| Giornalettismo

Olimpiadi talebane

Il 4 aprile scorso il principe saudita Nawwaf al-Faisal,  che è ministro dello Sport e capo del Comitato Olimpico saudita ha dichiarato: “L’attività sportiva femminile nel regno non è mai esistita e non ci sono inziative al riguardo. Oggi, non supportiamo alcuna partecipazione femminile alle Olimpiadi o ad altre competizioni internazionali“. Mettendo così una pietra sopra alle numerose richieste in merito.

L’UNICO – L’Arabia Saudita è l’unico paese al mondo a proibire di fatto l’attività sportiva alle donne, fino a pochi fa era in compagnia del sultanato asiatico del Brunei e del vicino Qatar, ma poi i sovrani dei due paesi hanno aperto timidamente alla pratica sportiva femminile e già hanno inviato atlete in alcune competizioni internazionali. Nonostante l’orrore di una tale stato di cose, persino i talebani si limitarono a proibire le competizioni pubbliche, dal Comitato Olimpico Internazionale non si è levata alcuna censura e nessun altro paese ha abbracciato la causa delle donne saudite.

UN DIRITTO UMANO – Eppure tale discriminazione è in plateale infrazione dello statuto olimpico, che recita: “La pratica dello sport è un diritto umano. Ogni individuo deve avere la possibilità di praticare lo sport, senza discriminazioni di alcun genere. Qualunque forma di discriminazione fondata su razza, religione, convinzioni politiche, genere o altro è incompatibile con l’appartenenza al Movimento Olimpico“.  L’Arabia Saudita dovrebbe quindi essere espulsa dal CIO, nel quale peraltro non ha mai avuto titolo per essere ammessa. MA il CIO non la pensa così e apprezza più i contributi e la benevolenza dei Saud di quanto non sia toccato dall’illegalità della sua partecipazione al Movimento Olimpico.

 

I TALEBANI – A fronte delle proteste di alcune organizzazioni per la protezione dei diritti umani, le ultime dichiarazioni di un portavoce del CIO risalenti all’estate scorsa hanno spiegato che l’Arabia Saudita non sarà penalizzata in nessun modo. Secondo Sandrine Tonge il CIO: “Non impone ultimatum o termini perentori, ma piuttosto crede che si possa ottenere molto attraverso il dialogo“. Tutt’altra posizione ha espresso in passato il CIO, che proprio nel caso dei talebani cacciò gli afghani dicendo per bocca di Francois Carrard: “I talebani controllano lo sport e tra le altre cose hanno proibito alle donne le competizioni sportive in violazione dello Statuto Olimpico contro la discriminazione nello sport“.

LA FRANCHIGIA DEL PETROLIO – Anche il Sudafrica fu estromesso dalle competizioni dal 1964 al 1992 perché violava il principio di non discriminazione, anche se si offrì di far partecipare anche atleti neri e nonostante non infrangesse (formalmente) lo Statuto. Ma per l’Arabia Saudita non vale, i sauditi godono di questa eccezionale franchigia per la quale il mondo “democratico” e democratizzatore si accontenta di attendere con pazienza che qualcosa cambi nel regno e se non cambia fa lo stesso. Le donne saudite tra l’altro avrebbero bisogno di fare sport anche per evidenti e incontrovertibili motivi di salute. La vita segregata, la mancanza di movimento e di sport stanno rendendo esplosiva l’incidenza dell’obesità e del diabete in particolare tra le donne.

 

ANCHE A SCUOLA – Se la percentuale di sauditi obesi nel 2005 era del 35%, tra le donne raggiungeva già il 44%. Nonostante il problema, il ministro per le aree comunali e rurali nel 2009 ha deciso la chiusura anche delle palestre per donne che erano spuntate nel regno per cercare di compensare la carenza. Sono sopravvissute solo quelle annesse a una struttura sanitaria e adibite alla riabilitazione e quelle di alcune scuole o comunità segregate frequentate dagli stranieri, nelle quali la morale dei sauditi non vale, come non vale nel resto del mondo musulmano, non essendo una dottrina condivisa nell’Islam, ma del tutto originale. Un impegno persecutorio ribadito nel 2010 del ministro dell’istruzione che ha annunciato sanzioni per le scuole che offrano attività sportive a bambine e ragazze a Jeddah, in quanto vietato dalla legge. La notizia che alcune scuole di Jeddah offrivano questa attività era arrivata ai media e subito è scattata la repressione.

LA SALUTE DELLE VERGINI – A Jeddah c’è anche l’unico club femminile di basket del paese, che schiera tre squadre che non si possono battere con nessuno per mancanza di avversarie e così finiscono per giocare con amiche e conoscenti convocate come cospiratrici. Il problema sembra radicato nella famiglia reale e ancora di più nei ridicoli pareri dei religiosi. Lo sceicco Abdullah al-Mani’ ad esempio, membro del consiglio clericale saudita, nel 2010 spiegava che la salute di “una giovane vergine” sarebbe rovinata dall’eccessivo movimento e dal saltare in sport come il calcio e il basket. Il suo collega al-Luhaidan, che pure ammette che nel Corano non ci sia alcun divieto per la pratica sportiva femminile, giudica invece le palestre per donne “una facciata” (?) e non la “corretta via islamica” e conclude che:” Per la donna musulmana è meglio restare a casa“.

 

I COMPITI NATURALI – Non va meglio con gli autorevoli conservatori che si esprimono anonimi su un sito internet molto rispettato dagli estremisti sauditi, che hanno sottolineato come la pratica dello sport al di fuori di casa pone la donna in conflitto con i suoi compiti naturali quali studiare, lavorare e occuparsi della casa e della famiglia, che già sono sufficienti a tenerla occupata. La donna prima di tutto deve rimanere a casa, e la partecipazione delle donne nelle competizioni sportive è “tra gli strumenti più potenti del progetto per corrompere la donna“. Al di là de deliri dei religiosi, che però in Arabia Saudita sono legge, c’è da rilevare che la monarchia ha siglato numerose convenzioni internazionali, ben più vincolanti dello statuto olimpico, come la Convenzione per l’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne (CEDAW), la Convenzione dei diritti dei bambini (CRC), la Convenzione dei diritti delle persone disabili e lo statuto arabo per i Diritti Umani (Arab Charter).

CURARSI – Convenzioni che dovrebbero avere forza vincolante e che la parodia di tribunali del regno dovrebbe rendere esecutive ed efficaci, ma che evidentemente sono state firmate solo per consentire a qualche media occidentale di suonare la grancassa, annunciando qualche progresso dei sauditi nel rispetto dei diritti delle loro controparti femminili, per poi dimenticarsene immediatamente come accade per qualsiasi notizia negativa riguardi le monarchie medioevali della Penisola Arabica. I problemi delle donne saudite non si esauriscono nel dover dipendere dagli uomini di famiglia persino per ottenere l’autorizzazione a curarsi o nel divieto di guidare l’automobile. L’ossessione di controllare i loro corpi da parte dei religiosi e dei reali si estende ad ogni aspetto della loro esistenza, misurato e centellinato con precisione certosina da religiosi per lo più ottuagenari, che nei confronti dello sport coltivano evidentemente una vera e propria paranoia, ancora più evidente quando arriva a proibire i sauditi alle “giovani vergini” in nome della loro salute.

 

STEPS OF THE DEVIL – Paranoia colta fin dal titolo dall’esteso rapporto intitolato “I passi del diavolo” (Steps of the Devil’: Denial of Women’s and Girls’ Rights to Sport in Saudi Arabia”), che Human Rights Watch ha dedicato a questo scandalo dopo aver condotto un’indagine approfondita e minuziosa. Le donne saudite non possono fare sport e non possono assistere ad eventi sportivi. Quando per un caso accade persino i commentatori sportivi sono pronti a gridare allo scandalo, com’è accaduto una volta che un piccolo gruppo di coraggiose si è presentato, accompagnato dai relativi “guardiani” di famiglia, a una partita di calcio. Una condizione che affligge ancora di più le atlete saudite, che esistono e che in alcuni casi potrebbero ben figurare, com’è accaduto a Dalma Muhsin che ha vinto la medaglia d’oro nell’equitazione alle olimpiadi giovanili di Singapore nel 2010.

DALMA – Ma Dalma è la figlia di Arwa Mutabagani, un’appassionata di cavalli che ha vissuto per lo più in Italia e che nel 2008 è diventata la prima e unica donna che ricopre una carica in una federazione sportiva saudita, quella dedicata alla pratica equestre. In questo caso il cuore di mamma e l’intervento del re hanno fatto il miracolo e Dalma ha partecipato in rappresentanza del regno senza essere mai stata ufficialmente riconosciuta dal suo paese e iscrivendosi grazie alla disponbilità del comitato olimpico a chiudere un’occhio sull’assenza del patrocinio del suo paese. L’eccezione che conferma la regola è un’eccezione comunque macchiata dall’ipocrita espediente di concederle il permesso di partecipare alla competizione, senza avere il coraggio d’assumersi al responsabilità e la difesa di tale decisione di fronte ai sudditi e ai religiosi oltranzisti e misogini.

LE OLIMPIADI – Nessuna eccezione invece per i Sauditi alle olimpiadi, è la regola che la monarchia saudita possa far stracci dei diritti umani dei corpi dei suoi sudditi senza che in Occidente si levi un fiato da parte dei tanti civilizzatori e paladini della libertà e delle democrazia, Nessuna conseguenza per chi martirizza le donne saudite condannandole al medioevo e a vivere da inferiori alla mercé dei maschi più o meno di famiglia, la loro condizione non interessa e non commuove nessuno. Non interessa nemmeno alle loro sorelle libertarie che spinsero le armi e gli eserciti alla liberazione delle afghane e che poi sono evaporate quando è stato chiaro che si trattasse di una tragica presa un giro per tutte, oggi più che mai appare chiaro che le saudite possono contare solo sulle loro forze, la loro liberazione non interessa a nessuno e nessuno è disposto a sprecare neppure un fiato in loro soccorso.

Fai Notizia è il format di inchieste distribuite di Radio Radicale

Team: Simone Sapienza, Daniela Sala,
Lorenzo Ascione
 
Sito web: Mihai Romanciuc
 
Vuoi collaborare? Scrivi a internet@radioradicale.it

feedback