Le città invivibili

Cosa rende una città più o meno vivibile? La sensazione di insicurezza e di disagio è crescente, ma quali sono i fattori che la scatenano? Quanta parte di questa insicurezza è reale o prodotto di ossessioni collettive? E nel frattempo come sono cambiate le nostre città? Che effetto hanno lo ordinanze repressive 'anti-movida'? Sono un valido mezzo di contrasto al 'degrado' alla criminalità?
 
 
Città (in)vivibili
 
Due fra le classifiche più conosciute a livello mondiale sono quelle della Mercer, una società di consulenza con sede a New York quella della rivista inglese Economist, che fa uso comunque dei dati della Mercer.
L'inchiesta sulla qualità di vita fatta dalla Mercer viene pubblicata annualmente, confrontando 215 città basandosi su 39 criteri. Alla città di New York viene dato un punteggio base di 100 e le altre città sono valutate per confronto. Criteri importanti sono la sicurezza, l'educazione, l'igiene, il divertimento, la stabilità politico-economica e i trasporti pubblici. L'importanza di questa lista risiede nel fatto che le grandi aziende che operano a livello internazionale la usano per decidere dove apriranno i loro uffici e gli stabilimenti e quanto pagheranno i dipendenti.
Secondo Mercer nel 2014 la città migliore in cui vivere sarebbe Vienna. La peggiore Baghdad.
Per quanto riguarda le città italiane una delle indagini più complete è quella pubblicata annualmente da Il Sole24ore
In cima alla classifica si trova Trento, seguita da Bolzano e Bologna. Roma occupa la ventesima posizione, mentre l'ultima tocca a Napoli. Ma che cosa davvero rende una città vivibile? E come stanno cambiando i quartieri all'interno delle città stesse?
 
Criminalità e percezione dell'insicurezza
 
Il rapporto del 2014 dell'Osservatorio europeo sulla sicurezza mostra come, negli ultimi anni, la percezione di insicurezza fra i cittadini italiani sia cresciuta di 8 punti percentuali nel 2012 rispetto al 2011. Tra i fattori destabilizzanti ci sarebbe in primo luogo la crisi economica, con lo spettro della disoccupazione e della povertà crescente. Nel 2006 il 28% degli italiani si considerava nello strato medio-basso della società, nel 2012 questa percentuale è salita al 53%. A questa paura generale si accompagna anche una crescente insicurezza nella vita quotidiana: l'84% della popolazione ritiene che i reati siano aumentati e il 45% percepisce questo aumento in particolare nella propria zona di residenza.
Il bilancio del ministero dell'Interno sulla la criminalità nel 2012 mostra in effetti un aumento dei reati legati alle condizioni di povertà e disperazione. Colpisce ad esempio l'aumento di furti (+15,5% in totale, in maggioranza furti d'auto e nelle abitazioni), scippi (+13%) e borseggi (+11%), concentrati soprattutto nella grandi e medie città del Centro-Nord.
 
Come cambiano le città
 
Gli anni della crisi economica hanno determinato anche profonde trasformazioni nel tessuto urbano e sociale delle città, non solo molti distretti industriali sono stati in buona parte riconvertiti, ma anche perché il caro affitti e la crisi dei mutui hanno determinato la rapida trasformazione di intere zone.
I centri storici sono stati abbandonati da abitanti e commercianti di lunga data e sono diventati quartieri lavorativi di giorno e “da bere” la sera, oppure semplici vetrine per i turisti.
Fra i nuovi quartieri della cosiddetta“movida” figurano anche quelli popolari, attraenti proprio per la qualità e la particolarità che lo strato sociale che li abita è riuscito a creare nel tempo. Una trasformazione che spesso avviene nonostante le resistenze dei residenti storici.
Nelle periferie, invece, i nuovi quartieri, costruiti sull'onda del boom immobiliare, sono rimasti semivuoti, senza servizi e infrastrutture. Si tratta speso di quartieri dove sono riemersi problemi legati all'istruzione, per la mancanza di scuole in grado di accogliere una popolazione sempre più numerosa. A questo si accompagna un'emergenza abitativa in crescita su tutto il territorio nazionale.
 
L'uso politico “dell'emergenza sicurezza”
 
Molte organizzazioni partitiche e non, supportate dai media, hanno fatto leva sull'insicurezza traducendola in battaglia politica: si è andati così alla ricerca di capri espiatori, anziché individuare le cause di un sempre più diffuso disagio sociale.
La narrazione dominante si è concentrata sulla presenza degli immigrati come eccessiva e minacciosa, sia per la sicurezza che per le possibilità lavorative, considerata una conseguenza di politiche buoniste e di un'eccessiva accoglienza, una retorica insomma che scarica sugli immigrati la responsabilità della crisi sociale, della distruzione dei territori e che ne rintraccia gli antidoti nel recupero e nella salvaguardia delle identità nazionali.
L'articolo 54 comma 4 del Testo unico degli enti locali, ha creato, di fatto, la figura del sindaco-sceriffo, con la facoltà di emanare “provvedimenti contingibili e urgenti al fine di prevenire e di eliminare gravi pericoli che minacciano l'incolumità pubblica e la sicurezza urbana”, con l'approvazione del prefetto. Ordinanze che in molti casi hanno limitato i diritti soggettivi di altri cittadini o comunità di cittadini ma che riscuotono di solito ampi consensi tra i residenti.
Le ordinanze dei sindaci sono state molto fantasiose sui divieti, dai racchettoni e la musica sulle spiagge del litorale, ai litigi in strada, ai divieti di fare il bagno al mare col 'burqini' o di consumare kebab nei centri storici.
L'efficacia di tali provvedimenti è minata dalla scarsità delle risorse disponibili per renderle veramente efficaci e dalla mancanza di un disegno organico. Alla scarsità delle risorse si è rimediato coinvolgendo i privati cittadini in attività di controllo sul territorio, che ha avuto la sua massima espressione nel fenomeno delle ronde.
Le esigenze prioritarie della sicurezza sono state fatte proprie anche da alcuni amministratori del centro-sinistra, che hanno adottato misure contro ambulanti e commercianti immigrati.
I dati del 2013 indicano che il 7,4% degli esercizi commerciali è gestito da immigrati, i quali hanno occupato settori specifici in relazione ai paesi di provenienza. Dal terzo rapporto annuale 2013 del ministero del Lavoro, “Gli immigrati nel mercato del lavoro in Italia” emerge che le nazionalità maggiormente presenti tra i commercianti extracomunitari nel 2012 sono quella marocchina (25,4%) e quella cinese (24,5%), che insieme totalizzano circa la metà dei lavoratori commercianti extracomunitari. Seguono il Bangladesh (9,9%) e il Senegal (7,3%).
Alcune ordinanze contro esercizi commerciali specifici (anti-kebabbari, regolamentazione dei phone center) hanno avuto l'effetto di colpire, di volta in volta, una determinata categoria di migranti.
Per quanto riguarda infine i quartieri della cosiddetta 'movida' si è spesso assistito al proliferare di ordinanze anti-alcool e anti-bivacco, che in molti casi hanno incrementato l'illegalità, anziché combatterla.
 
 
Domande e questioni d'approfondire
 
Come si misura la vivibilità delle città? Che cosa rende un quartiere più o meno vivibile?
Le ordinanze dei sindaci sono davvero l'unica soluzione al problema del degrado e della sicurezza? Quali sono le alternative?
Come è possibile pianificare delle politiche in grado di contrastare i fenomeni di abusivismo e illegalità, valorizzando le risorse delle città e degli abitanti?
Che ruolo ha avuto la liberalizzazione delle licenze nella trasformazione di alcuni quartieri?
 
 
Link utili
 
La criminalità in Italia – ministero dell'Interno (dati fino al 2006)
Statistiche sulla criminalità in Europa
Un esempio dalla Colombia - The trouble with miracles
Roma – “Come il Pigneto è diventato il Pigneto”
 

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Team: Simone Sapienza, Daniela Sala,
Lorenzo Ascione
 
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