Le prigioni visitate dal cardinale Bergoglio

In Argentina il tasso di sovraffollamento raggiunge picchi del 140% rispetto alla capienza regolamentare. Come in Italia, anche alla “fine del mondo” la situazione penitenziaria è contro il diritto internazionale. E nel 2000 il Cardinal Bergoglio chiese un'amnistia “ampia e generosa” per le migliaia di immigrati irregolari in carcere o che rischiavano la detenzione.

Nel corso degli ultimi dieci anni, in Argentina la popolazione carceraria è raddoppiata e parallelamente le condizioni di vita dei detenuti sono andate deteriorandosi, assieme alla salvaguardia di ogni genere di diritto umano. Ad oggi, 145 persone ogni 100.000 abitano in una delle tante carceri federali e sperimentano ogni giorno i metodi di “demagogia punitiva” applicati nelle prigioni del paese attraverso le cosiddette “prigioni-deposito”, che impongono l’espiazione delle colpe dei detenuti attraverso l’esercizio del dolore sugli stessi, mirando sostanzialmente al raggiungimento della loro incapacità ed alla loro neutralizzazione. Giudizi forti, ma è quanto emerge dalle migliaia di pagine di documentazione prodotte nel paese sudamericano da istituti autonomi o governativi quali la Procuracion Penitenciaria de la Nación, il centro de Estudios Legales y Sociales, la Comisión Provincial por la Memoria ed il Comité contra la Tortura, impegnati proprio a sollevare l’attenzione sulla drammatica situazione dei diritti umani dei detenuti.
 
La morte è solo la punta dell’iceberg - Nelle carceri federali argentine, il tasso di mortalità violenta è di 150 persone ogni 100mila. Nei penitenziari di Buenos Aires è di 167. Un numero spaventoso, se si pensa che nelle strade della stessa capitale muoiono di morte violenta 5,81 persone in libertà ogni 100mila. 
Prima della morte però, c’è una lunga strada di torture e violenza da attraversare e pochi riescono ad evitarla.
C’è il “cocktail di benvenuto”, ad esempio. “Ti fanno spogliare, ti picchiano e ti deridono. È come essere a Guantanamo”, ha raccontato un detenuto, “quando entri, mentre ti picchiano, la polizia ti avverte: «Questo non è niente rispetto a quello che ti succederà se fai casino qui dentro»”.
C’è il “sottomarino”, che prevede l’asfissia dei detenuti attraverso l’utilizzo di sacchetti di plastica, talvolta anche pieni d’acqua.
Nel luglio 2012 ,cinque poliziotti, responsabili delle torture ai detenuti, sono stati arrestati in seguito alla diffusione di questo filmato, girato in un istituto detentivo nei pressi di Salta, nel nord del paese.
 
 
E ci sono i “pata-pata”, colpi di mazza assestati sotto le piante dei piedi; il “ponte cinese”, con il quale si obbliga il torturato a passare in  mezzo a due file di persone che lo percuotono; il “criqueo”, con il detenuto appeso dalle mani, dopo essere stato ammanettato con braccia dietro la schiena; i “plaf-plaf”, forti percosse contro le orecchie che provocano sordità temporanea. E via così, passando per le “più tradizionali” percosse, le bruciature, i picchiaggi sotto l’acqua gelida, le scosse elettriche, le pallottole di gomma, le perquisizioni, le ispezioni vaginali e rettali perpetrate da personale non medico ed, infine, gli abusi sessuali.
 
 
La violenza, ormai, è considerata parte integrante della struttura e della cultura dei penintenziari argentini.
Nel febbraio 2011, la diffusione di una serie di filmati girati con dei cellulari all’interno del carcere di Mendoza, ha condotto all’arresto di otto guardie penitenziarie, accusate di torture nei confronti dei detenuti. Il Procuratore Penitenziario Francisco Mugnolo, in seguito all’episodio, dichiarava: “È stato un grave errore credere che il Servizio Penitenziario Federale fosse una istituzione di eccellenza. Non mi stupisce che un simile episodio si sia verificato, perché la verità è che questo genere di pratiche sono molto comuni nelle prigioni federali. Sono comuni nel sistema federale e nella dottrina penitenziaria”. Tra il novembre e il dicembre dello stesso anno, nella stessa struttura penitenziaria, morivano 4 detenuti [1]. 
Nel dicembre 2011, solo per menzionare qualche altro esempio, una donna incinta, detenuta nel carcere della Magdalena cercò invano di ottenere assistenza da parte del personale di sicurezza e fu costretta ad abortire dopo 3 giorni a causa delle mancate cure. Nella stessa struttura, qualche tempo prima, un’altra donna aveva perduto il proprio bambino in seguito alle percosse ricevute dalle guardie carcerarie.
Soltanto nel 2011, il Comitato Contro la Tortura ha ricevuto tra le sette e le diecimila denunce da 50 istituti penitenziari, 17 commissariati e 10 istituti penali minorili, mentre la Banca dati sulle torture e i maltrattamenti della Defensoría de Casación Penal della Provincia di Buenos Aires ha registrato nel trimestre giugno-agosto dello stesso anno 155 casi di tortura e maltrattamenti, la metà dei quali non sono stati denunciati alle autorità.
Spesso i comportamenti violenti dei poliziotti penitenziari sono giustificati dagli stessi come “necessari” per sedare scontri tra detenuti e rivolte interne. “Quello che si instaura”, si legge nel Rapporto Annuale per i Diritti Umani in Argentina, “è un circolo vizioso. La repressione è l’unica risposta degli agenti di fronte a situazioni di conflitto e il costante richiamo a istanze repressive è legato a doppio filo alle condizioni di vita [nelle strutture penitenziarie]: la violenza è fondamentale per sottomettere detenuti che debbono sopportare fame, mancanza di assistenza medica, furti e vessazioni di ogni tipo. Così, le liti tra detenuti, provocate da un simile regime di vita, giustificano i mezzi repressivi adottati per controllarle ed a loro volta, i mezzi di repressione finiscono col generare maggior tensione e nuovi episodi di violenza tra i reclusi.
 
Gli incendi all’interno delle carceri - Il presente ed il passato dei penitenziari argentini racchiude anche un numero impressionante di tragici incendi. Nel 1978, ad esempio, 61 persone persero la vita nel rogo del carcere di Devoto; nell’ottobre del 2005, 33 morirono nell’incendio del carcere della Magdalena, presso Buenos Aires; e due anni dopo, a Santiago del Estero, i morti furono 32. Nel 2011, i roghi divampati presso le strutture provinciali e federali hanno causato la morte di 16 detenuti, 6 dei quali di età inferiore ai 18 anni.
La sovrappopolazione degli istituti penitenziari
Dal 2007 al 2011, in seguito ad una serie di riforme che hanno previsto il trasferimento dei detenuti reclusi presso i commissariati locali alle carceri della capitale, la popolazione dei penitenziari di Buenos Aires (SPB – Sistema Penitenciario Bonaerense) è aumentata del 15,6%. Mentre il governo afferma di avere provveduto in maniera adeguata a questo incremento, mettendo a disposizione 8450 nuove unità di detenzione, la situazione descritta dalle analisi del CELS [2] è ben diversa, e vede un aumento complessivo di sole 3400 unità.
 
Almeno 29 delle 56 strutture penitenziarie dell’area della capitale ospitano un numero di detenuti maggiore di quello regolamentare ed in alcuni casi il tasso di sovrappopolazione raggiunge picchi del 140%.
La giudice Liliana Torrisi, in seguito ad una visita ispettiva del carcere di Melchor Romero, ha dichiarato: “le 19 celle [del padiglione] si trovano in uno stato subumano di abitabilità. Non ci sono materassi, i detenuti sono costretti a dormire sopra a delle coperte, molte celle sono prive di acqua, nella maggior parte dei casi grandi quantità di liquidi sono accumulate sul pavimento, non c’è luce, le finestre sono prive di vetri, le condizioni igieniche sono pessime e l’odore è nauseabondo”.
Nelle carceri federali (SPF – Sistema penitenziario federale), sebbene la situazione sia meno allarmante dal punto di vista della densità abitativa, le condizioni materiali in cui i detenuti sono costretti a vivere sono ugualmente disastrose. Le relazioni diffuse dalla Procura Penitenziaria Nazionale mostrano infatti anche qui numerose deficienze strutturali per quel che riguarda le sistemazioni dei detenuti, le infrastrutture a loro disposizione, la fornitura di alimenti e l’accesso a cure mediche, per non parlare della carenza di strutture ove i reclusi possano studiare e lavorare. Secondo i dati dell’International Centre for Prison Studies, ad ogni modo, il tasso di occupazione carceraria nel paese è del 101%, dunque presto i problemi di Buenos Aires potrebbero estendersi a tutto il territorio argentino.
 
Papa Francesco, in cammino con gli ultimi - Ma la drammatica situazione delle carceri argentine non ha ricevuto nel tempo soltanto l’attenzione dei think tank per i diritti umani o delle commissioni governative ad hoc.
Conspevole della drammatica situazione delle carceri del suo paese, fin dagli anni Novanta, quando ancora erano in pochi a conoscerlo fuori dai confini della “fine del mondo”, l’allora arcivescovo di Buenos Aires Jorge Bergoglio non ha mancato di includere tra le tappe del suo apostolato proprio i penitenziari della sua diocesi.

Nel 1999, in occasione delle celebrazioni del Giovedi Santo, lavò i piedi a dodici detenuti del carcere di Villa Devoto e si trattenne a conversare con gli ospiti della prigione per due ore e mezzo, prima di tornare a casa. «È il mandato di Gesù nel Vangelo: avevo fame e mi hai dato da mangiare; avevo sete e mi hai dato da bere; ero in prigione e mi hai visitato”» , spiegò all’epoca. «Alcuni potranno dirmi: “Ma sono dei peccatori”, ma io risponderò sempre con la parola di Gesù: “Chi è senza peccato scagli la prima pietra”». E ancora: «Vorrei che i cristiani prendessero coscienza della situazione dei loro fratelli che vivono in carcere e che non si allontanassero da loro».
E non si trattò di un interesse momentaneo. Bergoglio infatti tornò a Devoto il 26 dicembre del 2007 e, come racconta Mariano Tello, cappellano della prigione, ancora oggi risponde alle lettere che i detenuti gli scrivono.
Poi nel 2011 inviò una missiva a Carlos Marter, cappellano del carcere di Olmos, il più grande della provincia di Buenos Aires, dove sottolineava l’importanza di “sviluppare il bene spirituale, la qualità e la dignità della vita dei nostri cari fratelli privati della libertà e delle loro famiglie”.
 
Quell’amnistia “ampia e generosa” - Nell’anno del grande Giubileo, una speciale attenzione venne rivolta dal futuro Papa anche ad un folto gruppo di “detenuti potenziali”, invocando “un’amnistia ampia e generosa” per le migliaia di immigrati irregolari che abitavano all’epoca l’Argentina: “Migliaia di immigrati sono oggi al margine dei processi di integrazione, perché una serie di difficoltà insuperabili, tanto economiche quanto burocratiche, non permette loro di avviare la regolarizzazione della propria situazione”, dichiarò Bergoglio, precisando: “non dovendo perdonare, ma piuttosto ringraziare, i nostri fratelli immigrati, il termine “amnistia”, nella sua accezione moderna, potrebbe non apparire il più adeguato, ma dobbiamo continuare a credere nella necessità di una misura straordinaria che favorisca la regolarizzazione di tanti uomini, donne e bambini che cercano nel nostro paese un luogo che permetta loro di vivere con dignità”.
In effetti, promulgate a più riprese negli anni Settanta e Ottanta le leggi di amnistia argentine (che di fatto sancirono la non perseguibilità dei responsabili dei crimini politici commessi durante la dittatura) evocano ancora oggi momenti cupi della storia del paese e sono state dichiarate vuote e incostituzionali nel 2003, al fine di permettere al governo di indagare, processare e punire gli autori di crimini contro l’umanità commessi durante la dittatura di Videla.
Curiosamente, tuttavia, nello stesso anno, gli stessi provvedimenti di clemenza furono invocati dalle 40 organizzazioni del Coordinamento contro la Repressione Poliziesca e Istituzionale (Correpi), che domandarono all’allora presidente Néstor Kirchner di rilasciare gli oltre tremila militanti ed attivisti coinvolti nelle proteste sociali che investirono il paese dal 1993 al 2001, condannati o in attesa di giudizio a causa della “criminalizzazione della protesta sociale” attuata dal governo. La richiesta venne perpetrata invano negli anni seguenti e nel 2007 le associazioni tornarono a reclamare la liberazione immediata dei prigionieri politici, accusando Kirchner di avere posto in essere gravi politiche di repressione nei confronti dei movimenti popolari.
Sempre nel 2007, anche l’Associazione delle Vittime del Terrorismo in Argentina (AVTA) manifestò a Buenos Aires per un’amnistia generale a beneficio delle persone coinvolte nella guerriglia degli anni Settanta. Ed in quell’occasione Jorge Bergoglio, ancora arcivescovo, dichiarò: “Deve essere questo spirito di riconciliazione ad animarci nel presente, allontanandoci tanto dall’impunità – che debilita il valore della giustizia – così come dai rancori e dai risentimenti che possono dividerci”.
 
La durata dei processi - Contrariamente a quello penitenziario, il sistema giudiziario argentino risulta mediamente efficiente, sia per quanto riguarda i processi penali che per le dispute civili. Nel primo caso, la durata media dell’istruttoria e del giudizio richiede 11,5 mesi (ai quali si aggiungono 4,5 mesi in caso di ricorso in Cassazione e 18 mesi se si rende necessario anche il ricorso alla Corte Suprema)[3]; nel secondo, per arrivare all’emissione della sentenza sono necessari circa 590 giorni, molto meno della media sudamericana (727 giorni) e non molto di più dei 510  dei paesi OCSE[4].
 

La preoccupazione delle Organizzazioni Internazionali

L’articolo 18 della Costituzione argentina stabilisce che “sono aboliti per sempre la pena di morte per motivi politici, ogni tipo di tortura e punizione corporale. Le carceri della Nazione dovranno essere igieniche e pulite e perseguire il fine della sicurezza e non della punizione dei condannati nelle stesse detenuti, e il giudice che autorizzi qualsivoglia misura che, con il pretesto della precauzione, punisca i detenuti oltre il dovuto, se ne assumerà la respo  nsabilità”.

Nel 1987, inoltre, l’Argentina ratificò la Convenzione contro la Tortura ed altre pene o trattamenti crudeli, disumani o degradanti che, tra le altre cose, richiede agli Stati di incorporare il crimine di tortura all’interno della propria legislazione nazionale e di punire gli atti di tortura con pene adeguate.

Come visto, tuttavia, l’impegno assunto sul piano nazionale e internazionale non è servito negli anni a tutelare i diritti umani dei detenuti e così, se a livello nazionale sono andate moltiplicandosi le strutture e gli organismi di ispezione e controllo (la Procuración Penitenciaria de la Nación[5], la Comisión Provincial por la Memoria[6], il Gruppo di Studio sul Sistema Penale e sui Diritti Umani dell’Università di Buenos Aires, per citare i maggiori), anche sul piano internazionale i richiami non si sono fatti attendere.

Dal 22 settembre al 2 ottobre 2003, il gruppo di lavoro sulla Detenzione Arbitraria della Commissione dei Diritti Umani delle Nazioni Unite realizzò ad esempio una serie di visite presso i penitenziari argentini. I funzionari incaricati assodarono, tra le altre cose, “il sovraffollamento e le pessime condizioni sanitarie, di sicurezza, salute, nutrizione e abbigliamento nella maggior parte dei centri di detenzione visitati”.

Nel maggio 2005, in seguito alle pressioni della Corte Interamericana dei Diritti Umani, il governo sottoscrisse il Patto di Asunción de Paraguay, con il quale si impegnava ad adottare misure urgenti per il miglioramento della situazione nelle carceri di Mendoza.

Un anno dopo, il 30 marzo 2006, la stessa Corte emise una risoluzione nella quale richiedeva formalmente allo Stato argentino di “adottare immediatamente le misure necessarie per proteggere la vita e l'integrità fisica di tutte le persone private della libertà nel carcere provinciale di Mendoza e Gustavo Unità André, Lavalle”, nonché “come misura di protezione adeguata alla situazione corrente”, di “esaminare gli eventi che hanno portato all'adozione delle misure provvisorie, al fine di individuare i responsabili e punirli di conseguenza”.

Un “Accordo di Cooperazione Istituzionale” fu quindi stipulato l’anno successivo – nel maggio 2007 – tra la Commisione Interamericana per i Diritti Umani, il Ministero della Giustizia e dei Diritti Umani ed il Ministero Pubblico di Difesa della Repubblica Argentina, al fine di organizzare e sviluppare un evento regionale sulle “buone pratiche penitenziarie”.

Nonostante tutto, il rapporto annuale pubblicato da Amnesty International nel 2008, evidenziava con preoccupazione il continuo verificarsi di fatti gravi all’interno dei penitenziari ed inserì l’Argentina nella lista degli 81 paesi del mondo dove torture e maltrattamenti continuavano ad essere praticati. Nello stesso anno, l’organizzazione inviò al Ministro per la Giustizia, la Sicurezza ed i Diritti Umani, un appello affinché lo Stato argentino implementasse un “Piano di Politica Penitenziaria” che migliorasse la situazione carceraria del paese.

Nel 2009 fu il turno dell’Organizzazione degli Stati Americani (OEA), che dopo una serie di visite ispettive dichiarò che nessuna delle misure suggerite dalla Commisione Interamericana per i Diritti Umani era stata adottata per migliorare le condizioni delle carceri nel paese.

Nel febbraio 2012, l’Ufficio Regionale per l’America Latina delle Nazioni Unite manifestò la sua preoccupazione per “l’ondata di morte e violenza” registrata nelle carceri argentine. Dopo pochi giorni anche Rodrigo Escobar, vicepresidente della Commisione Interamericana dei Diritti Umani dichiarò problematica la situazione carceraria in Argentina, dove “i minorenni vengono trattati come degli adulti e, nonostante abbiano 16 o 17 anni, sono condannati a pene lunghissime di detenzione, tali da rassomigliare ad ergastoli”.

Il 27 marzo dello stesso anno, il Comitato per I Diritti Umani (un organismo formato da esperti di diversa nazionalità per vigilare sull’attuazione del Patto Internazionale dei Diritti Civili e Politici), manifestò ufficialmente la sua preoccupazione, ponendo l’attenzione “sull’uso frequente di tortura e trattamenti crudeli, disumani e degradanti nei commissariati di polizia e nei penitenziari argentini e specialmente nelle provincie di Buenos Aires e Mendoza”.

Dopo appena un mese, tornò a sollecitare lo stato argentino la Commissione Interamericana per i Diritti Umani, chiedendo ancora una volta l’adozione delle “misure necessarie per la protezione della vita e dell’integrità di tutte le persone detenute nelle unità 46, 47 e 48 del Servizio Penitenziario di Buenos Aires”, sottolineando come in queste sezioni gli omicidi fossero aumentati del 20% in un anno, mentre “le morti [venivano] accompagnate da una persistente situazione di sovraffollamento, torture, maltrattamenti e privazioni strutturali di diritti umani”

Nel novembre del 2012, l’ultimo richiamo in ordine di tempo per l’Argentina: in seguito alla seconda Revisione Periodica Universale del Consiglio ONU per i Diritti Umani (un procedimento per valutare i progressi dei vari paesi in materia di diritti umani), sono state infatti evidenziate ancora una volta le mancanze del governo argentino relativamente alla grave situazione delle persone recluse, nonché l’assenza di procedimenti investigativi e sanzionatori efficienti per i responsabili delle torture e dei maltrattamenti.

 
Note

[1] Centro de Estudios Legales y Sociales
[2] In seguito a questo episodio ed in particolare grazie alle richieste di Xumek, un’associazione per la Promozione dei Diritti Umani, si è iniziato a lavorare per l’introduzione del “Procuratore Penitenziario”, affinché agisca in maniera attiva e preventiva contro il verificarsi di casi analoghi. Al marzo 2013 questa figura non è stata ancora istituita, nonostante in una recente intervista (13 marzo), la sottosegretaria per i Diritti Umani di Mendoza, Maria José Ubaldini, abbia garantito che le procedure verranno formalizzate presto.
[3] La duración del proceso penale en Argentina a diez años de la implementación del juicio oral y público. Marchisio A., 2004
[4] Doing Business 2013 – Smarter Regulations for Small and Medium-Size Enterprieses, 2012.
[5] Si tratta di un organismo autonomo creato nel 2003 dal Parlamento per esercitare funzioni di controllo, salvaguardia e denuncia per quanto riguarda il rispetto dei diritti umani delle persone recluse.
[6]  È un organismo pubblico, ma dotato di piena autonomia, creato dal Parlamento nel 2000.

 

 

Fai Notizia è il format di inchieste distribuite di Radio Radicale

Team: Simone Sapienza, Daniela Sala,
Lorenzo Ascione
 
Sito web: Mihai Romanciuc
 
Vuoi collaborare? Scrivi a internet@radioradicale.it

feedback