| Left Avvenimenti

Afrikanistan

 
di Paolo Mirenda
 
Un golpe militare, un’insurrezione armata, una guerra tra Stati e una serie di incursioni di ribelli di varia provenienza, nonché attacchi e rapimenti riconducibili a al Qaeda nel Maghreb islamico (Aqmi). Nei primi quattro mesi dell’anno l’Africa centrale non è stata certo con le mani in mano. Piuttosto con le armi in mano, dal Mali al Sudan passando per Nigeria, Ciad, Niger. Gli effetti collaterali della Primavera araba continuano a farsi sentire al di sotto della linea del Sahara, e la destabilizzazione non è più un lontano rischio ma una prospettiva che si avvicina assai velocemente. L’indipendenza del Sud Sudan, sancita nel referendum del gennaio 2011 e diventata realtà sei mesi dopo, ha dato vigore alle istanze separatiste di gran parte dell’Africa, ma a ben guardare la separazione tra Juba e Khartum ha soltanto trasformato una guerra civile in guerra tout-court. Da gennaio, infatti, si susseguono gli scontri al confine tra i due Stati, e nonostante i due contendetni abbiano firmato un Trattato di non aggressione (il 12 febbraio), a marzo il conflitto è diventato più violento, fino all’entrata in guerra ufficiale, avvenuta ad aprile. Dietro all’escalation ci sono da un lato le questioni irrisolte lasciate aperte dal Comprehensive peace agreement , tra cui il nodo delle zone di frontiera; dall’altro questioni economiche che le armi servono a dirimere. «Si tratta di una conseguenza delle trattative iniziate in Etiopia sotto l’egida dell’Unione africana», spiega Christian Delmet, a lungo docente al Cedejs di Khartum e ora ricercatore alCentre d’études des mondes africains di Parigi, «poiché dietro al conflitto – per la prima volta gli eserciti si sono affrontati in maniera diretta -ci sono cause di politica interna». Salva Kiir, presidente del Sud Sudan, deve far fronte a una situazione di debolezza causata dalle centinaia di milizie che operano nel suo Stato e premono per avere più risorse. Kiir ha il petrolio ma non ancora i soldi, visto che per venderlo gli manca lo sbocco al mare, e Khartum chiede 32 dollari al barile come diritto di passaggio fino a Port Sudan. «Trenta volte il prezzo normale, una cifra impossibile. Così il Sud Sudan ha direttamente chiuso i pozzi e invaso Heglig, dove si trovano le poche trivelle rimaste al Nord», spiega Delmet. Il sudanese Omar al Bashir, invece, si trova a fronteggiare un Paese che adesso deve campare con il 40 per cento delle risorse che aveva prima, che fa i conti con l’aumento dei prezzi e l’abbassamento dei salari, dove a protestare c’è una borghesia scontenta che lamenta le troppe concessioni fatte al Sud. «La guerra, alla fine, li ha salvati entrambi dalle contestazioni interne. Ognuno doveva reagire all’altro, non poteva fare altrimenti. Peccato che sia un gioco pericoloso». Una situazione di guerra mette a rischio prima di tutto gli accordi sul petrolio (Cina, Usa e India già lanciano segnali allarmati e chiedono di ritornare al tavolo negoziale), ma soprattutto potrebbe rivelarsi incontrollabile visto che le differenti etnie del Paese sono state via via armate dall’una e dall’altra parte, e molti degli Stati confinanti avrebbero da guadagnare da una recrudescenza delle ostilità. «Se ne gioverebbero anche le potenze occidentali, che avrebbero l’occasione di ottenere presidenti e governi più gestibili e “concilianti”, a Nord come a Sud», aggiunge Delmet. «Ma non è detto che al potere arrivi una opposizione democratica, il pericolo è che prendano il potere i militari. Bisogna sempre stare attenti quando si desidera una destabilizzazione, basta vedere come è finita in Iraq. In troppi stanno giocando con il fuoco». La partizione del Sudan, con i confini attuali, non sta bene a nessuno: Khartum e Juba si accusano reciprocamente di fomentare la guerriglia interna, e regioni come il Darfur colgono l’occasione per rilanciare le proprie rivendicazioni. Ma a forza di spinte centripete, il Paese potrebbe davvero implodere.
I cattivi esempi non hanno mai scoraggiato nessuno, figuriamoci se demoralizzano chi non ha molto da perdere. In Mali si giura che non si arriverà a una “soluzione sudanese”, ma la strada sembra quella. Il colpo di Stato a Bamako dello scorso 22 marzo è prontamente rientrato, ma la crisi che ha scatenato non si placherà con la stessa rapidità: la dichiarazione di indipendenza del Mnla, il Mouvement national de libération de l’Azawad – la regione tuareg a nord del Paese – non è uno scherzo. Lo hanno capito anche i militari che hanno cacciato il presidente Amadou Toumani Touré, convinti di poter gestire meglio di lui la ribellione delle province indipendentiste. Invece si sono trovati davanti non più un tentativo di insorgenza, ma una guerra aperta con nemici interni ed esterni. Mali significa Sahel, e Sahel significa Aqmi, Ansar el Dine e tutta la galassia di gruppi di salafiti e radicali islamici che, alla caduta di Gheddafi, hanno allungato le loro mani sul deserto, trovandoci le armi lasciate dall’esercito libico così come quelle paracadutate inopinatamente dai francesi per accelerare la cacciata del Colonnello. «E la Francia ha un forte interesse a creare caos nella regione», sostiene Mhand Berbouk, docente di Studi politici all’università di Algeri e direttore del Centre for strategic and security studies. «La separazione del Mali è un progetto di lunga data: già nel settembre 2007 il Niger aveva accusato la compagnia francese Areva di finanziare i ribelli tuareg del Mouvement des nigériens pour la justice (Mnj), e nello stesso mese a Parigi si costituiva la Repubblica tuareg (Tumoujgha), utilizzando le norme contenute in una legge francese del 1957. Insomma, la volontà di spaccare il Paese viene da lontano». La Tumoujgha, nelle intenzioni dei suoi fondatori, dovrebbe comprendere «la metà del Mali e i due terzi del Niger». Per quello che riguarda la prima parte, il progetto sembrerebbe compiuto, tanto che il ministro degli Esteri francese, Alain Juppé, pur non riconoscendo l’indipendenza dell’Azawad spiega che la soluzione «non è militare », accettando implicitamente il Mlna come interlocutore politico.
A complicare le cose in Mali c’è la presenza di al Qaeda nel Maghreb islamico, che si dice abbia conquistato la città di Tombouctou e imposto qui un suo califfato, guidato dal gruppo islamista Ansar el Dine. Proprio a Timbouctou il 15 aprile è stata rapita una missionaria svizzera, e tutti i media hanno messo l’accento sulla sua “fede cristiana”, per leggere il sequestro all’interno di uno scontro tra civiltà. Ma i rapimenti significano semplicemente soldi, che servono a foraggiare i gruppi e i clan che assicurano protezione, a comprare armi e mezzi di sussistenza, a investire in attività economiche. Attualmente sono 20 (il 17 aprile è stata rilasciata l’italiana Sandra Mariani, rapita nel febbraio 2011) gli ostaggi detenuti da Aqmi e da un gruppo concorrente, il Mouvement pour l’unicite et le jihad en Afrique de l’ouest (Mujao). E sono tanti anche quelli uccisi prima del rilascio, o in blitz falliti (in cui la Francia si è specializzata). Ma non è la differenza di fede la causa del sequestro. «C’è uno stretto legame di tipo utilitaristico tra terrorismo e criminalità organizzata, mascherato da istanze religiose», conferma Berbouk. «In questa zona passa il traffico di droga – quella pesante – verso l’Europa. Questo spiega i grossi interessi che sono in gioco». «Un piccolo negozio con una grande insegna», questa è al Qaeda secondo la felice definizione di Vijay Prashad, docente al Trinity college e autore di Arab Spring, Libyan Winter. Per avere notorietà, per incutere paura, per ottenere considerazione ci vuole poco, basta fregiarsi del nome di Bin Laden. Sperando di non trasformare il deserto in un nuovo Afghanistan.

Fai Notizia è il format di inchieste distribuite di Radio Radicale

Team: Simone Sapienza, Daniela Sala,
Lorenzo Ascione
 
Sito web: Mihai Romanciuc
 
Vuoi collaborare? Scrivi a internet@radioradicale.it

feedback