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Pronto, chi paga?

 

 

Il Sud è il regno dei call center nati come funghi grazie agli incentivi. Il risultato? Contratti capestro e “a tempo” per la maggior parte dei dipendenti. E poi la beffa: i grandi gruppi emigrano in Albania

Lavorare in un call center non è più un girone di purgatorio in attesa di una vera occupazione. Il settore è oramai un’industria di servizi che dà lavoro a oltre 80mila italiani. Stando alla stima ufficiale, poi c’è un mondo invisibile fatto di piccole e piccolissime aziende, che nemmeno il sindacato è in grado di censire: solo nel settore del recupero crediti si contano almeno altre 14mila unità. Anche per questo comparto piovono incentivi, ma l’assenza di regolamentazione lascia che sia il profitto a definire le regole. E quando il costo principale è il lavoro la concorrenza si fa tagliando i salari. E precarizzando.
«Le aziende committenti pretendono tariffe così basse da obbligare i call center a trovare tutti gli escamotage possibili per rimanere sul mercato», spiega Michele Azzola segretario nazionale Slc Cgil. E per rimanere sul mercato, numerose aziende hanno deciso di aprire dei centri al Sud. Perché conviene. Grazie ai benefici della legge 407 del 1990, che prevede lo sconto del 100 per cento dei contributi previdenziali e assistenziali per 3 anni, per chi fa impresa nel Meridione assumendo disoccupati con contratti a tempo indeterminato. Tradotto: se un’azienda apre in Calabria, Sicilia, Puglia o Campania, usufruendo della 407, per tre anni sostiene un costo del lavoro significativamente inferiore a quello dei concorrenti del Centro-Nord. La convenienza si fa ancora più allettante se alla 407/90 si sommano gli incentivi derivanti dai Fondi strutturali europei a supporto dell’occupazione (Fse). Un’altra pioggia di euro che arriva dritta dalle casse dell’Unione e viene poi centellinata dalle Regioni, in questo caso, del Sud.
 
La pioggia di incentivi, però, non incrementa l’occupazione nemmeno di un posto di lavoro. E rischia di offrire a imprenditori “di passaggio” la possibilità di fuggire con la cassa. Perché allo scadere dei tre anni «il costo del lavoro aumenta e l’azienda dovrebbe maggiorare la tariffa al committente che, ovviamente, non ci sta», spiega Azzola. «Perciò apre un altro centro, sempre usufruendo dei benefici, e continua a praticare tariffe basse operando da un’altra parte. Oppure subappalta ai “cantinari”, cioè le aziende con 100-200 lavoratori che aggirano la legge utilizzando quasi nella totalità contratti a progetto». Restando ai dipendenti stabilizzati, per calcolare quanto gravano le assunzioni agevolate sulle casse pubbliche, i sindacati hanno ipotizzato un triennio 2012-2014 in cui il 10 per cento del comparto viene interessato dalla “ristrutturazione”: conti alla mano la stima è di 480 milioni. E lo Stato rischia di pagare tre volte: con gli sgravi fiscali per le nuove assunzioni, con la cassa integrazione allo scadere dei tre anni di contratto agevolato e, infine, per l’avvio di una nuova attività.
 
Un’occasione colta al volo dai call center, imprese dove non servono grandi investimenti in attrezzature e il costo del lavoro incide sul bilancio per il 75 per cento. In Calabria, per esempio, in pochi anni sono stati creati circa 15mila posti di lavoro. Come a Catanzaro: Telecom Italia, Tim, Vodafone, Wind, Enel, Poste italiane, Rai, Inps e Treccani. Tutti fanno outsourcing a Catanzaro. In vetta al settore il Gruppo Abramo «che conta 3.500 lavoratori, con un fatturato di gruppo di 100 milioni di euro. Cifre che in Calabria sono davvero importanti. Non è più un “lavoretto”, adesso chi ci lavora mette su famiglia sulla base di quel salario», spiega Daniele Carchidi, segretario regionale Slc Cgil. E il collega siciliano Davide Foti, dipendente e sindacalista di Catania, rincara: «Al Sud siamo diventati la Cina dell’Italia. Spesso questa è l’unica possibilità di lavoro che c’è». E dura al massimo tre anni.
Gli operatori call center si dividono in precari (40mila outbound), che telefonano agli utenti per vendere un prodotto, e stabilizzati (45mila inbound) che lavorano invece in ricezione. Perché questa ingiusta differenza? I primi non hanno fatto in tempo a usufruire dei provvedimenti introdotti dall’ex ministro del Lavoro, Cesare Damiano (Pd), a causa della caduta del secondo governo Prodi. E per Berlusconi e il suo ministro Sacconi i precari outbound potevano rimanere tali. A questi lavoratori viene applicato un sistema misto di rimborso spese e cottimo, modalità vietata dalla legge italiana per il lavoro dipendente. «Gli outbound sono tutti cocopro e vengono pagati con un rimborso forfettario di circa 250 euro più un premio “a pratica” o “a vendita”. È cottimo», dice ancora Michele Azzola. «Non solo, l’azienda decide quando e come farli lavorare: può dare loro una “lista sporca” (in gergo lista di gente che si sa non compra nulla, ndr) oppure numerose pratiche per farli guadagnare. E se vuole mandarli via, chiude il rubinetto e li lascia al minimo di 200 o 300 euro al mese».
 
Donna, trentenne e soprattutto con un alto tasso di scolarizzazione. È questo il ritratto del lavoratore tipo. Anna rispecchia pienamente questa descrizione: è un’architetto di 31 anni, vive a Reggio Calabria e fino a qualche settimana fa lavorava in un call center occupandosi di «lavorazioni su pratiche di clienti Mercato libero di Enel Energia Spa ed annesse attività di outbound telefonico», come recita il contratto. Gestiva i reclami dei clienti Enel. Nel call center c’è finita per caso. «L’ho saputo da un amico, ultimamente mezza città lavora lì. Ho inviato il curriculum e sono stata subito chiamata». Dopo un mese di formazione pagato 10 euro lordi al giorno, comincia a lavorare davvero. Ma guadagna sempre meno: «Solo un mese sono riuscita ad arrivare a 700 euro lordi», racconta, «gli ultimi tempi ho quasi vergogna a dire di aver guadagnato nemmeno 200 euro al mese. Perciò quando il contratto è scaduto e non me lo hanno rinnovato io non ho fatto nulla per tornarci». Una sorta di induzione al licenziamento per mancato salario.
 
Precarietà e qualità dei servizi camminano a braccetto. Spesso chi risponde alle nostre chiamate non è preparato alle nostre richieste. Non fidelizzare significa anche avere un pessimo servizio. E nemmeno i grandi committenti valutano l’ipotesi di stabilizzare per migliorarne la qualità. Anzi, «sistematicamente al massimo ogni 3 anni fanno una gara per cambiare call center», chiosa Azzola. «Nessuna buona pratica, ragionano tutti sul costo. In Europa si fissa un costo, e per quella tariffa i call center si cimentano e investono sulla formazione dei lavoratori. È l’Italia che è fuori dal coro, siamo noi i diversi, perciò serve un intervento della politica». Il governo Monti un intervento lo ha fatto. La riforma del mercato del lavoro firmata Fornero ha introdotto dei minimi salariali anche per i contratti a progetto rendendoli più simili a rapporti di lavoro dipendente. Nella maggior parte dei casi gli attuali cocopro sono stati prolungati fino a dicembre. Perciò, chi ha sottoscritto un vecchio contratto nel 2013 potrebbe trovarsi per strada. Secondo Azzola, adesso «gli imprenditori del settore si organizzano per andare all’estero». In effetti, tra Tirana e Durazzo – dove un lavoratore costa un quinto che in Italia – si è già trasferito il colosso Teleperformance, l’azienda controllata da una multinazionale francese che gestisce clienti come Alitalia, Sky, Vodafone, Eni e Mediaset. In barba ai contributi presi.
 
di Tiziana Barilla 

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