Cosa sta emergendo nella nuova generazione turca?

Scheda

Autori:
Mariano Giustino, Direttore della rivista “Diritto e Libertà”
Data: 28 giugno, 2013 - 14:18

Tra i çapulcular del parco Gezi di Istanbul, le voci della protesta a piazza Taksim

 

Al Gezi Parkı di piazza Taksim, ad İstanbul, era tutto un pullulare di tende colorate. Era sorta una variegata comune, un laboratorio di pacifica convivenza tra adolescenti, studenti, professori, erano accorsi anche intellettuali, artisti, femministe e gay; erano presenti inoltre rappresentanti della comunità curda, alevita e armena, ed esponenti dei partiti: socialista, comunista e anarchico. Vi era un’atmosfera allegra e festosa: canti e balli accompagnavano l’ascolto della musica dei Beatles dei lontani anni ’60.

Manifestanti che ballano indossando delle mascherine

Ero colpito dalla gioiosa serenità dei volti, mi pareva di essere in un mondo a parte, lontano da ogni violenza: un luogo di libertà in cui progettare una nuova vita. “Stiamo qui per la libertà, pieni di speranza. Fuori di qui, questa speranza non si sente” ci ha detto Emilike, una studentessa di 16 anni. “Qui vive la speranza attraverso la convivenza tra più persone” – ha aggiunto. Coglievo nei volti sorridenti dei ragazzi, spesso adolescenti, l’entusiasmo e la passione che avevano contraddistinto gli anni delle nostre battaglie per i diritti civili. Sembrava che al richiamo delle parole “Libertà” e “Democrazia”, un’umanità nuova fosse affluita dalla Rete nel cuore della megalopoli con un nuovo linguaggio, con una nuova antropologia. Ci siamo recati nel punto esatto del parco in cui è iniziata la rivolta. Su un grosso cartello vi era scritto: “È morto un albero, si è svegliato un Paese”.

L'INIZIO DELLA PROTESTA - Un signore, che è stato testimone di quelle ore, ci ha raccontato quello che è accaduto. “All’inizio vi erano pochi manifestanti, poco più di una ventina. La notte del 31 maggio, la polizia municipale è intervenuta e ha bruciato le loro tende” – ha detto, indicando il punto esatto dell’accaduto.  I giovani ambientalisti con il loro presidio si opponevano al progetto comunale che prevedeva l’abbattimento degli alberi del parco per fare posto alla costruzione di un grande centro commerciale, ad appartamenti di lusso da realizzare sui resti di una antica caserma ottomana, e ad una moschea. Prima di quell’incendio, i ragazzi erano rimasti senza viveri. All’improvviso, in modo spontaneo, erano accorse altre persone che avevano offerto loro cibo e acqua. Dopo l’incendio delle tende avevano eretto un lungo muro di mattoni e tra essi avevano deposto bottiglie d’acqua, scatole di medicinali, di biscotti e di viveri di ogni genere per rappresentare con ironica allegria e con fantasia quello che era accaduto.  Quella stessa notte vi era stato un intervento durissimo della polizia, con gas lacrimogeni al peperoncino, bastoni elettrici e proiettili di gomma. La reazione violenta delle forze dell’ordine è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso; il tam tam della Rete, tramite facebook e twitter, e tramite i mezzi radiotelevisivi laici, come Ulusal Kanal e Halk TV, è dilagato in 79 città della Turchia, compresi i centri dell’Anatolia, perfino quelli da cui provengono i piccoli imprenditori che sono il vero motore del miracolo economico turco. Da İstanbul, un grido di libertà e di democrazia si è librato raggiungendo in pochissimo tempo città come İzmir, dove il Partito Repubblicano del Popolo, il maggior partito di opposizione, di ispirazione kemalista, è molto radicato, e quelle in cui invece prevale l’AKP come Ankara, Kayseri e Konya.

LA NASCITA DI UN NUOVO MOVIMENTO - Presto la protesta si è diffusa al di là del parco e non ha riguardato più solo i seicento alberi da salvare, ma ha espresso un grave malcontento nei riguardi del primo ministro, accusato di comportarsi da dittatore con i suoi provvedimenti restrittivi riguardo alla pillola del giorno dopo e alla legge sull’aborto; e con la raccomandazione rivolta alle donne di mettere al mondo almeno tre figli” – ci ha riferito Okü, un’artista di ventisei anni. Quello che si è andato di ora in ora diffondendo in tutto il Paese è, come abbiamo potuto constatare ascoltando direttamente la voce dei manifestanti, un movimento spontaneo e trasversale a tutti i partiti. La maggior parte dei partecipanti non aveva mai preso parte ad alcuna manifestazione politica. Occorre subito precisare che questa protesta non è affatto assimilabile a quelle che si sono verificate recentemente in Nord Africa. Il primo ministro Recep Tayyip Erdoğan è un leader che dal 2002 è stato eletto democraticamente per tre volte alla guida della Turchia, un paese democratico.  Lo stesso movimento di Gezi Parkı non mira con le manifestazioni alla caduta del governo. Si è consapevoli che all’AKP, per il momento, non c’è alternativa, perché l’opposizione è molto divisa ed è ancora prigioniera di ideologie nazionaliste e kemaliste che hanno contribuito alla mancata crescita democratica del Paese. Lo stesso maggior partito di opposizione, che si definisce di sinistra socialdemocratica, su libertà individuali e diritti delle minoranze ha spesso espresso le stesse posizioni del partito di estrema destra.

PER UNA NUOVA QUALITA' DELLA VITA - Sotto accusa è la politica di Erdoğan considerata troppo autoritaria, moralistica e paternalistica, assolutamente lesiva della libertà e della dignità dell’individuo. Una politica che fa sempre più riferimento ai princìpi della sfera religiosa e non di quella della laicità. Come è accaduto con gli ultimi provvedimenti riguardanti la limitazione della vendita e della pubblicità delle bevande alcooliche, oppure con i provvedimenti finalizzati ad impedire l’espressione in pubblico di effusioni amorose; e come è avvenuto recentemente nella metropolitana di Ankara, dove sono apparsi avvisi che vietano alle coppie di baciarsi. Il movimento mira a un cambiamento culturale e a un pensiero politico nuovo e dialogante, non rifiuta l’Islam e si interroga su come organizzarsi. Non molto distante da uno striscione col simbolo del “Sole che ride”, uno studente di arte cinematografica ha detto: “Questa è una prova importante per la Turchia; si sta affermando la necessità del dialogo tra curdi, laici e musulmani”. “Emerge una modalità di partecipazione del tutto apartitica e semmai il riferimento è ai movimenti della società civile e cioè a quello ambientalista, femminista e a quello per i diritti umani” - diceva un’altra voce. Nel parco di Gezi erano sorte numerose attività di informazione e di animazione. Manifestanti che danzano nel parco Gezi Vi erano spazi per la danza e la ginnastica e diverse aree Forum, dove esponenti di ogni organizzazione, o movimento, o semplici cittadini prendevano la parola per illustrare le condizioni di vita, sociale e ambientale dei loro quartieri. Vi era l’area della biblioteca dove leggere e studiare, l’area cucina, quella della mensa e dei presìdi medici. Nell’area giochi, personalità del mondo dello spettacolo assistevano i bambini nelle loro attività di disegno. Era sorto anche un orto botanico dove si insegnava la coltivazione delle piante secondo i criteri dell’agricoltura biologica. Numerosi erano i gazebo, alcuni organizzati da gruppi di insegnanti, da avvocati e da medici, altri da organizzazioni omosessuali, femministe e per i diritti umani. Tutti questi gruppi, oltre cento, erano uniti in una piattaforma chiamataTaksim Dayanışması” (“Solidarietà per Taksim”) non presieduta da alcun organo dirigente. All’interno di essa non vi era alcuna gerarchia e un gruppo di individui aveva il compito di coordinare le varie iniziative e provvedere ad ogni necessità. La comunicazione era orizzontale e avveniva prevalentemente tramite i social network. L’età dei manifestanti era prevalentemente compresa tra i 16 e i 35 anni. Si trattava di giovani che avevano vissuto il successo dell’AKP, il Partito della Giustizia e dello Sviluppo del primo ministro Erdoğan, nei suoi undici anni di governo. “I giovani vogliono un Paese laico senza le ombre del passato, senza alcun autoritarismo” - afferma Esra. A differenza dei loro genitori che avevano subito gli anni terribili dei colpi di Stato e di una feroce contrapposizione ideologica, essi rivendicavano il diritto di fare politica in prima persona e in piena libertà. Mostravano una elevata sensibilità per le tematiche ambientaliste e per i diritti individuali. Dicevano di voler essere cittadini protagonisti della loro vita e del loro futuro e di non sopportare alcun tipo di autoritarismo. Abbiamo letto nei loro variopinti cartelli anche espressioni di condanna del libero mercato, uno di essi recitava: “Né il neoliberalismo dell’AKP né il Kemalismo del CHP”.

DIRITTI UMANI E AUTORITARISMO IN TURCHIA - Questi giovani mi hanno parlato di un malessere diffuso che covava da tempo, quello stesso malessere che da anni mi era parso di scorgere nella società turca, nei miei incontri con intellettuali di fama internazionale, con artisti, studenti, professori, e moltissimi esponenti della società civile e di organizzazioni per i diritti umani. Avevo la percezione che la Turchia fosse passata da un sistema autoritario ad un altro, dopo gli anni Novanta. Spesso, infatti, esponenti di organizzazioni per i diritti umani mi avevano parlato di gravi violazioni, riguardanti la libertà di opinione e di espressione, denunciate nei loro numerosi report. Reporter Sans Frontiér colloca questo paese al 148° posto, su 149, nella classifica che individua l’indice annuale della libertà di stampa. Non a caso in Turchia vi è il maggior numero di giornalisti dietro le sbarre rispetto al resto del mondo. In realtà, dal 2002 il governo dell’AKP ha operato dei significativi adeguamenti dell’ordinamento giuridico agli standard internazionali sui diritti umani, in particolare in materia di diritti delle minoranze, sulla questione armena e sul ruolo dei militari. Purtroppo questa spinta riformatrice si è da diversi anni arenata con la paralisi del negoziato di adesione all’Unione Europea. Grazie all’agenda imposta dall’Europa attraverso il negoziato, Erdoğan aveva aperto una stagione di riforme senza precedenti; dunque che senza un solido ancoraggio all'Europa, sarà più difficile per Ankara riprendere con vigore il processo riformatore intrapreso alcuni anni fa.

OLTRE GLI ANTICHI SCHEMATISMI POLITICI E RELIGIOSI  - Questo malessere diffuso è dunque esploso nella protesta spontanea dei giovani, degli intellettuali e di larghi strati della società turca, non solo laica e ha fatto emergere una grande domanda di libertà, di libertà di espressione, di libertà religiosa, di libertà sessuale; l’esigenza di un pieno rispetto dei diritti di tutte le minoranze e della difesa dell’ambiente. İ giovani con le loro istanze di cambiamento sono stati troppo a lungo emarginati, repressi e ingabbiati in una contrapposizione ideologica e fittizia tra “laici” e “religiosi”.E ora questi schemi angusti e riduttivi stanno saltando. La vecchia ed esasperante contrapposizione tra kemalisti e islamici sembra non appartenere alla dialettica politica della nuova generazione turca

 

 Si rifiutano di essere etichettati come simpatizzanti di fazioni politiche o addirittura come appartenenti ad esse. Non esibiscono alcuna bandiera se non quella della Turchia. Su alcuni dei tanti cartelloni esposti nel parco, si leggeva “Keep calm and be a Çapulcu”, che significa “Mantieni la calma e sii un Vandalo”. Çapulcu (in italiano “Vandalo”) è l’appellativo col quale il primo ministro turco, sin dal primo momento, aveva etichettato i manifestanti senza fare alcuna distinzione tra i pochi individui violenti dediti alla guerriglia urbana e tutti gli altri, criminalizzando in tal modo l’intero movimento che aveva adottato le tecniche della nonviolenza gandhiana.

 

LE RICHIESTE DI PIAZZA TAKSIM - I manifestanti avevano formulato cinque richieste: 1) il parco doveva rimane tale e il progetto di costruzione del centro commerciale doveva essere accantonato; 2) i manifestanti arrestati dovevano essere rilasciati; 3) la messa al bando dei gas lacrimogeni urticanti, dei bastoni elettrici, delle granate assordanti e dei proiettili di gomma; 4) le dimissioni del Capo della Polizia; 5) l’abolizione del divieto di manifestare a piazza Taksim e nelle altre piazze del Paese. A due settimane dalla pacifica occupazione del parco di Gezi, Erdoğan ha confermato la sua chiusura dinanzi a tali richieste e la polizia è intervenuta con violenza per sgombrare quello spazio. Nessuna delle cinque proposte della piattaforma “Solidarietà per Taksim” è stata tuttora accolta. Il movimento non si è arreso alla ulteriore prova di forza del governo, il pugno di ferro usato per piegare le manifestazioni ha finito col versare benzina sul fuoco. Questo fuoco ha assunto le forme di una vera e propria resistenza nonviolenta gandhiana.

FANTASIA E NONVIOLENZA -  La sera di lunedì 17 giugno, alle 21, l'ora in cui in tutto il paese iniziava il concerto di pentole e clacson (video) contro il premier Recep Tayyip Erdoğan,  il giovane coreografo e ballerino di İstanbul, Erdem Gündüz, è rimasto fermo come un albero al centro della piazza Taksim (video), con lo sguardo fisso verso l’edificio del Centro di Cultura di Atatürk, da dove pendeva una gigantesca effigie del Padre della Patria. Ha resistito, immobile, per quasi sei ore, supportato da centinaia di cittadini, fermi accanto a lui, che lo avevano emulato. La polizia ha arrestato assieme a lui anche quest’ultimi, ma ha dovuto subito rilasciare tutti perché non potevano essere accusati di nulla. Questa protesta gandhiana del “Duran adam” (“Persona ferma, in piedi”), inventata da Gündüz, si è diffusa rapidamente, grazie ai social network, in tutto il paese. E così ad İstanbul, ad Ankara, a İzmir e in tante altre città, la gente si fermava all’improvviso in luoghi centrali e simbolici, nei luoghi degli scontri, lì dove vi erano stati feriti o morti, e rimaneva immobile per ore (video). Si fermavano anche alcuni autobus privati e taxi. Anche le persone negli autobus si alzavano e rimanevano immobili per qualche minuto. Nelle ore successive, disegnatori, couturier e stilisti hanno inventato una altra forma di resistenza silenziosa, denominata “Ayakkabı bırakma eylemi” (“Lascia, deposita le scarpe”). A decine le persone lasciavano le scarpe in luoghi simbolici (video) per commemorare le vittime degli scontri.  Come è accaduto davanti alla Torre Galata, che dista appena un chilometro da piazza Taksim. Su un cartello si leggeva un messaggio: “Per loro: morti, feriti, persone arrestate o fermate, noi, disegnatori, couturier e stilisti abbiamo deciso, con la gente che abita qui, di venire e lasciare le scarpe e un foglio su cui abbiamo scritto i nostri desideri”. Alcuni lasciavano disegni raffiguranti alberi. Ancora oggi, la sera, dopo le 21, in diversi parchi delle principali città turche, dopo l’ora della consueta battitura delle pentole e dopo l'accenzione e lo spegnimento delle luci negli appartamenti, i manifestanti che non praticano il “Duran adam”, dànno luogo ad assemblee spontanee e discutono su come andare avanti nella protesta e come organizzarsi. Non applaudono per non recare disturbo, e si limitano solo a fare il gesto dell’applauso, restando silenziosi nelle ore della preghiera. Ho notato che le loro tecniche nonviolente non sono solo quelle gandhiane, ma che  stanno adottando, inconsapevolmente, le tecniche di militanza nonviolenta di tipo capitiniano. E cioè che questo loro organizzarsi in Forum nei parchi pubblici, con una loro specificità anche di contenuti, rinvia un po' all’esperienza dei C.O.S. (I Centri di Orientamento Sociale) ideati da Aldo Capitini (il grande filosofo umbro, che ha portato la nonviolenza gandhiana in Italia). Allora si trattava di esperimenti di assemblee periodiche per discussioni aperte a tutti, su tutti i problemi amministrativi e politici, alle quali venivano invitati, per ascoltare e parlare, dirigenti di partiti, amministratori, esperti di ogni tendenza.

LA TURCHIA NELL'UE - Un’altra grande e straordinaria novità è rappresentata dalle dichiarazioni spontanee di molti intellettuali turchi sulla urgenza che si aprano i capitoli negoziali; alcuni di essi hanno scritto direttamente alla Merkel, come il pianista di fama mondiale Fazıl Say, esortandola a rimuovere i veti posti all’apertura dei capitoli del negoziato di adesione.  Capiscono che questa potrebbe essere la strada decisiva nel processo di democratizzazione del loro Paese. Lo stesso leader del maggior partito di opposizione, Kemal Kılıçdaroğlu, ha scritto una analoga lettera alla Merkel. Ritengo che anche questa sia una felicissima novità. La nuova generazione turca parla di Europa, per i giovani l’Europa è uno spazio di libertà al quale sentono di appartenere. Vogliono vivere in una compiuta democrazia. Anche per questo non sarebbe né giusto né lungimirante tenere ancora bloccati i capitoli del negoziato di adesione all’Unione europea. Il processo di democratizzazione in Turchia deve riprendere con pieno vigore e l’Europa ha uno strumento di dialogo molto importante da offrire ad Ankara e alle speranze migliori che in queste settimane si sono espresse nella società civile turca.

Mariano Giustino
Direttore della rivista “Diritto e Libertà
Esperto di problematiche politiche e sociali della Turchia
marianogiustino@dirittoeliberta.it

 

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