Storia di un aborto terapeutico nell'Italia degli obiettori di coscienza

Scheda

Autori:
Vanessa De Luca
Gianluca Russo
Credits:
Interviste a Giovanna Scassellati, direttrice del reparto IVG dell'ospedale San Camillo di Roma; Chiara, donna costretta all'interruzione terapeutica di gravidanza; Mirella Parachini, ginecologa e membro dell'Associazione Luca Coscioni.
Data: 29 maggio, 2013 - 17:22

Chiara è una donna a cui viene diagnosticata una grave patologia del feto. Ma dopo la diagnosi il ginecologo prende le distanze e neanche consiglia o indirizza verso una struttura che possa eseguire l'interruzione terapeutica di gravidanza. Circa il 70% dei ginecologi italiani, appellandosi all'obiezione di coscienza, si astiene dalla pratica dell'aborto, ostacolando anche il percorso delle donne costrette a farvi ricorso per tutelare la propria salute.
 
NASCITE MEDICALIZZATE - Negli ultimi trent’anni il nostro approccio alla nascita è completamente mutato. Le scoperte nell’ambito della medicina riproduttiva, a partire dall’introduzione della pratica nota come FIVET (Fecondazione In Vitro con Embryo-Transfer), hanno ridisegnato il concetto di fertilità. Le diagnosi prenatali sempre più accurate, permettono di stabilire con molta precisione la possibilità di mettere al mondo un figlio gravemente disabile. Questi sono solo degli esempi, ma molto significativi, di come il progresso della medicina ridescriva aspetti fondamentali dell’esperienza della procreazione. La nascita è sempre più un evento medicalizzato, rispetto al quale la medicina offre delle possibilità di scelta a cui la donna è chiamata. Quella di ‘non far nascere’ affatto è una di queste possibili scelte. Ma la medicina pone dei dilemmi anche al medico stesso, il quale si trova a misurarsi con delle richieste che possono ledere la sua integrità umana e professionale. Circa il 70% dei ginecologi italiani ha risposto a questo dilemma astenendosi dalla pratica dell'aborto.
 
SITUAZIONE PRE-LEGGE - L’interruzione di gravidanza in Italia è legalmente possibile dal 1978, anno in cui la Legge 194 è stata approvata, abrogando la precedente normativa in vigore che configurava l’aborto come reato contro la stirpe. La conseguenza di tale normativa, era l’alto tasso di aborti clandestini che ha rappresentato una vera e propria piaga sociale, soprattutto per via delle complicanze che subentravano dopo qualche giorno dall’intervento, eseguito di norma, senza le necessarie precauzioni di sterilità. Molte donne, onde evitare la pena, non si presentavano in ospedale, e morivano per setticemia. Questo fenomeno, che ha contraddistinto tutto il periodo precedente all’entrata in vigore della Legge, risulta difficile da ricostruire. I dati in possesso sono attendibili solo al netto di tutti quei casi in cui la vergogna è stata più forte delle denunce e si è taciuto tutto. L’Istituto Superiore di Sanità parla di 350.000 aborti clandestini all’anno, negli anni immediatamente precedenti la Legge, e di 15.000 aborti clandestini espressi nell’ultima relazione dell'ottobre 2012.
 
INTERRUZIONE TERAPEUTICA DI GRAVIDANZA - La legge 194 consente alla donna, nei casi previsti, di poter ricorrere alla IVG (interruzione volontaria di gravidanza) in una struttura pubblica (ospedale o poliambulatorio convenzionato con la Regione di appartenenza), nei primi 90 giorni di gestazione; dopo il primo trimestre, è possibile ricorrere alla IVG solo per motivi di natura terapeutica, ed effettuare la cosiddetta ITG (interruzione terapeutica di gravidanza). Tale eventualità deve essere suffragata da un' articolata diagnosi prenatale. L’esame ecografico, con cui di solito si evidenzia la presenza di alterazioni nello sviluppo del feto, da solo non basta a stabilire l’entità della malformazione. La patologia deve essere comprovata dalla presenza di un’alterazione genetica, alla quale si giunge attraverso la determinazione dell'intero assetto cromosomico fetale , ad esempio con la coltura di cellule amniotiche (amniocentesi), o con il nuovo cariotipo molecolare, che analizza in sole 72 ore un gran numero di alterazioni del numero dei cromosomi. Oggi molte donne scelgono di sottoporsi a questo pacchetto di esami preventivi. "C'è una spinta sempre più forte verso l'idea di perfezione del nascituro. Questo spinge alcune donne a chiedere un 'interruzione di gravidanza anche per il labbro leporino o per la sindrome di Klinefelter; patologie del tutto compatibili con la vita" spiega Giovanna Scassellati, direttrice del reparto IVG dell'ospedale San Camillo di Roma. É importante sottolineare che la Legge 194 autorizza l'interruzione di gravidanza, non sulla base della gravità della patologia del feto, ma in base ai danni psichici e fisici che la madre potrebbe subire.
 
‘UNO STRANO LIVELLO DI CONFUSIONE’ - "Il mondo della diagnosi prenatale viaggia in maniera del tutto autonoma rispetto a quello dell'interruzione di gravidanza" lascia intendere ancora Scassellati . Esiste, infatti, un gran numero di strutture in cui è possibile effettuare una diagnosi prenatale dettagliata, ma in molti casi, laddove l'esito di tali diagnosi dischiude le condizioni per un interruzione di gravidanza, per la donna si apre una nuova fase di ricerca. La storia di Chiara (vedi video) è un esempio di questo ‘strano livello di confusione’ come lei stessa lo definisce, in cui viene a trovarsi una donna alla quale viene diagnosticata una grave patologia del feto, dopo la quale il ginecologo prende le distanze e nel suo caso, neanche consiglia, o indirizza verso una struttura che possa eseguire l'interruzione della gravidanza. "Loro fanno il lavoro pulito e noi quello sporco" attacca Scassellati, che si vede inviare nel suo reparto casi clinici delicatissimi da tutta Italia. Quel reparto, ricavato da un sotterraneo nell'Ospedale San Camillo , è uno dei pochi esempi di eccellenza, realizzata grazie al lavoro d' equipe di neonatologi e genetisti. "Ma è molto dura" continua Scassellati "siamo costantemente messi alla prova. La camera operatoria è spesso indisponibile per noi. Sono anni che lotto per un nuovo ecografo. Insomma, il clima che si respira non rende affatto facile il nostro lavoro".
 
LIMITE D'INTERRUZIONE - Chiara si sente fortunata. "Tutto sommato poteva andare molto peggio". Il sostegno del marito è stato essenziale: "Ho avuto mio marito accanto per tutto il tempo e sono riuscita a sottopormi all'intervento in Italia, a Roma, presso l'Ospedale Pertini, dove il clima è piuttosto disteso e nonostante fossi ricoverata nel reparto maternità - con donne che avevano appena partorito - ero in camera con una donna che si era sottoposta anch'essa a ITG" conclude Chiara. Il viaggio di molte donne, dopo la scoperta di gravi malformazioni del feto finisce in strutture all'estero. Non sempre infatti si riesce a restare nel limite delle 22 settimane di gestazione. Questo limite, a differenza di quanto si crede, non è imposto dalla legge. Mirella Parachini, ginecologa e membro dell'Associazione Luca Coscioni, ci spiega qual è la motivazione clinica di questo limite: "Per interruzione di gravidanza in Italia si intende l'anticipazione del parto; è consuetudine parlare infatti anche di parto abortivo. Oltre le 22 settimane di gestazione, le probabilità che dal parto abortivo nasca un feto capace di vita autonoma, soprattutto quando l'interruzione avviene per patologie compatibili con la vita, sono molto alte. In quei casi, il medico sarebbe tenuto a rianimare il feto e a praticare ogni tipo di intervento per tenerlo in vita".
 
QUESTIONE FETICIDIO - In molti Paesi europei, come la Francia e il Regno Unito, per ovviare a questa grave dissociazione, è consentito quello che, in maniera del tutto inappropriata, viene definito feticidio. Inappropriata perchè questo termine, vista la parentela con il termine omicidio, o infanticidio, sembrerebbe configurare un reato che invece non esiste in nessun codice penale. "Si tratta dell'unico modo possibile per evitare al feto la grave sofferenza di essere tirato fuori per un'interruzione ed essere poi rianimato". Parachini stringe sulla questione: "La legge 194 non copre l'area dei casi che rientrano in questo tipo problematica. È per questo che si è stabilito il limite convenzionale delle 22 settimane, un limite molte volte ridiscusso, che comunque non risolve il problema".
 
PILLOLA ABORTIVA RU-486 - L'Agenzia italiana per il farmaco (Aifa) ha introdotto sul mercato la pillola abortiva RU486 nel 2009. L'autorizzazione è stata preceduta da un lungo dibattito, e oggi, a cinque anni dal via libera dell'Aifa, è ancora difficile in Italia usufruire dell'opzione farmacologica per chi vuole interrompere la gravidanza nel rispetto della Legge 194. La pillola abortiva viene somministrata solo in ambito ospedaliero e con obbligo di ricovero di 3 giorni. La paziente assume due farmaci : il mifepristone prepara il terreno e viene assunto 48 ore prima del ricovero. Si tratta di un farmaco che agisce sul progesteone, un ormone che favorisce e assicura il mantenimento della gravidanza, bloccandone l'azione. La prostaglandina, somministrata due giorni dopo, provoca l'espulsione del materiale abortivo entro poche ore. Gli studi condotti – si legge sul dossier Aifa – riportano una serie di effetti collaterali legati principalmente all’utilizzo delle prostaglandine: il dolore di tipo crampiforme che può variare da nulla a forte e aumenta in prossimità dell'espulsione, riducendosi nettamente subito dopo. Poi nausea (34-72%), vomito (12-41%) e diarrea (3-26%). Il sanguinamento, massimo al momento dell'espulsione, è variabile per quantità e durata, con perdite ematiche che persistono per almeno una settimana e, in forma ridotta, anche più a lungo. Le complicanze severe sono rare e riconducibili al sanguinamento importante con necessità di emostasi chirurgica (0,36-0,71%). In pratica gli effetti collaterali ci sono, ma sono minori rispetto all’aborto chirurgico.
 

Gli ospedali italiani dove è possibile eseguire l'interruzione volontaria di gravidanza con il metodo farmacologico
 
di Vanessa DE LUCA e Gianluca RUSSO
 

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Team: Simone Sapienza, Daniela Sala,
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