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Transbrasilian way

La fuga dal Paese più omofobo del mondo, dove ogni due giorni viene uccisa una persona omosessuale. L'approdo in Europa dove scatta la trappola della prostituzione.

Di Claudileia Lemes Dias

 

Le principali autostrade brasiliane iniziano con la parola "trans", prefisso che sta per "transversal". Ed ecco la Translitoranea con i suoi 4.772 chilometri e la Transbrasiliana, tortuosa e accidentata, un po' meno lunga, ma pur sempre con 4.355 interminabili chilometri. Piste da capogiro, a ben guardare decisamente falliche, strumento di un pensiero dittatoriale radicato e in vigore in Brasile per oltre un cinquantennio. I "trans" hanno sempre un passato oltraggiato, come peraltro le autostrade brasiliane, che seppellirono centinaia di operai, morti a causa di una zanzara minuscola e silenziosa. Nel tentativo di fermare le motoseghe che spianavano senza sosta il cuore fangoso della foresta Amazonica, molte tribù indigene rimasero senza le loro terre, senza strumenti per impedire il defloramento della foresta ancora vergine. Per esportare la bramosia di "progresso" ai villaggi degli indios Yanomami, ai "selvaggi", il governo brasiliano spese ciò che non aveva, impegnandosi con la Banca Mondiale per decenni. E così, indebitato proprio come un trans, schiavizzato e prostituito da un'orgia di dittatori militari durata fino al 1985, al Brasile viene riconosciuto il titolo di Paese più omofobo del mondo.
 

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