Essere Kosovaro

Scheda

Autori:
Lorenzo Giroffi
Credits:
Viaggio all’interno di un giovane Paese con una comunità che ha voglia di riscattarsi ma che ancora non ha trovato la via per una conciliazione.
Data: 25 ottobre, 2012 - 10:00

Povertà, disoccupazione, investimenti comunitari, risorse minerarie svendute, rimpatri forzati della comunità Rom, istituzioni pieni d’ombre ed assistenzialismo. Quello kossovaro è però un popolo giovane, che ha voglia di riscattarsi e che ancora non ha trovato la via per una conciliazione tra le rivendicazioni storiche dei sussulti nazionalistici delle varie comunità ed il pragmatismo per un presente fatto di collaborazione.
Essere Kosovaro è un viaggio all’interno di un giovane Paese che ha nella sua autodeterminazione un caso anomalo nel diritto internazionale. Il Kosovo ospita infatti un protettorato internazionale che non ha ben definiti i suoi tempi di scadenza, con un potenziale di multi etnicità piegato dal rancore di un passato ancora troppo caldo ed un futuro poco speranzoso per le sei comunità etniche presenti nel Paese, con casi estremi come quello delle barricate di Mitrovica e di emarginazione assoluta a Brekoc, periferia di Gjackova.
Alcuni estratti delle interviste realizzate:
“Questo Paese ha molti problemi, il primo di tutti è quello di essere uno Stato neonato e non siamo riconosciuti da tutti i membri dell’Unione Europea. Io abitavo in Kosovo prima del 1999 e ci vivo ora. Quando mi hanno offerto di ritornare in Serbia io ho rifiutato perché abito qui da 30 anni e per il resto della mia vita io voglio restare qui. Noi non viviamo in ottime condizioni, qui il più grande problema è quelllo inerente alla situazione socio-economica.
“Tutti i kosovari, soprattutto quelli giovani, cercano di migrare in quale Paese europeo per una vita migliore. Non mi piace il fatto che le nuove generazioni ripetano gli stessi errori del passato. Noi dobbiamo evitare ciò e lottare per la pace, per un Paese che possa offrire uguali opportunità a tutte le persone, senza badare al fatto che sia albanese, bosniaco o serbo. Ribadisco il fatto che i problemi con i kosovari di nazionalità serba sono ancora presenti. E non hanno trovato alcuna soluzione. L’indipendenza del 2006 però è un primo passo per risolvere le ostilità nazionali in Kosovo.
“La dichiarazione d’indipendenza non è arrivata da una proclamazione di diritti attraverso un’autodeterminazione o dettata da referendum popolare, ma c’è stato solo un accordo tra politici serbi, politici kosovari e mediatori internazionali.
“Non ho fiducia nella classe politica kosovara, negli ultimi due anni abbiamo dovuto affrontare molti ostacoli a causa della corruzione, c’è molto nepotismo e per una piccola società come la nostra si sentono molto le conseguenze negative di ciò nella vita quotidiana.
“Se tu sei in Kosovo e non hai la residenza in Serbia tu non puoi prendere il passaporto ed andare ad esempio in Italia. Non sei realmente libero di viaggiare senza visto, hai sempre bisogno del visto dunque perché avrei bisogno di questo passaporto? Non poso decidere di andare in Italia od in Germania, sono solo libero di andare in Montenegro, Macedonia ed Albania: tutto questo è molto buffo!”
“Le minoranze in Kosovo sono molto tutelate dalla legge, quindi la questione non può essere strumentalizzata. I compenenti di minoranze che hanno commesso crimini di guerra devono essere affidati alla giustizia. Tutto questo non deve essere confuso con la “questione minoranze”.
“La bandiera kosovara è sbagliata per questa ragione: se vuole essere bandiera kosovara deve essere quella albanese perché la maggioranza della popolazione è albanese e nesusno potrebbe obiettare dicendo che l’Albania rappresenta un modello di fanatismo nazionalistico. L’idea della Nazione Albania risale a 140 anni fa. In termini politici non è un’idea costruita su un piano di occupazione dell’intero globo e di sterminio di altri popoli. È un’idea costruita sulla necessità di difendere il territorio albanese e creare uno Stato comprendente tutti i suoi territori.
“Il problema principale delle varie comunità è che non interagiscono nei diversi settori della società, le minoranze non sono integrate nel settore scolastico, sanitario ed anche in quello lavorativo hanno meno opportunità di trovare lavoro come di usufruire del sistema educativo.
“Questo posto è come isolato. Qui vengono messi tutti i gruppi familiari con problemi sociali. Ad esempio qui a Brekoc sono arrivati molti rimpatriati dal Montenegro, dalla Serbia, dalla Germania e da altri Paesi. Queste famiglie sono ritornate in Kosovo ed ora vivono in miseria.”
“I rimpatri forzati vogliono dire che gente che abita in Germania, Svizzera o Austria deve rietrare in Kosovo e se loro oppongono resistenza, le autorità lo impongono senza il loro consenso. I Paese Europei espellono famiglie definendoli rimpatri volontari, come parte di proprie politiche di rientri, ma come si può ben vedere nel Paese non sono per nulla rimpatri volontari agevolati da politiche europee, non hanno avuto alcuna scelta: rimpatriati in Kosovo.
“Siamo in quattro in un’unica stanza, il contesto sociale è molto pesante. Sono inimmaginabili le nostre pessime condizioni di vita. Questa strada, Brekoc, è la seconda strada più povera del Paese. Tutti i nostri vicini sono poverissimi. Le infrastrutture sono inesistenti. Non ci sono fognature. Non abbiamo acqua, ma quando piove siamo inondati.
“Le opportunità in Kosovo non sono come in Europa. C’è tanta disoccupazione, quindi il processo d’integrazione per le minoranze è molto più complicato. “Ci sono scontri frequenti, soprattutto in questa parte della città. Come puoi be vedere dall’altra parte del ponte la gente vive rinchiusa in barricate. Sono rinchiusi nel loro confine e non partecipano attivamente alla vita del Kosovo.
“È molto noioso vivere qui, specialmente per la gente senza lavoro, ma che possiamo farci. Prima del ’99 qui vivevano 1500 persone, ma poi dopo la guerra hanno dovuto lasciare Velika Hoca per andare in Francia, Germani, Austra, Svizzera, Italia. Dopo il ’99 la popolazione ha abbandonato questo posto siamo rimasti in circa 600. Gli altri sono andati via.
“Penso ci siano differenti punti di vista all’interno delle stesse comunità. Anche quelle che vivono a Mitrovica hanno diverse posizioni: ci sono persone che supportano questo nuovo Paese e vogliono costruire il loro furuto qui, ma ci sono anche persone che dopo la guerra hanno deciso di non partecipare a questo processo di pace e democrazia.”
“Le relazione tra Kosovo e Serbia non sono buone e l’unico problema inj questo rapporto è la Serbia, che interferisce nei territori del Kosovo.
“A Mitrovica c’è una situazione differente da qui, perché è come se fosse parte della Serbia, noi invece siamo parte integrante del Paese. A noi piacerebbe veder risolto questo problema. La cosa migliore sarebbe dare questa parte del Kosovo alla Serbia e raggiungere la pace in tutto il Paese. Perché forse se la Serbia ottiene quella parte di Kosovo (Mitrovica Nord) non ci darà più alcun problema. Questa è una situazinoe difficile perché abbiamo circa 3000 persone che abitano lì e non vogliono prendere parte alle decisione ed alla vita del Paese.
“Dal mio punto di vista vivere a Mitrovica non è per nulla semplice, forse perché da sempre sento tutto quelle che succede qui e tuttora ogni volta che accade qualcosa mi pesa. Ad esempio i miei amici abitano nella parte Nord di Mitrovica ed anche componenti della mia famiglia. Ogni volta che mi giunge notizia di uccisioni o qualcosa del genere, mi preoccupo: è psicologicamente pesante vivere in questo tipo di situazione.”
“Noi viviamo in Paese appena nato e quindi abbiamo bisogno delle Organizzazioni Internazionali e della loro supervisione.
“Eulex è una missione che si è imposta in Kosovo, loro hanno sempre detto di essersi istallati qui per combattere la corruzione, ma nella realtà loro non hanno fatto molto. Il problema è che noi abbiamo lasciato all’Eulex libero potere esecutivo e quindi immuni alla legge kosovara, in effetti loro è come se non riconoscessero l’indipendenza del Kosovo.
“La NATO e la KFOR sono necessarie perché danno sicurezza al territorio e possono facilitare il processo d’integrazione.
“Io fino ad ora ho sempre supportato la KFOR (missione NATO in Kosovo), ma ho iniziato a non crede più in loro, come non credo nell’operato del Governo, dell’Eulex, perché da quando ci sono nulla è cambiato. Immagina una missione internazionale, una potente missione. In 10 anni avrebbe dovuto risolvere la situazione. Io non ci credo più perché loro sono qui e di là capita sempre che si ammazzino. Molte volote loro sono qui, KFOR ed anche la polizia kosovara, ma i conflitti avvengono senza interruzione. Le missioni internazionali hanno fallito il loro ruolo ed io ho perso la fiducia. Io non mi sento sicura anche se loro pattugliano il presidio.
“Kosovo 2.0 è una rivista in tre lingue: albanese, serba ed inglese. Ciò è molto importante perché noi vogliamo raccontare le storie del Kosovo e le storie della gente che vive qui. Noi non approcciamo ai nostri collaboratori perché sono albanesi, serbi o rom, ma solo con la volontà di lavorare con i giovani e renderli maggiormente consapevoli.
“Quando parlo con ragazzi provenienti da minoranze loro mi fanno capire di essere stanchi di questa situazione.
“Il Kosovo dovrà attuare una strategia utile ad implementare le possibilità nell’educazione, nel sistema sanitario ed in quello lavorativo per le minoranze, così da integrarle nella società. È un processo di certo difficile, che avrà bisogno di anni, speriamo non tanti, è un processo che non ha solo bisogno di aprire le porte delle opportunità, ma anche le menti delle persone che vivono in Kosovo: albanesi, internazionali, serbi, tutti noi.
“Vorrei poter giocare in campi di calcio più grandi ed un giorno magari giocare nel Barcellona.”
 

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Team: Simone Sapienza, Daniela Sala,
Lorenzo Ascione
 
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