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Adozioni "gay", il no dei cattolici: prove tecniche di disonestà intellettuale

Ancora polemiche sulla sentenza che affida un bambino alla mamma lesbica. I benpensanti stilano la patente di genitore incentrata sull'orientamento sessuale.

 

Di Cecilia M. Calamani

 

La sentenza della Cassazione che ha confermato l'affidamento esclusivo di un bambino alla madre, convivente con un'altra donna, ha iniziato come prevedibile a far discutere. Le prime reazioni sono arrivate dal mondo cattolico, che reclama come unico alveo familiare possibile per un minore quello formato da una donna (la madre) e un uomo (il padre). Le gerarchie cattoliche e la stampa a loro vicina incentrano la critica sul diritto del bambino alla bigenitorialità tacciando la sentenza della Suprema Corte di considerare «il bambino come soggetto manipolabile, attraverso sperimentazioni che sono fuori della realtà naturale, biologica e psichica, umana» (Carlo Cardia su Avvenire del 12 gennaio) e di avallare «l'adozione dei bambini da parte degli omosessuali» che «porta il bambino a essere una sorta di merce» (arcivescovo Vincenzo Paglia, presidente del Dicastero vaticano per la famiglia). Non sono mancate, sulla stampa tutta, interviste a psicoanalisti e psicologi dell'età evolutiva tra i quali vige una variegata gamma di approcci proprio perché, come indica correttamente la sentenza, «si dà per scontato ciò che invece è da dimostrare, ossia la dannosità di quel contesto familiare per il bambino».

 

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