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Piergiorgio Welby

modify Updated 03-09-2010, 12:08
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« Vita è la donna che ti ama, il vento tra i capelli, il sole sul viso, la passeggiata notturna con un amico. Vita è anche la donna che ti lascia, una giornata di pioggia, l’amico che ti delude. [...] Purtroppo ciò che mi è rimasto non è più vita, è solo un testardo e insensato accanimento nel mantenere attive delle funzioni biologiche. »
(Piergiorgio Welby)
Piergiorgio Welby nello stadio terminale della malattia

Piergiorgio Welby (Roma, 26 dicembre 1945Roma, 20 dicembre 2006) è stato un politico e attivista italiano, impegnato per il riconoscimento legale del diritto al rifiuto dell'accanimento terapeutico in Italia e per il diritto all'eutanasia, nonché co-presidente dell'Associazione Luca Coscioni. Welby balzò alle cronache negli ultimi anni di vita quando, gravemente ammalato, nei suoi scritti chiese ripetutamente che venissero interrotte le cure che lo tenevano in vita:

Indice

[modifica] Biografia

Figlio di Alfredo (19101998), ex calciatore della Roma e della Reggina, fu affetto da distrofia muscolare in forma progressiva dall'età di 16 anni. La malattia, progredendo lentamente, non gli consentì più di parlare, di compiere movimenti e lo costrinse, nello stadio finale, a stare immobile su un letto, sempre a mente lucida. Egli stesso raccontò la sua storia nel libro Lasciatemi morire[1].

Durante gli anni sessanta e settanta trovò parziale sollievo dalle sofferenze facendo uso di droghe, dipingendo e scrivendo (anni dopo il New York Times lo avrebbe definito «poeta»[2])

Negli anni ottanta le sue condizioni peggiorarono ulteriormente, tanto da necessitare una disintossicazione dalle droghe assunte. Per questo fece uso di metadone, che sortì l'effetto desiderato, ma lo costrinse definitivamente a rinunciare all'uso delle gambe. Sempre in quegli anni incontrò durante un viaggio parrocchiale a Roma colei che divenne a breve sua moglie, Wilhelmine Schett detta Mina.

Piergiorgio Welby, da giovane

Fu proprio quest'ultima che nel luglio 1997, chiamò i soccorsi in seguito ad una crisi respiratoria di Welby, il quale, per sopravvivere, fu attaccato ad un respiratore automatico in seguito ad una tracheotomia. Questa condizione lo spinse a chiedere più volte che gli venisse «staccata la spina», ma la sua richiesta non fu subito accolta in quanto pareva contrastante con le leggi in vigore.

Per far conoscere la propria situazione, aprì nel 2002 un forum sull'eutanasia, in uno spazio concessogli dai Radicali, i quali lo elessero anche come co-presidente dell'Associazione Luca Coscioni, e un blog personale[3]. Sempre sul sito radicale sono raccolti numerosi suoi editoriali[4].

Il 12 aprile 2005, benché incapace di muoversi, fu accompagnato da esponenti del Partito Radicale a votare in occasione del referendum sulla fecondazione assistita. In seguito fu inserita una norma che ha consentito, a partire dalle elezioni della XV Legislatura, di votare ai degenti impossibilitati a recarsi alle urne.

È stato candidato per la Camera dei deputati nelle liste della Rosa nel pugno per le Elezioni politiche del 2006 nella circoscrizione Lazio 1 pur non risultando eletto.

[modifica] Sorge un caso mediatico

« Come già Luca Coscioni, a mio turno sono oggi oggetto di offese e insulti, di pensieri, parole, aggressioni alla mia identità ed alla mia immagine, quasi non bastassero quelle perpetrate al corpo che fu mio e che, invece, vorrei, per un attimo almeno, mi fosse reso come forma necessaria del mio spirito, del mio pensiero, della mia vita, della mia morte; in una parola del mio essere »
(Piergiorgio Welby in una lettera inviata al tg3 l'8 dicembre 2006)

Il caso di Welby (per alcuni «eutanasia», per altri rifiuto dell'«accanimento terapeutico», per altri ancora diritto all'autodeterminazione) suscitò in Italia un acceso dibattito sulle questioni di fine vita e, più in generale, sui rapporti tra legge e libertà individuali.

Nel settembre 2006 Welby inviò una lettera aperta al Presidente della Repubblica chiedendo il riconoscimento del diritto all'eutanasia[5]. Giorgio Napolitano rispose auspicando un confronto politico sull'argomento [6].

Il 5 dicembre 2006 Barbara Pollastrini, ministro per i diritti e le pari Opportunità, chiese «rispetto, comprensione e pietà» nei confronti di Welby [7].

Il 6 dicembre 2006 Livia Turco, ministro della salute, auspicò un intervento del Consiglio superiore di sanità che chiarisse se quello nei confronti di Welby fosse o meno accanimento terapeutico. Il Consiglio diede parere negativo[8].

L'8 dicembre 2006, in una lettera inviata al Tg3, Welby paragonò la sua condizione a quella vissuta da Aldo Moro durante la prigionia [9].

In un sondaggio promosso dal quotidiano La Repubblica e condotto dalla rivista MicroMega il 64% degli intervistati (il 50% tra i cattolici praticanti ed il 71% tra i cattolici non praticanti) si dichiarò favorevole all'interruzione delle cure mediche per Welby, contro il 20% dei contrari.[10]

Il 16 dicembre 2006 il tribunale di Roma respinse la richiesta dei legali di Welby di porre fine all'accanimento terapeutico, dichiarandola «inammissibile», per via del vuoto legislativo su questa materia. Secondo il giudice esiste il diritto di chiedere l'interruzione della respirazione assistita, previa somministrazione della sedazione terminale, ma è un «diritto non concretamente tutelato dall'ordinamento». Nella stessa giornata si svolsero in 50 città delle veglie a sostegno delle volontà di Welby[11].

La Chiesa cattolica, il 21 novembre 2006, in un messaggio per la 29a giornata per la vita del 4 febbraio 2007, riaffermò la sua contrarietà all'eutanasia[12]:

« Chi ama la vita si interroga sul suo significato e quindi anche sul senso della morte e di come affrontarla[...]Ma non cade nel diabolico inganno di pensare di poter disporre della vita fino a chiedere che si possa legittimarne l'interruzione con l'eutanasia, magari mascherandola con un velo di umana pietà »
(Consiglio Episcopale Permanente)

Il 20 dicembre 2006 essa aprì però uno spiraglio attraverso le parole del cardinale Javier Lozano Barragán, presidente del Pontificio Consiglio per gli operatori sanitari, che ricalcano nella sostanza quanto già espresso dal ministro Livia Turco[13]:

« I medici dicano se la macchina che aiuta a respirare Welby è inutile o sproporzionata e se non fa altro che prolungare l'agonia di una imminente morte »

gran parte dell’opinione pubblica non è tuttora a conoscenza della proposta fatta dal Dr. Giuseppe Casale, fondatore dell’Antea, una onlus che si occupa di cure palliative. Testualmente, Casale aveva dichiarato:

“Il sig. Welby è stato indirizzato all’Antea dall’Associazione Luca Coscioni.

Data la situazione clinica e sociale gli ho proposto l’assistenza presso la nostra struttura sanitaria Hospice Antea, ma si è rifiutato. Quindi gli ho proposto di assisterlo in casa, come siamo soliti fare con la nostra Unità Operativa di Cure Palliative Domiciliari, assicurandogli una forte presenza dei nostri operatori, che comprende anche l'assistenza psicologica e soprattutto spirituale. Il Sig. Welby non ha accettato neanche questa proposta. Allora gli ho prospettato una terapia ansiolitica e antidepressiva, in quanto assumeva un blando ansiolitico solo la sera, ma ha rifiutato. A questo punto l’unica soluzione era proporre una sedazione, anche perché questa era la sua richiesta, ma soprattutto perché era l’unico strumento in mio possesso per curare la sua sofferenza. Lui aveva molta difficoltà a deglutire e le vene superficiali erano difficilmente reperibili e sclerotizzate, per cui ho proposto una sedazione per via sottocutanea, ma la richiesta del Signor Welby diventò molto specifica : “Voglio essere sedato e contemporaneamente staccato dal respiratore”.

Ho risposto che non potevo in quanto la sua era una vera e propria richiesta di eutanasia, e che comunque le modalità che gli avevo offerto erano una valida alternativa alla sofferenza. Gli ho assicurato che gli sarei stato vicino quando la morte lo avrebbe raggiunto naturalmente e lo avrei accompagnato fino all’ultimo minuto, e che sarebbe morto serenamente. Inoltre, dal punto di vista medico, ritenevo che durante la sedazione la morte sarebbe sopraggiunta in pochi giorni, per la normale evoluzione della malattia stessa, ed anche perché lui rifiutava qualsiasi forma di accanimento terapeutico, compreso l’utilizzo di aghi per la nutrizione per via endovenosa e il sondino naso gastrico per la nutrizione entrale. La sedazione da me effettuata, ribadisco, sarebbe stata somministrata solo per non farlo soffrire e non per accelerare la morte o addirittura provocarla. In questo modo il respiratore artificiale non avrebbe influito se non in minima parte sul processo irreversibile a cui sarebbe andato incontro. Tutto ciò sarebbe stato effettuato rispettando il diritto alla autodeterminazione e allo stesso tempo si sarebbe evitata qualsiasi forma di accanimento terapeutico sulla sua persona, visto anche, il suo rifiuto ad accettare qualsiasi strumento per prolungare artificialmente la sua vita.

Ricordo comunque che la sedazione non è un atto definitivo, ma è reversibile in quanto il paziente può essere svegliato qualora se ne ravvisi la necessità, anche se nel caso specifico sarebbe stato abbastanza improbabile che ciò potesse avvenire. Sono convinto che se il sig. Welby si fosse rivolto a noi prima, accettando le cure Palliative, avremmo avuto la possibilità di garantirgli una migliore qualità di vita, aiutandolo a riconsiderare la vita sempre degna di essere vissuta, seppure da malato. Dopo questa mia proposta il sig. Welby ha ribadito quanto già espresso: “Voglio essere sedato e subito essere staccato dal respiratore”. Tengo a precisare che, qualora avessi agito in tal senso, comunque contro la mia volontà e la mia etica di medico e di uomo, il mio nome, quello di Antea, e quello di tutte le Cure Palliative sarebbe stato strumentalizzato nella battaglia mediatica e politica condotta in nome dell'eutanasia. Battaglia di cui ritengo che il Sig. Welby sia in questo momento artefice e al tempo stesso vittima. E questo non posso e non voglio che accada mai”.


Ricordiamo che in seguito Welby presentò ricorso nei confronti del Dr. Casale e dell’Antea, chiedendo il distacco dal ventilatore contestualmente alla somministrazione di una sedazione. Il Pubblico Ministero ritenne il ricorso solo parzialmente ammissibile, invocando la salvaguardia della scelta discrezionale del medico. Come sappiamo, l’intervento del Dr. Riccio pose fine alla vicenda.

[modifica] La morte

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Lo stesso giorno, verso le ore 23.00, Piergiorgio Welby si è congedato dai parenti ed amici riuniti al suo capezzale, ha chiesto di ascoltare musica di Bob Dylan[14] e, secondo la sua volontà, è stato sedato e gli è stato staccato il respiratore. Verso le ore 23.45 è quindi spirato. Il dottor Mario Riccio, anestesista, ha confermato durante una conferenza stampa tenutasi il giorno successivo, di averlo aiutato a morire alla presenza della moglie Mina, della sorella Carla e dei compagni radicali dell'Associazione Luca Coscioni: Marco Pannella, Marco Cappato e Rita Bernardini.

Il 1 febbraio 2007 l'Ordine dei medici di Cremona ha riconosciuto che il dottor Mario Riccio ha agito nella piena legittimità del comportamento etico e professionale, chiudendo la procedura aperta nei suoi confronti. L'8 giugno 2007 il giudice per le indagini preliminari ha comunque imposto al pm l'imputazione del medico per omicidio del consenziente, respingendo la richiesta di archiviazione del caso[15], ma il 23 luglio 2007 il GUP di Roma, Zaira Secchi, lo ha definitivamente prosciolto ordinando il non luogo a procedere perché il fatto non costituisce reato.[16].

[modifica] Il funerale

Il Vicariato di Roma non ha concesso[17] a Welby la funzione secondo il rito religioso come nei desideri della moglie cattolica:

« In merito alla richiesta di esequie ecclesiastiche per il defunto Dott. Piergiorgio Welby, il Vicariato di Roma precisa di non aver potuto concedere tali esequie perché, a differenza dai casi di suicidio nei quali si presume la mancanza delle condizioni di piena avvertenza e deliberato consenso, era nota, in quanto ripetutamente e pubblicamente affermata, la volontà del Dott. Welby di porre fine alla propria vita, ciò che contrasta con la dottrina cattolica (vedi il Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 2276-2283; 2324-2325) »

Il vicario generale per la diocesi di Roma, cardinal Camillo Ruini, ha dichiarato di aver preso personalmente la decisione di negare il funerale religioso a Welby [18]: (per la Chiesa) «il suicidio è intrinsecamente negativo», si tende a concedere il funerale religioso presupponendo che sia mancata «la piena avvertenza e il deliberato consenso. [...] Nel caso di Welby era molto difficile, del tutto arbitrario e anche irrispettoso verso di lui dire questo». Ruini ha anche dichiarato «Io spero che Dio abbia accolto Welby per sempre, ma concedere il funerale sarebbe stato come dire "il suicidio è ammesso"».

Anche il cardinale Ersilio Tonini, a Controcorrente (l'approfondimento di SKY TG24 condotto da Corrado Formigli), si è espresso sulla vicenda affermando che «il suo suicidio è stato concepito e realizzato con l'obiettivo di promuovere una legge sull'eutanasia».

A riguardo, il cardinal Ruini ha parlato di :

« sofferta decisione [...] nella consapevolezza, di arrecare purtroppo dolore e turbamento ai familiari e a tante altre persone, anche credenti, mosse da sentimenti di umana pietà e solidarietà verso chi soffre, sebbene forse meno consapevoli del valore di ogni vita umana, di cui nemmeno la persona del malato può disporre »

Dal punto di vista del diritto penale la questione se egli chiedesse per se stesso l’eutanasia (come ritenuto dal vicariato) o non chiedesse semplicemente, invece, di porre fine all'accanimento terapeutico è stata affrontata dalla magistratura. Questa, il 24 luglio 2007, si è pronunciata per il proscoglimento con formula piena di Mario Riccio, il medico che staccò il respiratore. Nel dispositivo della sentenza il giudice ha fatto riferimento all'articolo 51 del Codice Penale, che prevede la non punibilità per il medico che adempie al dovere di dare seguito alle richieste del malato, compresa quella di rifiutare le terapie. L'assistenza alla nutrizione, idratazione e respirazione sarebbero dunque considerate, in base a tale sentenza, vere e proprie cure che il malato può rifiutare, e non ordinarie azioni di sostentamento che invece il malato non ha il diritto di rifiutare nell'ordinamento vigente.

D'altra parte, la pratica di "interrompere procedure mediche sproporzionate rispetto ai risultati attesi" è considerata legittima dal Catechismo della Chiesa Cattolica:

« 2278 - L'interruzione di procedure mediche onerose, pericolose, straordinarie o sproporzionate rispetto ai risultati attesi può essere legittima. In tal caso si ha la rinuncia all'« accanimento terapeutico ». Non si vuole così procurare la morte: si accetta di non poterla impedire. Le decisioni devono essere prese dal paziente, se ne ha la competenza e la capacità, o, altrimenti, da coloro che ne hanno legalmente il diritto, rispettando sempre la ragionevole volontà e gli interessi legittimi del paziente. »

Il funerale laico di Piergiorgio Welby è stato celebrato il 24 dicembre 2006, in piazza Don Bosco nel quartiere Tuscolano a Roma, di fronte alla chiesa che i familiari avevano scelto per la cerimonia religiosa. Al funerale hanno partecipato circa un migliaio di persone, tra cui alcuni esponenti politici di centro sinistra, i quali però hanno dovuto rinunciare al loro discorso in quanto contestati dai presenti[19].

[modifica] Bibliografia

[modifica] Voci correlate

[modifica] Note

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[modifica] Collegamenti esterni