Diritti umani e democrazia Mario Di Vito

Il monopolio della violenza. Tortura, divise e impunità

In Italia, il reato di tortura non esiste. Nel 1987 l'Unione Europea varò  una Convenzione per la prevenzione della tortura e dei trattamenti inumani o degradanti. Per assicurarne il rispetto fu creato il Comitato europeo per la prevenzione della tortura,  organo del consiglio d'europa. Ratificarono la convenzione tutti i 47 paesi membri del Consiglio, tra cui l'Italia. 
Tre anni prima, nel 1984, anche l'Onu aveva stilato una Convenzione contro la tortura. L'Italia l'ha recepita nel 1988, ma, ad oggi, nel nostro ordinamento giuridico, di tutto questo non vi è alcuna traccia: è per questo che Amnesty International ci definisce inadempienti da ventiquattro anni.
Ma com'è possibile che un paese membro del G8, terza potenza industriale d'Europa, non muova un dito di fronte a quella che è un'evidente lacuna sotto il profilo dei diritti umani?
Spesso ci scandalizziamo e chiediamo giustizia per vicende che si svolgono a migliaia di chilometri da noi, ma non ci accorgiamo che, tal volta, l'orrore è dietro l'angolo.
Adriano Chiarelli è un documentarista, ha lavorato come aiuto regista di Paolo Sorrentino e un anno fa ha dato alle stampe per Newton-Compton il libro “Malapolizia”, un'analisi dei principali casi di cronaca italiana in cui un innocente ha perso la vita dopo aver incontrato degli uomini in divisa.
 

L'intervento di Adriano Chiarelli

 
Federico Aldrovandi è morto a Ferrara la notte del 25 settembre del 2005. Stava tornando a casa a piedi dopo una serata passata al Link di Bologna. 
Federico aveva bevuto un po' e aveva assunto sostanze stupefacenti. 
Sulla sua strada trova gli agenti di polizia Enzo Pontani e Luca Pollastri a bordo della pattuglia “Alfa Tre”. Il ragazzo viene fermato. La situazione si fa confusa: gli agenti sosterranno che Aldrovandi li aveva aggrediti a colpi di karate. 
Passano i minuti e sul posto arriva anche la pattuglia “Alfa Due”, con a bordo Paolo Forlani e Monica Segatto. Nasce così una violenta colluttazione. Successivamente le perizie avrebbero accertato che sul corpo del ragazzo furono rotti due manganelli.
Le ambulanze arrivano alle sei e un quarto del mattino. Secondo le carte dell'inchiesta, Aldrovandi si trova “riverso a terra, prono, con le mani ammanettate dietro la schiena. Era incosciente e non rispondeva”. 
L'abbiamo bastonato di brutto – dice uno degli agenti alla centrale, nell'attesa dell'arrivo dei sanitari –. Adesso è svenuto, non so... E' mezzo morto”.
Il 21 giugno del 2012, la Corte di Cassazione ha confermato la condanna a tre anni e sei mesi per omicidio colposo nei confronti di Forlani, Segatto, Pontani e Pollastri. Nei giorni successivi alla sentenza, l'agente Forlani ha definito Patrizia Moretti, madre di Federico, una “faccia da culo”. 
Il capo della polizia, Antonio Manganelli, durante un incontro privato con la famiglia Aldrovandi, ha porto le sue scuse, ma, ad oggi, gli agenti coinvolti nell'omicidio di Federico indossano ancora la divisa.
 
L'intervento di Patrizia Moretti, madre di Federico Aldovrandi

 
Giuseppe Uva faceva il falegname a Varese. Era la notte tra il 14 e il 15 giugno del 2008. Giuseppe e il suo amico Alberto Biggiogero furono fermati dai carabinieri. I due avevano bevuto e avevano messo delle transenne in mezzo alla strada. Una bravata, poco più.
Gli uomini in divisa li prelevano, li portano in caserma e li chiudono in due stanze diverse. Biggiogero sente il suo amico urlare, si spaventa, prova a chiamare aiuto.
Saranno i carabinieri a contattare il 118, per chiedere un Tso, un trattamento sanitario obbligatorio, nei confronti di Giuseppe Uva, ma l'uomo morirà in ospedale poche ore dopo. 
Lo scorso mese di aprile si è chiuso il primo processo relativo al caso. Sul banco degli imputati sedeva il medico del pronto soccorso, Carlo Fraticelli, accusato di omicidio colposo: secondo l'accusa, il dottore aveva somministrato a Uva dei medicinali che avrebbero reagito male con l'alcol ingerito. 
La requisitoria del pm di Varese, Agostino Abate, è durata cinque ore. 
Il giudice Orazio Muscato ha emesso la sua sentenza dopo essersi ritirato per appena un quarto d'ora: Fraticelli è innocente, il fatto non sussiste. Giuseppe Uva non è morto per un caso di malasanità.
Muscato ha anche chiesto alla procura di far ripartire da zero le indagini, cioè di scavare meglio in quello che è accaduto nella caserma dei carabinieri tra il momento dell'arresto e il momento dell'arrivo dell'ambulanza. La relazione medica stilata dal professor Gaetano Thiene parla apertamente di “escoriazioni prodotte dall'urto con un corpo contudente, espressione di una forza di lieve entità, con l'eccezione dei tessuti molli pericranici, ove l'intensità appare fotograficamente più rilevante”. Sul corpo di Uva, insomma, ci sono delle lesioni. Adesso, bisogna capire come tutto questo possa essere accaduto. 
 
Lucia Uva, sorella di Giuseppe, lotta sin dal primo momento per ottenere la verità sulla morte di del fratello.

 
“Proteggere e servire”. E' il motto dei carabinieri. Vuol dire che l'Arma si impegna a proteggere lo Stato e i suoi cittadini. 
Maria Rosanna Carrus aveva 71 anni quando morì bruciata nella sua dimora di Siliqua, in provincia di Cagliari, il 10 aprile del 2010. I  colpevoli – condannati a pene intorno ai 18 anni di carcere – furono tre ragazzini, di cui uno minorenne all'epoca dei fatti. La “colpa” signora Carrus era di averli sorpresi mentre le stavano svuotando la casa.
Tre ore prima dell'omicidio, un testimone avvisò i carabinieri delle intenzioni di quelli che da lì a breve sarebbero diventati tre baby killer. La soffiata, però, fu inspiegabilmente sottovalutata dai militari. I figli della donna, Massimo e Rita Uccheddu, hanno denunciato per “concorso colposo in omicidio” il comandante dei carabinieri Stefano Tuveri, il maresciallo Simone Vattese e il vice-brigadiere Vincenzo Vitiello. Il processo risulta essere fermo ai nastri di partenza e c'è il rischio fondato che non partirà mai, considerando anche il recente arrivo di una richiesta d'archiviazione per gli agenti coinvolti.
 
L'intervento di Massimo Uccheddu, figlio di Maria Rosanna Carrus

 
Stefano Cucchi aveva 31 anni e un problema di tossicodipendenza. E' stato arrestato il 15 ottobre del 2009 a Roma, perché trovato in possesso di modeste quantità di hashish, cocaina e antiepilettici. Quando è entrato in carcere, il ragazzo era alto un metro e settantasei e pesava 43 chili. Dopo l'udienza per direttissima, Stefano fu trasferito all'ospedale Fatebenefratelli. I referti medici parlavano di un uomo allo stremo, il cui corpo era ricoperto da lesione ed ecchimosi, inclusa la rottura della mascella, un'emorragia alla vescica e due fratture alla colonna vertebrale. 
Cucchi è morto il 22 ottobre 2009 all'ospedale Sandro Pertini. Pesava 37 chilogrammi. 
Attualmente, risultano indagati per lesioni e percosse gli agenti di polizia penitenziaria Nicola Minichini, Corrado Santantonio e Antonio Dominici. Mentre i medici Aldo Fierro, Stefania Corbi e Rosita Caponnetti sono indagati per abbandono di incapace.
 
Aldo Bianzino è entrato nel carcere di Capanne, in provincia di Perugia, il 12 ottobre 2007. Due giorni dopo ne è uscito cadavere. Il processo va avanti a rilento, impantanato in una vera e propria guerra di perizie mediche, tra chi sostiene che l'uomo sia morto per una malformazione vascolare e chi, invece, parla di violenze subite mentre si trovava in stato di arresto. 
 
Michele Ferrulli è morto a 51 anni il 30 giugno 2011 a Milano. Era ubriaco ed arrivò la polizia. Le immagini riprese da un telefonino e finite agli atti dell'indagine mostrano gli agenti che colpire ripetutamente l'uomo, anche quando ormai era a terra esanime. Quattro agenti di polizia – Francesco Ercoli, Michele Lucchetti, Roberto Piva e Sebastiano Cannizzo – sono stati rinviati a giudizio per omicidio colposo.
 
Riccardo Rasman è morto a Trieste, il 27 ottobre del 2006. Soffriva di una sindrome schizofrenica paranoide, dovuta a episodi di nonnismo subiti durante il servizio militare. La polizia arrivò a casa sua dopo che i vicini avevano denunciato il fatto che Riccardo stava ascoltando musica ad alto volume nel suo appartamento e aveva sparato un paio di petardi in giardino.
All'arrivo della polizia, Rasman cercò di fare resistenza. Ne seguì una violenta collutazione, durante la quale gli uomini in divisa, come recitano le carte dell'inchiesta, “esercitavano sul tronco, sia salendogli insieme o alternativamente sulla schiena, sia premendo con le ginocchia, un'eccessiva pressione che ne riduceva gravemente le capacità respiratorie”. Malgrado fosse ammanettato, Riccardo fu tenuto prono per diversi minuti. All'arrivo al pronto soccorso, l'uomo era già morto. Secondo le dichiarazioni della sorella Giuliana, poi, il corpo di Rasman era martoriato di botte sul viso, con il sangue che usciva dal naso, dalla bocca e dalle orecchie. Queste lesioni sarebbero state causate, secondo una perizia, da un manico d'ascia trovato dentro l'appartamento e dal piede di porco che i Vigili del Fuoco avevano usato per forzare la porta d'ingresso. Nel gennaio del 2009, gli agenti Mauro Miraz, Maurizio Mis e Giuseppe De Biasi sono stati condannati a sei mesi di carcere, con sospensione della pena.
 
Lo scorso mese di luglio sono arrivate le condanne anche per i fatti della scuola Diaz durante il G8 genovese del 2001. L'allora capo della polizia e oggi sottosegretario del governo Monti con delega ai servizi, Gianni De Gennaro, ha espresso la sua solidarietà ai condannati.
Questi sono solo alcuni episodi, certamente non tutti. Momenti, flash da vicende che parlano di abuso di potere, delirio di onnipotenza, certezza dell'impunità. Tortura.
Momenti in cui lo Stato smette di fare lo Stato e ogni cosa degenera nella violenza. Una violenza difficile da condannare in tribunale, una violenza che si nasconde dietro un dito, lo stesso dito che di solito viene puntato contro l'imputato.
 

Fai Notizia è il format di inchieste distribuite di Radio Radicale

Team: Simone Sapienza, Daniela Sala,
Lorenzo Ascione
 
Sito web: Mihai Romanciuc
 
Vuoi collaborare? Scrivi a internet@radioradicale.it

feedback