Se chi denuncia il racket viene abbandonato

Scheda

Autori:
Serena GRASSIA
Enrico NOCERA
Credits:
Luigi LEONARDI, imprenditore e testimone di giustizia
Elvio DI CESARE, associazione Antonino Caponnetto
Giacinto INZILLO, avvocato
Data: 29 dicembre, 2015 - 18:35

È una vita difficile quella di chi sceglie di denunciare il racket in Italia, scandita da speranze tradite, da risposte tardive, da bisogni sospesi. Non è vita, è sopravvivenza” sintetizza Luigi Leonardi, un imprenditore campano che ha denunciato la camorra. Da diversi mesi Luigi aspetta di entrare nel programma di protezione testimoni: la sua richiesta è stata inoltrata dalla Procura alle Prefetture di Napoli e di Caserta, che in attesa della decisione della Commissione centrale dovrebbero occuparsi di tutelarlo. Ma per il momento tutto tace. Eppure Luigi, che ha ricevuto l’ultima minaccia pochi mesi fa, in questi anni ha affrontato due processi – di cui l’ultimo conclusosi in primo grado il 23 dicembre – facendo arrestare decine di delinquenti. Tutto da solo, senza scorta. A proteggerlo solo l’affetto delle persone comuni, che lo hanno accompagnato a ogni udienza per supportarlo nella battaglia. Qualche anno fa, dopo aver denunciato i clan, Luigi scelse di non entrare nel programma di protezione testimoni: non perché la sua vita fosse esente da rischi, ma perché sapeva a quali problemi sarebbe andato incontro. Non lo sapeva invece Gennaro Ciliberto, la cui odissea iniziò nel 2008 quando denunciò la dirigenza corrotta dell’azienda romana per cui lavorava, e continua oggi tra le aule dei tribunali di mezza Italia. Gennaro ha dovuto attendere svariati anni prima di essere protetto, mentre vedeva la sua vita andare a rotoli: senza lavoro, senza soldi, senza famiglia perché la moglie lo aveva lasciato, costretto a girare in auto l’Italia in lungo e in largo per sfuggire alle vendette dei killer. Finché, esasperato, si è incatenato davanti al Viminale per dare un segnale alle istituzioni dormienti. Oggi vive in una località segreta, ha una nuova compagna, vede i figli del primo matrimonio solo tre volte all’anno, non può tornare nel paese d’origine, ogni suo spostamento deve essere autorizzato e le sue ambizioni professionali sono morte il giorno stesso in cui ha denunciato. È amareggiato e molto arrabbiato, e al telefono si lascia andare a un lungo sfogo. “Quella dei testimoni di giustizia è una vita a perdere. Ho sbloccato miliardi di euro di tangenti, ho fatto arrestare corrotti e corruttori, ma per l’indifferenza dello Stato mi sono ammalato. Dovevano garantirmi lo stesso tenore di vita che avevo prima, ma io questo trattamento non l’ho mai ricevuto. Persino la psicologa me la pago io. Se tornassi indietro, non denuncerei”. Cosimo Maggiore invece, che in Puglia ha denunciato la Sacra Corona Unita, non ha voluto aderire al programma di protezione perché sapeva “quanto fosse inefficiente” e perché non gli sembrava giusto che dovesse essere lui ad andare via e non i suoi estorsori. Si commuove mentre rievoca la sua storia iniziata nel 2006, quando la criminalità gli chiese il primo pizzo di 500 euro. “Lo chiamarono la ‘stipulazione’: all’inizio era mensile ma poi divenne più frequente e più onerosa, perché mi dicevano che bisognava aiutare i compagni in carcere. Fu allora che decisi di ribellarmi, ma oggi, dopo nove anni, maledico quel giorno ogni momento”. Quelle di Luigi, Gennaro e Cosimo sono solo tre delle oltre ottanta storie di testimoni di giustizia in Italia. Uomini e donne che da nord a sud hanno scelto la legalità ma poi sono rimasti imbrigliati nelle maglie di uno Stato lento e burocratizzato. Lo conferma l’avvocato Giacinto Inzillo, specializzato nel “diritto di mafia”, per il quale il sistema di protezione dei testimoni, così come è organizzato, non funziona. “È capitato più di una volta che un testimone venisse trasferito nella stessa località dove si trovavano i suoi aguzzini; oppure che le esigenze di segretezza del programma non consentissero adeguate cure mediche ai soggetti malati. Tutti i miei assistiti sono incorsi in problemi di questo tipo” racconta Inzillo. La paura diventa uno stato d'animo abituale in chi denuncia, ed è difficile farci l’abitudine. Un testimone che preferisce restare anonimo mostra via sms la sua foto in giubbotto antiproiettile e casco integrale, cioè la divisa che indossa per affrontare i processi e rendersi irriconoscibile, nonostante la scorta. La questione economica invece è cruciale. “La legge prescrive che nel programma si debba tenere lo stesso reddito che si aveva prima, ma questo non succede mai e alla fine, nonostante il calcolo matematico, si percepisce sempre di meno” continua Inzillo. Anche se in questo caso subentra una responsabilità degli imprenditori che spesso realizzano parti importanti di guadagno al nero, per cui non possono pretendere, successivamente, che quei redditi vengano considerati. La legge n. 125 del 30 ottobre 2013, che prevede l’assunzione nella pubblica amministrazione per i testimoni di giustizia, sembrava potesse riempire alcune falle del sistema e dare l’opportunità di una vita dignitosa ai tanti testimoni costretti a vivere di file alle mense della Caritas. Salutata a dicembre 2014 dal Ministro Angelino Alfano come una vittoria dello stato sulle mafie, la legge in realtà fino a oggi non ha trovato applicazione, a parte qualche eccezione in Sicilia. E questo perché i testimoni di giustizia, come qualsiasi altra categoria protetta, possono trovare spazio nella p.a. solo se c’è richiesta. Inoltre, dati i bassi stipendi che si percepiscono ad alcuni livelli della pubblica amministrazione, qualche imprenditore minacciato in futuro potrebbe essere scoraggiato a denunciare poiché da impiegato non potrà mai percepire lo stesso reddito che aveva da imprenditore nel pieno dell'attività. Eppure i testimoni sono un tassello fondamentale della lotta alla mafia, il “secondo Stato”, come la soprannomina Elvio di Cesare dell’associazione Antonino Caponnetto, e per questo meriterebbero tutele migliori. “È importante pensare a delle soluzioni specifiche per chi ha avuto il coraggio di denunciare la mafia, ma contestualmente dovremmo chiederci perché non siamo ancora riusciti a sconfiggerla. La criminalità in Italia ha una produzione economica che corrisponde a percentuali altissime del pil, è da qui che dobbiamo partire” commenta Roberto Fico, presidente della Commissione vigilanza Rai, nel corso di una pausa dell’udienza del processo di Luigi Leonardi a cui ha assistito. Se c’è un filo rosso che accomuna le vite dei testimoni di giustizia e che in un certo senso svela, ancora una volta, quanto la mafia sia penetrata nel tessuto sociale italiano, lo si ritrova nella condizione di solitudine che queste persone vivono quotidianamente sulla propria pelle, nonostante le leggi e le promesse delle istituzioni. È una vita che cambia, che deve adattarsi a regole nuove, non sempre chiare, e che è venata da un senso di disillusione costante. Lo stesso che si vede negli occhi di Luigi Leonardi ogni volta che una sollecitazione alla Prefettura cade nel vuoto, oppure nella voce rotta dalla commozione di Cosimo Maggiore, che si vergogna anche di raccontare cosa fa per mangiare. Oppure nell’epopea di Gennaro Ciliberto, costretto a lasciare anche l’impiego di bidello perché la sua presenza in una scuola non era gradita.

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Team: Simone Sapienza, Daniela Sala,
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