La guerra dei rifiuti. L'eccezione romana

Scheda

Autori:
Enzo Iandolo
Collaboratori:
Giacomo Acunzo
Marco Iandolo
Data: 18 aprile, 2013 - 13:59

Amministrazioni pubbliche, commissari speciali, interessi privati. Sono questi i nodi attorno a cui ruota il problema dello smaltimenti dei rifiuti nella Capitale. Mentre tra deferimenti europei, decretazioni d'urgenza, nomine e governi, cambia tutto affinché non cambi nulla. Soprattutto a Malagrotta.

Da "ROMA, LA GUERRA DEI RIFIUTI" Autore: Massimiliano Iervolino* - Infinito Edizioni

Introduzione
 
I turisti che ogni anno animano le strade di Roma sono milioni, ma oltre le bellezze storiche non possono non accorgersi dei tanti disagi che la città eterna mostra loro, rendendo manifesta la discrasia tra la maestosità monumentale e la governance della Capitale. Roma avrebbe meritato tutt’altro invece, anno dopo anno, la situazione è rapidamente peggiorata. Questa negativa escalation nasce come diretta conseguenza di una classe politica inadeguata, manchevole di volontà rinnovatrice e incapace di creare il giusto connubio tra le bellezze storiche della città e un reale progresso di cui avrebbe dovuto godere esclusivamente la gente comune. È mancata di certo, in questi lunghi anni, una visione lungimirante e un’anima riformatrice, si è pensato esclusivamente al tirare a campare. I potenti e prepotenti di turno hanno fatto scempio delle leggi provocando disservizi e gravi problemi in diversisettori. Eppure in occasione di ogni tornata elettorale che ha riguardato la Capitale, velocemente abbiamo assistito alla discesa in campo di migliaia di candidati pronti a contendersi la carica di sindaco, di consigliere comunale e municipale. Agguerritissimi e disposti a tutto, abili organizzatori di cene, li si è visti distribuire “santini”, allestire comizi, affiggere manifesti (abusivi!), dispensare sorrisi ammiccanti e anche sottoscrivere patti con il “diavolo” pur di arrivare a ricoprire un ruolo istituzionale a Roma. Oggi, volgendo lo sguardo al tempo passato, si fatica a comprendere cosa sia realmente cambiato. Indicativo forse che gli eletti siano stati quasi sempre gli stessi; qualcuno direbbe: “Italiani brava gente”, nel nostro caso è di certo più appropriato scrivere: “Romani brava gente”. Le elezioni si susseguono ma i problemi della Capitale d’Italia restano immobili a testimoniare un’alterità che non c’è. Nessuno, letteralmente nessuno, di coloro che ha governato è stato capace di risolvere le grandi questioni che soffocano la città eterna, dall’urbanistica inadeguata all’emergenza casa, dai problemi di traffico all’insufficiente trasporto collettivo, dalle grane relative all’inquinamento alla sporcizia. A rendere ancora più Roma, la guerra dei rifiuti critica la situazione, lo stato debitorio in cui versa il Campidoglio. Si vocifera di oltre dodici miliardi di euro di deficit, anche se dell’ammontare esatto non c’è certezza. Nella storia che ci accingiamo a raccontare i passivi del Comune di Roma, insieme a quelli della Regione Lazio, svolgono un ruolo preminente.
 

La voragine del debito pubblico italiano è stata in buona parte creata dalla partitocrazia. L’aumento costante della spesa, infatti, è servito ai partiti per controllare il consenso, e quindi i territori. Questo comportamento si è perpetrato per decenni attraverso lo sfregio di leggi e di diritti costituzionalmente riconosciuti. Roma non ne è stata di certo esente. Il saccheggio si è perpetrato ovunque, tant’è che, come vedremo, laddove si farà richiesta diinvestimenti utili al fine di rispettare le norme in materia di rifiuti, la risposta  non potrà che essere in linea con chi vive quasi sull’orlo del baratro, ovvero: “Le casse sono vuote!”. Nonostante la gravissima crisi finanziaria che l’Italia vive, l’arroganza del potere avanza impunemente in ogni dove, superbia onnipresente anche in Campidoglio laddove la compravendita del consenso è di casa. A titolo d’esempio si riporta una vicenda, accaduta verso la fine del 2009, a un cittadino che ebbe l’ardire di scrivere una e-mail a un consigliere comunale di Roma, nella quale poneva un semplice quesito: “Caro Patrizio, scusa se ti disturbo, ma in via Tacito l´Ama ha piazzato dei cassonetti in modo assolutamente sconcio, senza nessuna logica, seguendo probabilmente delle pressioni di qualche raccomandato. Mi fai sapere se esiste una normativa comunale in merito ed eventualmente come agire per far ripristinare un regolare ordine?”.
La risposta del rappresentante istituzionale: “Egr. Dott. (…), nella sua email Lei mi segnala una problematica personale che esula dalle mie competenze.
Sarebbe svilente se un On. si dovesse occupare di cassonetti – o monnezza, come dicono a Roma – tanto più se gli stessi si trovano dinanzi a un´attività imprenditoriale di un privato. Con profondo rammarico noto (...) che lei non comprende il senso, né la ratio della Mia attività politica! Cercherò di essere chiaro. Lei, alle elezioni che mi hanno visto trionfatore non mi ha votato – anzi più volte nel corso degli anni ha manifestato antipatia nei confronti di Berlusconi (...) E allora nasce spontanea una domanda: perché si rivolge alla mia persona? Io per quale motivo dovrei adoperarmi per lei? Forse mi reputa un idiota che si fa sfruttare da chiunque? Oppure, cosa ancora più offensiva, il suo servetto? Io lavoro solamente per chi mi vota in quanto faccio politica, non il missionario. (...) Sarebbe svilente e umiliante per la mia persona, la mia competenza e la mia professionalità consentire a chiunque di chiedermi favori che, come nel caso di specie, esulano dalle mie competenze. Pertanto: 1) O si impegna formalmente – stipulando un patto di sangue con il sottoscritto – a votare nel 2013 il sottoscritto On. (…) al Comune di Roma e il dir. (…) al municipio XIX; 2) O, se lei non è intenzionato, non si rivolga alla mia persona. Desidero infine segnalarle che per avvalersi della mia professionalità deve preventivamente fornirmi: nome, cognome, indirizzo di residenza affinché io possa schedarla nella mia rubrica individuando la sezione elettorale dove lei vota al fine di controllare se esprimerà o meno la preferenza nei miei riguardi. E poi: il suo telefono di casa, il cellulare e l’e-mail al fine di poterla rintracciare quando ci servirà il voto suo e della sua famiglia. Se non se la sente di instaurare con il sottoscritto tale tipologia di patto la invito a rivolgersi alle persone che lei vota. (...) Io non mi faccio prendere per il culo da nessuno!”. On. (…) (Pdl).
Due concetti, più di altri in questa missiva, destano turbamento: “..Un patto di sangue..” “ ..affinché io possa schedarla..”. Il primo esprime un metodo in voga ai boss della criminalità organizzata che, nel momento dell’accordo con coloro che di seguito diventeranno affiliati, parlano giustappunto di sangue e di patti. Il secondo, invece, attiene a una pratica spesso utilizzata da chi vive la politica come ricerca frenetica – attraverso qualsiasi mezzo, compresa la cosiddetta “schedatura” – della preferenza. Sia la prima che la seconda nozione appartengono a un modo partitocratico che Marco Pannella ha sempre definito, in termini tecnici e non morali, tipico di un’associazione a delinquere.
 
Spontaneo chiedersi se la lettera di Bianconi possa o meno ritenersi un caso isolato. Per quanto riguarda l’arroganza del potere forse sì, ma per ciò che concerne il metodo no. A supporto di tale tesi si può analizzare anche il caso di Samuele Piccolo che, da perfetto sconosciuto, nelle elezioni comunali romane del 2006 ottenne ben 8.347 preferenze e in quelle del 2008 11.996, 4.000 in più del secondo classificato. Professionalmente occupato nel marketing ma anche nell’editoria, fu nominato cavaliere dall’Ambasciata somala presso la Santa Sede, “per i meriti legati al suo impegno in ambito sociale”, e pubblicò un libro, Nonni, dedicato agli anziani. L’ormai ex consigliere comunale del Pdl venne (mentre era ancora in carica) accusato dai pubblici ministeri di associazione a delinquere e finanziamento illecito al partito, motivo per cui, insieme al padre e al fratello, finì agli arresti domiciliari. Tutti sono innocenti fino a sentenza definitiva e questo vale senza dubbio anche per Samuele Piccolo, ma il giudizio politico è ben diverso da quello giudiziario. Nella stessa direzione sembrano andare anche le accuse sulla cosiddetta Parentopoli romana dovuta, secondo gli inquirenti, a procedure illecite per alcune assunzioni in Atac e Ama. Le grandi aziende, società ed enti, del Comune di Roma e della Regione Lazio, in parte sono sempre servite ai partiti di centro, destra e sinistra come “assumificio” dei propri affiliati che, al momento del voto, si trasformeranno in utili procacciatori di preferenze per il proprio politico di riferimento. Ma il vero terremoto si scatena durante il governo Polverini. La vicenda inizia quando il giornalista Sergio Rizzo, dalle pagine del Corriere della Sera del 20 agosto 2012, pubblica un articolo dal titolo: Regione Lazio: ai partiti quattro volte più della Camera “Da destra a sinistra non c’è chi non abbia invocato più trasparenza sui soldi pubblici destinati alla politica. Ma di passare ai fatti non se ne parla proprio. Se si eccettuano, naturalmente, alcune meritorie iniziative purtroppo isolate. Qualche settimana fa il gruppo Radicale al Consiglio regionale del Lazio presieduto dall’avvocato Giuseppe Rossodivita ha pubblicato sul sito internet il proprio bilancio. Un documento impressionante, che illumina un angolo del capitolo costi della politica finora tenuto accuratamente all’oscuro.
 
Ovvero, i contributi che le Regioni erogano ai gruppi consiliari”. L’iniziativa dei Radicali, insieme alla vera e propria guerra tra bande che affligge il gruppo regionale del Pdl, porterà la Magistratura a indagare e i giornalisti ad approfondire. Un mondo sommerso verrà velocemente alla luce, rendendo note agli italiani tutti le riprovevoli abitudini di una certa classe dirigente. Da una parte, sbucheranno fuori i bonifici del capogruppo Franco Fiorito per oltre un milione di euro, dall’altra si conosceranno nei dettagli l’ammontare delle spese pazze dei consiglieri regionali del partito di Berlusconi. Soldi pubblici erogati dalla Regione Lazio utilizzati per cene e pranzi al ristorante, aperitivi per gli ospiti, ma anche pubblicità su siti web, contributi ad associazioni “vicine”, cravatte di Marinella, champagne francese da offrire in regalo a Natale e, per finire, le immancabili ostriche e i servizi fotografici d’autore. Lo scandalo locale porterà la presidente Polverini, il 27 settembre 2012, a dimettersi e la Procura di Roma a emettere, il 2 ottobre 2012, nei confronti del consigliere regionale del Pdl Fiorito, ordinanza di custodia cautelare per il reato di peculato. In questo clima e con queste premesse, attendiamo le prossime elezioni, le prossime bandiere, i prossimi candidati con relativi manifesti (abusivi!), perché tutto dovrà cambiare per non far mutare assolutamente nulla. Diciamo la verità: di scelte coraggiose e riformatrici se ne sono viste ben poche a Roma. Le recenti e anche passate cronache stanno a indicarci miseramente che la coerenza, poi, non è di certo virtù appartenente a chi siede in Campidoglio o a chi ha governato la Regione Lazio. Al massimo si è pensato a lucrare per poi poter accrescere il proprio potere politico. Basti pensare ai diversi sindaci che hanno tentato in seguito la scalata a Palazzo Chigi. Risolvere i problemi, dunque, non è mai stata la priorità di questa classe partitica. Anzi, se alcune cose si potevano nascondere, non si è mai indugiato un minuto nel farlo. Tutti concetti dimostrabili facilmente soprattutto in materia di smaltimento dei rifiuti. Non è forse verità acquisita che, per lunghi anni, destra, centro e sinistra hanno occultato il problema rifiuti attraverso la discarica di Malagrotta? Un enorme invaso che ha suscitato l’ira dei cittadini della zona ma, nonostante questo piccolo dettaglio, la classe politica ne ha sempre rimandato la chiusura. Perché? Dando un veloce sguardo a documenti d’archivio, ci si accorge che già negli Anni ‘90, Malagrotta era al centro d’una controversia feroce tra gli abitanti della zona e la classe politica romana. Corsi e ricorsi storici, verrebbe da dire. Riportiamo a dimostrazione di ciò che s’intende dimostrare in queste pagine un trafiletto tratto da l’Unità del 1991: “‘Buffoni, l’aria fritta non ci piace. Tante chiacchiere e nessun impegno’. La gente di Malagrotta si è sentita presa in giro e ha occupato l’aula consiliare. È finita così la discussione sui rifiuti alla Pisana. Ore di tensione, trascorse con il timore di nuove cariche per gli abitanti di Massimina e Ponte Galeria. ‘Occupazione, occupazione’ ha gridato Rocco del comitato difesa ambientale Massimina. E il sacerdote Don Lucio Pollini: ‘Non fatemi parlare, è meglio!’”. Continuando: “Intanto a Malagrotta, a presidio ultimato, la discarica ha ripreso a seppellire montagne di rifiuti. I lavoratori dell’Amnu hanno lavorato a pieno ritmo. Ma l’emergenza rifiuti in città non è finita, ci sono ancora per le strade cinquemila tonnellate di rifiuti non raccolte. Le zone più colpite sono il litorale, l’Aurelia, la Flaminia e la Cassia”. Emergenza rifiuti a Roma, proteste dei movimenti cittadini, sciatteria della classe politica già allora? Che cosa è cambiato in oltre due decenni? Nulla o quasi: destra, sinistra e centro hanno continuato a tuonare sulla chiusura di Malagrotta ma oggi, mentre scriviamo, abbiamo notizia che il nuovo Commissario all’emergenza rifiuti, Goffredo Sottile, sta pensando a una nuova proroga dell’ottavo colle fino al giugno del 2013. Ritornando alle vere cause che sottendono alla mancata chiusura dell’invaso della Valle Galeria, le motivazioni sono molteplici. I problemi relativi alla discarica più grande d’Europa sono sempre stati posti da una, seppur competente, piccola parte della popolazione, quindi lapalissiano chiedersi: quale peso costoro potevano esprimere su circa due milioni e mezzo di elettori? E già, in questo nostro Paese si tende a ragionare così: più si è numerosi, più voti si riesce ad accaparrare, più facilmente si conquista il diritto di parola e, forse, di ascolto. Ma c’è anche un’altra questione, tutt’altro che secondaria, collegata a questo ragionamento: il vero motivo per cui si è arrivati ad avvelenare un territorio è la mera questione economica. Al potere partitocratico i soldi servono per accrescere il numero delle proprie truppe cammellate, quindi poco importa che gli stessi denari occorrano per garantire servizi nel rispetto delle leggi. Così è stato a Malagrotta, laddove si è preferito buttare di tutto in discarica perché economicamente conveniente rispetto all’avvio di un concreto ciclo virtuoso dei rifiuti nella Capitale. Quindi al diavolo le direttive europee, le leggi nazionali e la salute della gente. Ma anche in politica, così come nella vita, i nodi prima o poi vengono al pettine. Quando questo accade, sono dolori. Ed è proprio il nostro caso.
 
La discarica di Malagrotta deve essere chiusa. Affermazione, questa, che necessita un’utile premessa. Tale obbligo, che si spera venga rispettato, lo si deve esclusivamente alla tenacia di alcuni abitanti della Valle Galeria i quali, armandosi di buone pratiche di diritto europeo, hanno “costretto” Bruxelles a riaprire la procedura d’infrazione sull’invaso della città eterna. Questo atto ufficiale ha obbligato successivamente il sindaco di Roma Alemanno e la governatrice Polverini, al di là degli immancabili annunci, a doversi davvero occupare della questione. Con quali risultati? Imbarazzanti, a voler essere buoni! Questo non è un libro che tratta esclusivamente di rifiuti, ma è un testo che vuole dimostrare, qualora ce ne fosse ancora bisogno, come di fronte a situazioni che dovrebbero portare a delle scelte strategiche per il bene comune, la partitocrazia continui a essere assolutamente inadeguata. Al massimo, come vedremo, tenterà di fare necessità virtù (la loro!) con manovre indirizzate alla sostituzione del monopolista Manlio Cerroni, patron di Malagrotta, con aziende di loro esclusiva, o quasi, proprietà, scatenando una vera e propria guerra dei rifiuti. Il racconto, proprio per questo, si può dividere in due grandi tronconi. Nella prima parte si descriveranno gli stratagemmi messi in campo dalla Regione Lazio e dal Comune di Roma per potersi finalmente accaparrare il massiccio business dello smaltimento. A tal proposito, assisteremo al tentativo di procedere alla chiusura di Malagrotta, cui sarebbe seguita ovviamente la contemporanea defenestrazione di Cerroni, tentativo ufficialmente fallito con le dimissioni da Commissario speciale ai rifiuti del prefetto Pecoraro. Nella seconda parte invece si esporrà l’operato del nuovo Commissario Goffredo Sottile, che dovendosi districare tra le macerie lasciate dal suo predecessore, riterrà opportuno un riavvicinamento istituzionale con l’avvocato Cerroni. Il minimo comun denominatore di questi due periodi rimane esclusivamente e miseramente la frenetica ricerca di uno o più buchi adatti asostituire l’invaso più grande d’Europa. Si parte dalle sette aree indicate dallo  studio preliminare della Regione Lazio al sito di Monte Carnevale, suggerito da Clini, il ministro dell’Ambiente del governo guidato da Mario Monti, per poi arrivare dalle quattro zone militari alle dodici cave individuate con metodi cartografici dalla Provincia di Roma. Risultato? Anche in questo caso, nessuno. In questa vera e propria guerra un ruolo fondamentale lo svolgono i cittadini dei territori coinvolti dal toto-discarica. In molti li rimproverano di essere affetti dalla sindrome di Nimby (Not in my back yard, “non nel mio cortile”), in pochi riusciranno a contestare la totale infondatezza di tale accusa. Una critica del genere avrebbe senso e potrebbe essere accettabile in uno Stato che rispettasse alla lettera le leggi che si è dato. Purtroppo ciò non accade oggi, così come non accadeva ieri, in Italia. La verità è tanto semplice  quanto, per alcuni, amara da digerire: la crisi dei rifiuti a Roma altro non è che la diretta conseguenza della mancata applicazione delle norme in materia vigenti. Queste inadempienze si perpetrano da almeno tre lustri. Ciò spinge i cittadini ad avere poca fiducia nelle istituzioni e come dar loro torto? Basti pensare all’affaire-Campania dove, in nome dell’emergenza, si è pensata e attuata l’apertura di discariche persino nel Parco nazionale del Vesuvio, area protetta! E ancora, come dimenticare la nuova procedura di infrazione inflitta all’Italia dalla Commissione europea per le famose centodue discariche esistenti e non a norma?
 
Nonostante queste considerazioni, diversi politici, quando qualcuno afferma correttamente che in Italia non esiste lo stato di diritto, rispondono che, come al solito, si tende a esagerare. L’attuazione e il rispetto delle norme  è la miglior garanzia che può opporre il cittadino ai soprusi perpetrati, questo è lo spirito delle leggi. Quando ciò non avviene, così come è accaduto nel caso in esame, il caos aumenta. Disordine che prelude all’intervento della Magistratura, che attualmente indaga su diverse ipotesi di reato, tutte riferite al ciclo dei rifiuti a Roma. Confusione che porta la Commissione bicamerale Ecomafie ad adoperarsi per la ricerca della verità. Pandemonio che spinge gli organi predisposti al controllo a certificare l’elevato inquinamento della Valle Galeria. Scompiglio che richiede la discesa in campo del ministro dell’Ambiente Clini, il quale si trova ad affrontare una situazione talmente incancrenita da adombrare l’unica spaccatura nel governo Monti. È così che un problema locale si trasforma in nazionale. La classe politica che, per anni, ha governato Roma e la Regione Lazio, ha fallito, la questione Malagrotta ne è la riprova innegabile. Quest’ultima affermazione non sembra essere di patrimonio comune, tant’è che, a ogni manifestazione organizzata sul tema, non sono mai mancate le bandiere di quegli stessi partiti che, nel corso degli anni, hanno portato Roma sull’orlo di una crisi ambientale e sanitaria. Purtroppo la mancanza di libera informazione, insieme alla memoria storica, è condizione necessaria ma non sufficiente per continuare a distruggere lo stato di diritto. Ripetiamo: italiani brava gente ed aggiungiamo, romani brava gente. Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. È bene chiarire, infine, come queste pagine non prefigurano l’obiettivo di avvalorare le tesi dell’antipolitica ma ci si augura rappresentino una storia utile e corretta atta a smascherare il vile comportamento partitocratico della classe dirigente romana. Chi scrive ha un rispetto totale nelle istituzioni quale luogo per la difesa della democrazia, contro qualsiasi totalitarismo, estremismo e qualunquismo. Ora, però, è giunto il momento di passare al racconto puntuale della guerra dei rifiuti, dove la sciatteria e la malafede è degna compagna di questa storia.
 
(Dello stesso autore è in uscita il libro ""Il rifiuto del sud" - Di Girolamo editore). 
 
 

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Team: Simone Sapienza, Daniela Sala,
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