Le istituzioni psichiatriche sono luoghi “chiusi”, di fatto incontrollati. Non si conoscono i dati sulle contenzioni. è necessario uno studio per capire quando sono giustificati. E ridurne la durata e il numero

«Sono tanti e sono troppi». Così disse Enzo Tortora aprendo l’ultima stagione di Portobello, dopo l’assoluzione sul caso più noto di malagiustizia italiana. Tortora si riferiva ai tanti innocenti che affollavano le nostre galere in attesa di un processo, e ancora le affollano. Ma la lista degli innocenti non si chiude certo con quelli che rientrano in quel 42 per cento di detenuti in attesa di giudizio. A questi, molti altri ancora vanno aggiunti. E capita che più ci si addentra in certi ambienti, più si scoprono aspetti sconvolgenti, frutto a volte di leggi ingarbugliate, vaghe se non addirittura mancanti. Ma anche, e spesso in maniera determinante, di lobby intoccabili che tra loro si intrecciano e non lasciano scampo a chi ci finisce in mezzo. Come è accaduto a Francesco Mastrogiovanni in un ospedale civile a Vallo della Lucania. Senza mangiare e senza bere, nudo, legato mani e piedi, così lasciato a chiedere pietà. Ma non una mano, non un gesto o una parola d’attenzione si sono spese per lui nel corso delle 91 ore di contenzione e le sue lunghe ore di agonia: Francesco era già morto da 9 ore quando il personale se n’è accorto e ha provveduto a slegarlo dopo 82 ore legato al letto del reparto psichiatrico. Eppure nel processo istruito a seguito della sua morte  non l’avvocato degli imputati ma il pm la definisce una contenzione «blanda e irrilevante».

C’è un problema che riguarda alcuni tipi di istituzioni “chiuse”, opache perché incontrollate di fatto, o in quanto incontrollabili. Negli ospedali, nelle residenze sanitarie assistenziali (le Rsa) e nelle case per minori, i controlli possono avvenire o per vie interne, per autocontrollo di iniziativa delle singole Asl. Oppure in seguito ad apposite segnalazioni a procure, ministeri, denunce attraverso istituti come il Tribunale del malato. Non si conosce un dato certo sul numero delle contenzioni che vengono disposte in Italia, ma da alcuni studi emergono cifre impressionanti: anziani, malati psichici o presunti tali, che per giorni vengono contenuti nei letti, spesso per iniziativa di personale non medico, quindi con fondati dubbi circa la reale necessità e liceità di tali atti. Se si facesse finalmente un monitoraggio sul mondo degli Spdc (Servizi psichiatrici di diagnosi e cura), si scoprirebbe forse che un numero non trascurabile di accessi sono incongrui, come racconta Giovanni Casula nel suo libro Benvenuti in psichiatria. Storie e incontri di straordinaria follia.

Il libro è una finestra sul mondo della salute mentale e delle emergenze psichiatriche; partendo da storie vere, ne racconta le palesi contraddizioni. «Era Simone. L’avevo visto arrivare il pomeriggio del venerdì precedente. Legato mani e piedi, busto e stinchi, dai barellieri del 118 incaricati di portarcelo in reparto. Durante tutto il fine settimana l’immagine di quell’uomo a cui era stato riservato un trattamento così duro, mi rimase impressa. Avevo sperato che le tante fiale di sedativo iniettate, oltre che le sue preghiere, avessero finalmente dato tregua a quella che mi sembrava una sconfitta per tutti». Ma non sono servite le preghiere di nessuno, Simone era ancora lì, così dopo tre giorni, immerso nelle sue urine da chissà quanto tempo…

«Mamma, vieni a prendermi. Ho paura, qui succedono cose strane». Così Katiuscia Favero, 30 anni, in una telefonata alla mamma la sera prima del ritrovamento del suo corpo in un giardino dell’ospedale psichiatrico giudiziario di Castiglione delle Stiviere, ambiente cui potevano accedere solo medici e infermieri. In quell’Opg, alcuni anni prima, Katiuscia aveva denunciato di essere stata molestata da un medico e violentata da due infermieri. La ragazza in seguito era stata trasferita nel carcere di Genova per un periodo, e poi rimandata nel luogo dove tempo prima aveva denunciato le violenze. Mamma Patrizia, la mattina del ritrovamento del corpo viene informata dall’Opg che sua figlia «ha fatto una birichinata». Si è tolta la vita, dicono. Eppure, al di là della causa della sua morte, forse non era necessaria una struttura di quel tipo per quella ragazza ammalata che necessitava di una terapia psichiatrica valida. Luoghi bui, «estremo orrore» disse il Presidente Napolitano riferendosi agli Opg, in un suo intervento in occasione di un convegno organizzato dal Partito radicale al Senato il 28 luglio 2011. Da un’indagine su 39 presidi ospedalieri effettuata nel 2010 da una commissione di studiosi facenti capo a sei diversi istituti, Asl e università,  risulta che per un totale di 2.800 pazienti ricoverati in geriatria, medicina e chirurgia risultavano sottoposti a contenzione il 15,8 per cento. Mentre su un campione di 70 Rsa, su 6.690 ospiti ben il 68,7 per cento risultavano contenuti. Non si trovano dati aggiornati su quante contenzioni siano effettuate nei reparti psichiatrici italiani, ma tutto fa sospettare che ci si possa trovare davanti a un quadro dalle dimensioni gigantesche, che non può essere ignorato dal legislatore. E che necessiterebbe urgentemente di studio e ricerca, di percorsi di miglioramento per ridurre la durata e la frequenza del ricorso alla contenzione.

Nel campo travagliato e doloroso dei trattamenti psichiatrici, la contenzione è solo uno degli aspetti su cui sarebbe importante intervenire al più presto. Si pensi anche all’istituto del trattamento sanitario obbligatorio (Tso), come venga disposto e quanti ne siano eseguiti. O fino a che punto possa essere giustificabile privare con la forza un uomo della sua libertà, senza che questi possa più decidere nulla della sua vita e di sé; e quali potrebbero essere invece gli ostacoli qualora si volesse dimostrare che siano stati commessi degli abusi nella disposizione e nell’esecuzione di un Tso. E ancora: siamo tutt’ora il Paese degli elettroshock. In 10 strutture italiane vengono ancora praticati su circa 30 persone ogni anno, che si sottopongono pare “volontariamente” a questo trattamento. Di malattia mentale si tratta, va bene, ma probabilmente bisogna essere proprio matti per acconsentire di sottoporsi a un elettroshock. E come si può prendere in considerazione una simile volontà quando il paziente è incapace di intendere e di volere?