La battaglia dei migranti contro sfruttamento e caporalato

Scheda

Autori:
Daniela SALA
Data: 25 marzo, 2016 - 15:50

Sulla carta, in osservanza a una direttiva Ue, la legge tutela i migranti sfruttati e impiegati irregolarmente, che avrebbero tra l’altro la possibilità di denunciare il datore di lavoro. Ma negli ultimi tre anni le denunce sono state 25, a fronte di una stima di 100mila lavoratori a rischio sfruttamento. Le lotta dei lavoratori migranti all’ex canapificio di Caserta e le interviste ai responsabili di Flai-Cgil e di Asgi.

Tolleranza zero verso le forme gravi di sfruttamento dei lavoratori: a chiederlo era stata già lo scorso anno l’Agenzia dell’Unione europea per i diritti fondamentali, che nella sua ultima relazione  ha rilevato come, nonostante le normative Ue in materia, in Europa lo sfruttamento sul luogo di lavoro sia ancora una triste realtà.

I settori più a rischio sono quelli dell’agricoltura, dell’edilizia, alberghiero e della ristorazione, del lavoro domestico e del manifatturiero e ad esserne vittime sono in particolare i lavoratori che si spostano da un paese all’altro dell’Unione, oppure gli immigrati extra-Ue.

Nel 2012 l'Italia ha recepito la direttiva europea in materia (la cosiddetta “Direttiva sanzioni ai datori di lavoro” 2009/52/CE), evitando la conclusione di una procedura di infrazione in stato ormai avanzato.

Uno degli articoli del decreto legislativo che ha recepito questa direttiva (l'articolo 22 del d.lgs.109/2012) prevede la possibilità di denuncia del datore di lavoro da parte dello stesso migrate impiegato irregolarmente. Ma in generale, come sottolinea la ricerca “Leggi, migranti e caporali” a cura di Enrica Rigo, “il recepimento italiano tradisce (...) la mancata volontà di ricostruire la complessa filiera dello sfruttamento e di agire su di essa”.

E a quattro anni dalla legge, i numeri parlano chiaro: secondo i dati del ministero del Lavoro raccolti dalla Clinica del diritto dell'immigrazione e della cittadinanza dall'Università di Roma Tre, i permessi rilasciati a ai lavoratori stranieri che hanno denunciato sono stati 8 nel 2013, 8 nel 2014 e 9 nel 2015.

Meno di una goccia nel mare, considerato che il numero dei lavoratori impiegati nel solo settore agricolo che potenzialmente trovano un impiego tramite caporali sono circa 400mila, secondo l'ultimo report della Flai Cgil, e di questi 100mila “presentano forme di grave assoggettamento dovuto a condizioni abitative e ambientali considerate para-schiavistiche”.

Dopo un'estate segnata dalle morti dei lavoratori nei campi, il governo ha deciso di adottare interventi mirati per ripristinare la legalità del lavoro nel settore agricolo e a novembre il Consiglio dei ministri ha approvato un disegno di legge che è attualmente in discussione in commissione Agricoltura e produzione alimentare, insieme ad un ddl a prima firma Dario Stefano (Sel), che sarà probabilmente accorpato a quello del governo.

Il disegno di legge prevede l'inasprimento degli strumenti penali, che vanno dalla confisca obbligatoria che scatta nel caso di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro alla responsabilità amministrativa degli enti fino all'arresto obbligatorio per il delitto di intermediazione e sfruttamento. È previsto anche un piano per l'accoglienza dei lavoratori agricoli stagionali con il diretto coinvolgimento delle amministrazioni statali che dovranno vigilare sulle condizioni di lavoro.

Il problema però è che mancano i controlli e che, soprattutto, condizioni oggettive e ovvie come la necessità per il migrante di continuare a lavorare, la mancanza di informazioni da parte dei lavoratori e la varietà di forme che assume il cosiddetto caporalato, rendono di fatto molto difficile il contrasto al fenomeno e molto improbabile la denuncia da parte dei lavoratori.

Giovanni Mininni, segretario della Flai – Cgil, la sigla che rappresenta i lavoratori dell'agroindustria, spiega che “il problema è che spesso il caporale è visto non come uno sfruttatore, ma come la persone anche permette di lavorare” e che di fatto “al momento non ci sono strumenti per permettere al lavoratore che denuncia di continuare a lavorare”.

 

 

Dall’introduzione nel codice penale del reato di caporalato, come evidenzia il report di Flai Cgil, sono circa 355 i caporali arrestati o denunciati, di cui 281 solo nel 2013.

In ogni caso, oltre al reato di caporalato e alle norme contenute nel decreti legislativo del 2012 esiste anche un'altra norma contenuta nel testo unico sull'immigrazione e che riguarda “semplicemente l'approfittare dello stato di bisogno delle persone e della loro necessità di lavorare”, come spiega Jean Renè Bilongo, Flai Cgil. Le denunce però sono poche perché “sono pochi i casi in cui la premialità è riconosciuta – sottolinea Bilongo -. Il problema di fondo, per farla breve, è che la normativa è sparsa in più testi, non c'è organicità: andrebbe messo a sistema tutto l'impianto”.

 

 

Inoltre, sempre per quanto riguarda il recepimento della direttiva, l’Asgi, l'Associazione studi giuridici sull'immigrazione, ha presentato un esposto alla Commissione europea, rilevando diverse violazioni nell’applicazione concreta della direttiva del 2009, che a suo tempo sempre Asgi aveva criticato sottolineando come il governo Monti “abbia dimostrato – come si legge nella relazione dell'associazione - un’evidente riluttanza nella realizzazione dello scopo precipuo della direttiva, che consiste nell’efficace contrasto dello sfruttamento di lavoratori di paesi terzi privi di titolo di soggiorno “

Gli aspetti criticati da Asgi sono in particolare l'illegittima limitazione del concetto di sfruttamento, la mancata adozione di alcune delle sanzioni amministrative previste dalla direttiva, la totale violazione del fondamentale obbligo di informazione e la mancata agevolazione delle denunce.

L’articolo 13 della direttiva, impone infatti agli Stati membri di provvedere “affinché siano disponibili meccanismi efficaci per consentire ai cittadini di paesi terzi assunti illegalmente di presentare denuncia nei confronti dei loro datori di lavoro”, sia direttamente che tramite sindacati o associazioni. Asgi precisa come “l’effettiva agevolazione delle denunce non possa prescindere dalla disponibilità di misure di assistenza effettiva alle vittime di particolare sfruttamento, che dovrebbero essere assicurate con modalità analoghe a quelle previste per le vittime di tratta”.

 

Alle critiche di Asgi fa eco anche lo studio a cura di Enrica Rigo che precisa come “la nozione di sfruttamento lavorativo implementata dall’art. 22 del t.u. immigrazione non corrisponde a quella offerta dalla Direttiva”. Mentre infatti la direttiva fornisce una nozione ampia per cui lo sfruttamento “si ravvisa ogniqualvolta ci si trovi di fronte a 'condizioni lavorative, incluse quelle risultanti da discriminazione di genere e di altro tipo, in cui vi è una palese sproporzione rispetto alle condizioni di impiego dei lavoratori assunti legalmente, che incide, ad esempio, sulla salute e sulla sicurezza dei lavoratori ed è contraria alla dignità umana'”, la normativa italiana “cristallizza la possibilità di concedere il permesso di soggiorno nelle 'situazioni di grave pericolo, avuto riguardo alle caratteristiche delle prestazioni da svolgere e delle condizioni di lavoro, oppure al verificarsi di casi di impiego irregolare di più di tre lavoratori, o di lavoratori minorenni in età non lavorativa'”.

 

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Team: Simone Sapienza, Daniela Sala,
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