Quando 5-6 anni fa a Cagliari, Palermo, Trapani, Gallipoli, Salerno, Avellino cominciarono a sentire via radio gli sfoghi dei lumbard o dei veneti incazzati per l’invasione degli extracomunitari e degli insegnanti terroni, gli sconci costumi gay-trans o quant’altro potesse svilire la nobile razza padana anche quei simpatici terroni statalisti la lessero come una nota di folclore, un tentativo di far proseliti in terra sudica da parte di Bossi & co. Pochi, molto pochi, si chiesero cosa c’era sotto. Ivi compreso il giornalista collaboratore del Corriere Economia (inserto settimanale del blasonato Corsera) al quale l’amministratore unico di Radio Padania Cesare Bosetti raccontava che questa crescita della copertura dell’emittente anche nel sud “è stato un caso” e parlava di “shopping meridionale”. “C’era una volta”, invece, una di quelle solite leggine ad hoc approvate in sordina e di cui la politica italiana è ormai maestra. Un provvedimento del Governo Berlusconi, abilmente celato all'interno della Legge Finanziaria del 2001, permetteva solo ed esclusivamente alle radio nazionali comunitarie, cioè Radio Maria e Radio Padania, di occupare in deroga alle norme vigenti nuove frequenze in ogni parte d'Italia per "completare" le loro rispettive coperture, contrariamente a quanto previsto da tutte le leggi che regolamentano il settore radiotelevisivo, dalla Mammì in poi. Nessuna emittente pubblica, privata, locale o nazionale può, infatti, da anni occupare nuove frequenze. Ma la cuccagna non finisce qui. Trascorsi 90 giorni dall'attivazione dei nuovi impianti, queste due emittenti radiofoniche diventano a tutti gli effetti “autorizzate”, proprietarie della frequenza che possono rivendere o scambiare anche da subito.