I lavoratori del tessile ostaggio di sfruttatori e caporali

Scheda

Autori:
Serena GRASSIA
Collaboratori:
Montaggio: Lorenzo ASCIONE
Riprese:
Enrico NOCERA
Credits:
Mizan, operaio tessile
Amarilda LICI, avvocato
Maurizio D'AGO, avvocato
Lorenzo TRUCCO, avvocato
Data: 1 dicembre, 2014 - 14:18

Vengono dal Bangladesh, lavorano per tredici, quattordici ore al giorno nelle fabbriche del tessile tra Sant’Antimo e Casandrino, nella provincia nord di Napoli, e siccome per molti mesi non sono stati pagati, hanno deciso di ribellarsi per denunciare la condizione di schiavitù in cui erano tenuti.

Mizan ha 32 anni, una moglie di 23 e una bambina di pochi mesi rimaste a Dhaka. E’ arrivato in Italia passando per la Turchia con un viaggio organizzato già dal Bangladesh e la promessa di un lavoro nell’industria del tessile a 1200 euro al mese. Ma quando è arrivato a Sant’Antimo, ha trovato condizioni di lavoro molto diverse da quelle che gli erano state promesse. “Lavoravo dalle sette del mattino fino alle nove  e mezza di sera, anche la domenica. Non avevo un attimo di tempo e quando ho chiesto i soldi che mi spettavano sono stato aggredito. Ho visto ragazzi arrivare con un viaggio organizzato in Bangladesh. Hanno pagato 10-12 mila euro per partire e una volta arrivati qui non hanno trovato niente di quello che gli era stato promesso”.

I lavoratori che hanno deciso di denunciare la propria condizione di sfruttamento sono in tutto undici e sono aiutati dall’associazione 3 Febbraio. Stanno portando avanti una causa penale e una civile. La prima serve a chiarire se nella loro storia ricorrono gli estremi oltre che del reato di sfruttamento anche di quello di tratta degli esseri umani, mentre con la seconda, curata dall’avvocato Maurizio D’Ago, stanno provando a recuperare le somme che avrebbero dovuto guadagnare se fossero stati pagati.

Intanto nel corso di questi mesi è stata dibattuta la causa di un solo operaio dinanzi al giudice del lavoro del tribunale di Napoli, il quale ha proposto a Sheik Mohammed Alim, il proprietario della Zishan confection contro cui i lavoratori hanno fatto ricorso, di chiudere il caso con una transazione e corrispondere al lavoratore la somma di 7.500 euro. Alim ha tempo fino al 15 dicembre per rispondere o fare un’altra offerta. La storia dei bengalesi ha creato un piccolo caso nel comune campano, che già in passato era salito alla ribalta delle cronache per storie di migranti asiatici e africani che vivevano a via Sambuci in alloggi senza le condizioni minime di abitabilità. E sta motivando altri imprenditori della zona, sempre bengalesi, che hanno iniziato a lamentarsi, senza ricorrere alle vie legali, per la concorrenza sleale causata da chi paga o nulla i propri dipendenti.

LA SCHIAVITÙ NEL MONDO - In tutto il pianeta vite simili a quella di Mizan riguardano 35,8 milioni di persone, secondo l’ultimo rapporto Global slavery index dell'organizzazione Walk Free. Uomini, donne e bambini tenuti a lavorare per quattordici, quindici ore al giorno in cambio di una paga misera nei campi di cotone dell’Uzbekistan o nelle fornaci di mattoni in India o ancora nei lavori infrastrutturali per i Mondiali di calcio del 2022 in Qatar.

La schiavitù moderna è invisibile, apparentemente è meno violenta di quella antica, ma ha diversi volti e molte sfaccettature. E’ schiavitù il traffico di esseri umani, i lavori forzati, cioè imposti con la minaccia o l’intimidazione e senza il pagamento di denaro. Sono schiave le bambine asiatiche o africane di otto o nove anni date in sposa a uomini adulti. E’ schiavitù la tratta delle donne per la prostituzione. Sono schiavi tutti i bambini venduti, rapiti o consegnati come lavoratori nei campi di cotone, di cacao, nell’industria della pesca; tutti quelli destinati ai lavori domestici o utilizzati nei conflitti armati come facchini, cuochi, soldati.

La più alta percentuale di nuovi schiavi vive in Mauritania, che conta quattro milioni di persone tenute in stato di soggezione, seguita da Uzbekistan, Haiti, Qatar, India. A volte le stesse vittime non hanno la percezione esatta della propria condizione perché subiscono vessazioni psicologiche, nonostante non manchino leggi e convenzioni internazionali che hanno condannato la schiavitù in tutte le sue forme. La Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948, che la proibisce in ogni manifestazione così come vieta la tratta. Un’ulteriore convenzione delle Nazioni unite del 1956 vieta la servitù per debiti, oggi ancora molto diffusa in India, quella della gleba, il matrimonio in cambio di soldi, lo sfruttamento lavorativo o personale dei minori. Ancora nel 1957 le Nazioni unite firmavano la convenzione per l’eliminazione del lavoro forzato, mentre già nel 1951 era entrata in vigore quella per la repressione della tratta degli esseri umani e per lo sfruttamento della prostituzione.

Ma la fine ufficiale della schiavitù non ha significato la sua morte reale. Il che diventa pericoloso in tempo di crisi economica, quando il bisogno di un’occupazione può costringere ad accettare condizioni di lavoro tutt’altro che dignitose. Per l’Organizzazione internazionale del lavoro il 90% dei nuovi schiavi è alla mercé di privati o società, mentre il 10% è vessato dagli stati autoritari, dai gruppi di ribelli oppure nelle carceri.

LA SCHIAVITÙ IN ITALIA - Nel Global index l’Italia compare al primo posto tra i paesi occidentali per numero di lavoratori in condizione di schiavitù: 11.400 persone, impiegate per lo più nel settore agroalimentare, nell’edile, nel tessile, destinate alla prostituzione. Dopo l’Italia c’è la Germania, la Francia, il Regno Unito, la Spagna, l’Olanda, il Belgio, la Grecia, mentre gli europei più virtuosi sono gli irlandesi e gli islandesi. Secondo il medesimo rapporto Global slavery, il governo italiano ha dato una risposta alla schiavitù moderna fornendo assistenza a breve termine alle vittime e protezione alle persone più vulnerabili, di solito donne e bambini, ma non è ancora abbastanza.

Nella normativa nazionale esistono delle criticità”, commenta l’avvocato dell’Associazione studi giuridici sull’immigrazione Amarilda Lici. La stessa direttiva europea 36/2011 in materia di tratta degli esseri umani dall’Italia è stata recepita tardi e solo parzialmente. “Uno dei punti critici – fa notare l’avvocato Lici - è la richiesta da parte dell’autorità giudiziaria di una maggiore collaborazione delle vittime nel denunciare”. Ma perché un lavoratore vessato possa sentirsi tutelato, sarebbe necessario prima di tutto informarlo dei suoi diritti, garantirgli assistenza, concedergli un periodo di riflessione. Senza rischi, come la stessa direttiva 36/2011 prevede, affinché possa ritrovare se stesso e reintegrarsi in uno stile di vita libero, lontano da minacce e ricatti. Il che presupporrebbe anche finanziamenti pubblici per l’accoglienza e per la protezione. Soltanto così si possono incentivare le denunce e aiutare concretamente le vittime a uscire dallo stato di schiavitù.

Ipotesi confermata anche dall’avvocato Lorenzo Trucco, del foro di Torino, per il quale i governi dovrebbero fare un passo avanti agevolando gli imprenditori che nonostante le difficoltà economiche rispettano i diritti. “Lo sfruttamento svantaggia le imprese che rispettano la legge perché crea un ambiente di concorrenza sleale e rischia di offuscare la reputazione di interi comparti produttivi. Se è noto infatti lo sfruttamento della prostituzione – continua  Trucco – meno visibile ma altrettanto diffuso è quello lavorativo che riguarda principalmente i migranti, che spesso sono anche i meno informati dei propri diritti, e che genera inoltre una mole considerevole di profitto sommerso, a scapito quindi anche delle economie nazionali”. Per gli sfruttati, invece, non c’è via d’uscita. Pagano somme considerevoli per emigrare e poi lavorano per scontare il debito, senza possibilità di uscire dallo stato di povertà in cui vivono. La schiavitù infatti si perpetua all’interno di catene di reclutamento globale, che generano enormi profitti per chi le controlla ed altrettante perdite per i governi che le subiscono.

Fai Notizia è il format di inchieste distribuite di Radio Radicale

Team: Simone Sapienza, Daniela Sala,
Lorenzo Ascione
 
Sito web: Mihai Romanciuc
 
Vuoi collaborare? Scrivi a internet@radioradicale.it

feedback