero essere utili? Oltre la proprietà Accesso alla terra non significa necessariamente proprietà. Ma se all'Unione europea la media dei terreni in affitto tocca il 44 per cento del totale, in Italia si arriva a malapena al 28 per cento. Nel Belpaese il possesso dei beni è un valore ancora intramontabile.

La proprietà è un concetto moderno che era estraneo alle società tradizionali, dove vigevano la mezzadria e le terre di uso collettivo, che in alcuni casi continuano a essere gestite in modo egregio dalle comunità. Anche l'articolo 42 della Costituzione parla di limitazioni alla proprietà privata «allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti». «Rimane il fatto che l'acquisto non risolve il problema patrimoniale e di accesso al credito» argomenta Valentina Moiso. «Esistono prassi locali quali proprietà indivise, usi civici, cooperative o altre società per acquisto e gestione collettiva dei terreni, che vedono nella terra un fattore di produzione non equiparabile agli altri, non riproducibile e da proteggere consapevolmente». Si tratta di esperienze che mostrano come l'utilizzo agricolo del terreno possa essere scollegato dalla sua proprietà. Un laboratorio politico per un futuro migliore, che riparte proprio dal bene comune più grande: la terra che ci nutre e ci sostiene.

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Team: Simone Sapienza, Daniela Sala,
Lorenzo Ascione
 
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