Il destino dei cristiani montagnard in Vietnam

Scheda

Autori:
Isabella Mecarelli
Data: 13 novembre, 2011 - 03:19

Oppressi e sfruttati come souvenir per turisti. L'incontro con il popolo dimenticato, alla vigilia di un Natale proibito

I Montagnard o Cristiani Degar, «figli delle montagne», come si autodefiniscono, sono una popolazione diffusa prevalentemente in Vietnam, Cambogia e Laos. Nella lingua vietnamita sono chiamati, spregiativamente, "moi" (selvaggi) o "nguoi dan toc" (popolo tribale). Negli anni settanta erano stimati attorno ai due milioni e mezzo di unità nell'intero Vietnam. Mantenendo il tasso di crescita del resto nella nazione, nel 2006 avrebbero dovuto essere circa sei milioni di individui, ma tenendo conto degli eccidi, dei massacri, e delle oppressioni subite, i superstiti sono sono poche migliaia di persone. Abitano in una vasta area che il regime erede di Ho Chi Min sta disboscando, ma per il quale nessun ambientalista è insorto, nessun intellettuale ha scritto libri, nessun pacifista ha mosso un dito.

Nel 1961, gli Stati Uniti strinsero un'alleanza con i Degar e li arruolarono per combattere i comunisti del Nord.

La fine della guerra, nel 1975, segnò l'inizio del genocidio. I comunisti videro nei "Figli delle Montagne" i traditori, alleati del nemico americano. Arresti sommari, massacri indiscriminati e torture. Furono abolite le tradizioni montagnarde, gli uomini incarcerati, le donne schiavizzate, i bambini esclusi dall'istruzione, gli anziani rinchiusi in una sorta di gulag denominati "villaggi dei pensionati", le Chiese sigillate, i cristiani massacrati perché ritenuti collaborazionisti della CIA, la proprietà privata espropriata e affidata alla popolazione di origine vietnamita.

Il 24 e 25 dicembre 2001 circa 200 poliziotti e soldati vietnamiti più centinaia di cittadini vietnamiti che vivono nella regione, si sono recati nei villaggi Montagnarded hanno distrutto tutte le decorazioni natalizie. Hanno minacciato di arrestare, picchiare e imprigionare i Montagnard che fossero usciti dalle loro case per la preghiera.

Ma il dramma dei montagnards non era finito. Il 10 aprile 2004, a seguito di una manifestazione nonviolenta di preghiera in oltre 150.000 per chiedere l'intervento della comunita' internazionale negli altipiani centrali del Vietnam a tutela dei loro diritti fondamentali, migliaia di persone sono state violentemente aggredite dalle autorità comuniste, che hanno represso nel sangue la manifestazione. Le fonti, fondazioni che sostengono la causa e i diritti dei "Figli delle montagne" parlano di circa 300 morti, migliaia di feriti, e centinaia di persone rapite o scomparse.

E' un genocidio in piena regola. Ancora una volta, solo i Radicali, i missionari (cattolici e protestanti) e qualche rapporto di Human Rights Watch sono gli unici ad occuparsene.

Da quando, nel 2001, il Partito Radicale ha consentito a Kok Ksor di interloquire con le Nazioni Unite, il Vietnam ha lanciato una campagna di diffamazione nei suoi confronti e del Partito Radicale, definendo lui un «terrorista» e, dunque, i Radicali come collaborazionisti, cercando poi per due volte di silenziarlo con la richiesta di espulsione dei Radicali dall'Onu; richiesta poi non accolta in seno alle Nazioni Unite.

Kok Ksor, leader dei Montagnard parteciperà al Congresso del Partito Radicale (Roma 8-11 dicembre).

 

Intervento di Kok Ksor, leader della Montagnard Foundation al Consiglio Generale del Partito Radicale - 29 maggio 2010

 

FRA I MONTAGNARDS DEL VIETNAM

Servizio di Isabella Mecarelli

 

VISITA DEL MERCATO DI BAC HA

Per raggiungere la zona a nord del Vietnam, dove risiedono le tribù dei montagnards, occorre partire da Hanoi e fu proprio alla stazione di quella città che mi recai con la mia guida, Gnu, il treno viaggiava di notte.

A Laocai, punto d’arrivo della ferrovia, acquistammo i biglietti di transito indispensabili per entrare nel territorio. Funziona così in questo paese: esiste un pedaggio per recarsi da un dipartimento all’altro. Inoltre, nel nostro caso saremmo entrate in una zona particolare per cui, almeno in teoria, i proventi sarebbero stati devoluti a vantaggio della popolazione particolarmente bisognosa.

Superato un posto di blocco, entrammo in una zona proibita al turismo fino a pochi anni fa, abitata da popoli chiamati ancora col termine generico di montagnards che gli attribuirono i francesi. Abitano ampie zone del Vietnam interno per tutta la lunghezza del paese e quelle attorno a Sapa sono tribù di confine. Sistemati in villaggi sparsi fra le risaie, questi gruppi vivono appartati.

La strada che percorrevamo appariva in buone condizioni per un certo tratto, ma avanzando nell’interno il nastro d’asfalto si restringeva deteriorandosi fino a diventare per lunghi tratti una pista bianca.

La vegetazione sulle pendici delle montagne non appariva fitta, ma si diradava in chiazze mostrando come il territorio, un tempo interamente ricoperto da foreste, avesse subito secoli di degrado. L’erosione interessava tutta l’area.

Diverse frane si susseguivano ai bordi delle strade, prive di baluardi di protezione. Una pioggerellina sottile imperlava i finestrini velando con uno strato di goccioline le immagini inquadrate dalla macchina fotografica.

I motociclisti ci superavano sfrecciando, alcuni avvolti in poncho impermeabili, ma i più viaggiavano scoperti. Scorgevo carichi sempre più strani ed ingombranti accatastati in precario equilibrio sugli striminziti portabagagli dei motorini. C’era di tutto. La scena più esilarante fu quella di un cavallino trasportato legato di traverso sul portabagagli di una motoretta, per non parlare di una catasta di pali collocati sempre di traverso, così lunghi da occupare la larghezza della carreggiata. Ma queste che stupiscono e divertono tanto i turisti, sono scene di ordinaria amministrazione in Vietnam.

Ancor prima di entrare nella periferia del piccolo centro di Bac Ha, dove si svolgeva il mercato settimanale, ci imbattemmo in alcune indigene ritardatarie. Questa è una zona abitata in prevalenza dai H’Mong a Fiori emigrati qui dalla Cina nel XIX secolo. Non sono presenti solo in quest’area, ma anche nel resto del Sud-est asiatico. Molti di loro si sono trasferiti in Occidente per sfuggire alla guerra. Di etnia H’mong erano gli asiatici, vicini di casa di Clint Eastwood, nel film “Gran Torino”.

Le donne dagli abiti estremamente colorati e fotogenici, sono l’attrazione principale dei turisti, oltre ai prodotti dell’artigianato locale, anch’esso variopinto, perché si tratta soprattutto di stoffe, confezionate in sciarpe di seta o cotone di ogni tinta e gradazione; di gonne, le stesse usate dalle indigene; di pesanti gioielli d’argento. Tutto è ancora autentico ed originale, prodotto ad uso e consumo dei locali, anche se ovviamente attira ormai le frotte di turisti che hanno cominciato ad invadere la zona.

La folla si infittiva man mano che si procedeva verso il fondo della valle, dove il mercato si animava ancor di più arricchendosi di suoni e odori. Procedevo fra la calca delle donne, vestite di tutto punto, con gonne a pieghe dall’orlo nero o rosso, decorate da una fantasia di righine multicolori dai toni rossi viola blu su sfondo bianco, alternate a geometrie stilizzate. Portavano per copricapo fazzoletti in tinta unita azzurri o fucsia e alla vita un grembiulino con la stessa decorazione della gonna, stretta da una cintura di stoffa, e la borsa legata a mo’ di marsupio. Uno scialle dai colori analoghi alla gonna avvolgeva le loro spalle nascondendo in parte la vistosa pettorina d’argento che gli ricadeva sul petto. Ai piedi sandali di plastica.

Era il mercato del sabato, evento atteso di ogni settimana, occasione di riunione sociale ed economica, ma anche ludica e mangereccia.

Sotto una tettoia di cemento erano raccolti i macellai che esponevano sui banchi gran quantità di pezzi di grasso, nauseabondi alla vista. Gnu mi spiegò che ciò era dovuto al freddo e all’esigenza di questa popolazione di nutrirsi così per fronteggiarlo, ma non mi convinse, preferii attribuirlo all’estrema povertà. Anche le spezie abbondavano: cascate di peperoncini, mucchi di aglio, erbe locali, formavano montagnole ovunque sul terreno.

Al riparo di un’altra tettoia era allestito un ristorante rudimentale: un fornello e semplici tavole di legno e panche mal ridotte, dove gli avventori si accomodavano per il pasto. Fumi densi si levavano da pentole e yok; le cuoche riempivano i piatti di carne e riso fumiganti; il tutto era annaffiato dalla birra.

Erano le donne le protagoniste di questo spettacolo folkloristico. Erano loro la maggior parte dei venditori e dei compratori. Si aggiravano con la gerla sulle spalle a mo’ di zaino, da cui spuntava il manico dell’immancabile ombrello, dato il clima di queste parti quasi sempre piovigginoso, e dove spesso sporgeva anche la testolina di un bambino con gli occhioni sgranati, che scrutava con aria interrogativa la folla variegata. Altri piccoli con gli occhi chiusi, cullati dal lento procedere della madre, giacevano sprofondati nel sonno.

Queste donne, minute, montanare dai gesti calmi, misurati, delicate nei modi e timide in apparenza, nascondevano tuttavia, dietro un’apparente fragilità, la forza della determinazione che deriva dal senso di responsabilità richiesto a chi risiede in una terra rude, avara, dove solo una fatica quotidiana consente di sopravvivere. Sorridono queste piccole donne, conversano e scherzano tra loro addossate in piccoli crocchi variopinti, come tante modelle, splendidi soggetti fotografici ancora pressoché inconsapevoli. Alcune si schermiscono, levando le mani davanti all’obiettivo; c’è chi si volta per proteggersi dallo scatto, chi resta indifferente, chi sorride spontaneamente.

Non che manchino uomini nella mischia, ma indossando vesti scure o incolori, paiono scomparire in un anonimato tutto maschile. Ti devi sforzare per notarli. Allora li trovi intenti soprattutto a contrattare l’acquisto di strumenti agricoli: vanghe di ferro, lunghi manici di aratri di legno. Certi siedono con la lattina di birra in mano osservando lo spettacolo dei gruppi che si formano e si disgregano. Altri li vedi intenti a parcheggiare moto e motorette, in gran parte antiquate, in genere di fabbricazione cinese, pochissime nuove fiammanti. Alcuni individui spiccano solo perché indossano il tipico copricapo verde dei vietcong; altri usano cappelli da rangers flosci; i più sono a capo scoperto.

C’erano intere famiglie riunite per il pranzo e si capiva che quel giorno di sagra costituiva un importante diversivo, una pausa attesa per la sospensione temporanea dal lavoro, una fonte di divertimento, un’occasione preziosa che consentiva la comunicazione fra gruppi altrimenti isolati per il resto della settimana nelle fattorie dei dintorni.

 

VISITA DEL VILLAGGIO DI TA PHIN

Lasciato il mercato di Bac Ha, tornai verso il fiume Chay per visitare un villaggio di ‘Mong neri molto primitivo, dal nome di Ta Phin.

Qui non c’erano case in muratura come a Bac Ha. La vegetazione che lo contornava era composta da arbusti più alti e comprendeva anche alberi di pino.

Una finissima pioggerellina ci scortò durante la salita, e con essa uno stuolo di donne delle minoranze Dao e Meo, che, accodandosi al gruppo degli stranieri, si dispose in breve in due ali che ci fiancheggiarono lungo il percorso. Erano vestite quasi totalmente di nero, con la parte inferiore dei pantaloni decorata a motivi geometrici: erano colori piuttosto sobri a paragone di quelli delle ‘mong a fiori, perché prevalevano il beige e il giallo.

Un altro gruppo di paesane era in attesa all’ingresso del villaggio, nel punto dove si doveva pagare il pedaggio.

Un cartello, sistemato bene in vista, invitava i visitatori a seguire certe norme di comportamento, fra le quali non entrare nelle case dove era esposta una canna di bambù, chiedere il permesso ai locali per scattare le foto e non fotografare i bambini. Su questo punto sperimentai la ritrosia delle madri che, se notavano qualcuno che tentava di contravvenire al divieto, riparavano immediatamente i figli con l’intenzione di proteggerne l’anima. Ma alcune li offrivano all’obiettivo in cambio di denaro.

L’accoglienza riservata ai turisti comprende l’offerta di oggetti di artigianato: le donne che li attorniano lungo la strada, offrono il frutto del loro lavoro con una determinazione, che anche se non risulta un vero e proprio assalto, provoca un certo imbarazzo. Hanno tutte bisogno. Come si fa a soddisfarle tutte?

Entrammo in una casa tipica, messa a disposizione per le visite turistiche, ma abitata davvero. Ancora desolazione: si trattava più che altro di una capanna, una vasta capanna dal tetto a spioventi di lamiera ondulata. Le donne ci scortarono fino all’ingresso dove sostarono pazientemente sotto la pioggerellina insistente, cariche delle loro gerle, riparate dagli ombrelli: le animava la sottile speranza di incrementare i loro affari alla nostra uscita.

L’interno dell’abitazione consisteva in un unico vano, ampio, con una sola apertura, che faceva anche da ingresso, dato che in quei luoghi non usano le finestre con l’intenzione di difendersi dagli spiriti maligni. Paradossalmente gli stessi spiriti potrebbero entrare comodamente dalle pareti formate da assi sconnesse, dove si aprono larghi interstizi, invitanti anche per gli spifferi che devono essere piuttosto gelidi in queste zone montane.

L’arredo, estremamente povero, era sovrastato da, forse l’unico lusso, una lampadina.

In un settore della parete a sinistra dell’ingresso erano appese le foto a colori dei membri della famiglia: le donne sorridevano sotto pittoreschi copricapi, monumentali turbanti di color rosso; i membri della famiglia al completo posavano solenni davanti all’obiettivo; militari in divisa erano colti nell’atto di sollevare i fucili in segno di vittoria. A fianco dei ritratti, troneggiava l’effige ben più grande di Ho Chi Minh, genio tutelare delle case vietnamite, l’antenato di tutti.

Il letto matrimoniale, rivestito di un’imbottita dai colori sgargianti, era collocato in un angolo, affiancato da un rudimentale armadietto per i vestiti; delle zanzariere pendevano dal soffitto. Una massa di ciabatte di plastica e scarpe da ginnastica spuntava da sotto il letto.

Questa descrizione così minuziosa ritengo sia anche esauriente perché comprensiva di tutte le ricchezze di quella famiglia, che era considerata fra le più “facoltose” del villaggio.

Usciti fuori, mi avvolse una bruma ancora più fitta. Ritrovai tutto lo schieramento delle “signore” che avevano attesa pazientemente la fine della nostra visita. Sempre decise a far affari, lungo il percorso del ritorno, tornarono alla carica. Si discendeva così in corteo il sentiero fra le capanne, alcune delle quali erano sopraelevate su palafitte.

 

LA VALLE DELLE RISAIE DI LAO CHAY

Quella mattina avevo in programma una gita che si prospettava interessante e tutta particolare.

Mi recai con Gnu alla rivendita dei biglietti perché l’ingresso nella valle, meta della visita, era a pagamento.

Ci arrestammo oltre il posto di blocco situato all’inizio della strada che attraversava la regione di Lao Chay. Appena scesi dal pullmino, fummo immediatamente attorniati da donne e bambini. Si offrivano come guide e vendevano stoffe e tronchi di bambù come bastoni da passeggio.

Le indigene di etnia Dao rosso, che qui avvolgono i lunghi capelli in un grande turbante di stoffa appunto rossa, facevano ala al nostro passaggio, ognuna con la propria gerla sulle spalle: mi sembravo un’esploratrice attorniata da sherpa assoldate per una spedizione. Continuavo a muovermi a zig zag, cercando di evitare i tipi più insistenti, aiutata anche dal fatto che armeggiavo in continuazione con la macchina fotografica. E ce n’erano di immagini da riprendere.

Scendevamo in un paesaggio dove le risaie digradavano in terrazze.

Diversi sentieri serpeggiavano fra i campi, collegando le fattorie sparse sulle pendici. Abitazioni più simili a capanne che a case, ospitavano la popolazione di quella contrada appartata, che viveva della sua economia di sussistenza, dedita ad un lavoro faticoso come è quello dei popoli delle risaie, impegnati quotidianamente a riparare terrazze, scavare canali, curare che l’acqua depositata nei bacini si mantenga al livello giusto, che non difetti né tracimi. Insomma una ininterrotta manutenzione che richiede fatica e anche molta intelligenza.

All’interno le strade erano ridotte a sentieri dove transitavano solo le motorette o le jeep dei più fortunati, in genere i dignitari di partito. Si scorgevano bufali lasciati a sprofondare con le zampe nel terreno acquitrinoso delle terrazze, per smuovere le zolle e favorirne l’areazione. Contribuivano anche in questo modo al lavoro dei campi, oltre che con l’aratura, effettuata ancora con l’aratro di legno. Presso gli stagni stazionavano schiere di anatre e si soffermava a bere una quantità di volatili. Ai bordi del sentiero trotterellavano o sostavano a grufolare fra l’erba maialini neri circondati dalla prole.

A una sosta in un padiglione destinato ai turisti, assistetti alla lavorazione del marmo da parte degli artigiani che producevano con rara perizia usando diversi attrezzi, dallo scalpello al trapano, svariati oggetti decorativi. Con un paziente lavoro di traforo, trasformavano le lastre di marmo in sottili trine.

Passando davanti alla sede scolastica, un edificio comodo e arioso che ospitava le elementari, fummo invitate con i turisti ad entrare, ricevuti con entusiasmo dai piccoli scolari e dalle maestre. Per dimostrarci la loro simpatia, intonarono cori di benvenuto. Gli scolari sedevano disciplinati nei loro banchi mentre cantavano con impegno, con le loro vocine aggraziate.

Nonostante la presenza di scuole tra le minoranze si trova comunque la maggior parte degli analfabeti del paese, perché la tendenza di queste etnie è quella di non mandare a scuola i loro figli. Mentre il 90% degli alfabetizzati in Vietnam appartengono alla popolazione di stirpe vietnamita.

La lingua ufficiale è una lingua tonale, per cui ogni sillaba può essere pronunciata con sei toni diversi, ognuno dei quali dà alla sillaba un significato diverso. Ci sono inoltre le lingue delle 53 minoranze etniche.

Il percorso, il chekin, come lo chiamava, con mio grande spasso, Gnu, storpiando con la sua pronuncia la parola “trekking”, si snodava sempre tra le fattorie, dove si notavano soprattutto le donne intente al lavoro dei campi: chi seminava, chi arava col bufalo, oppure si limitava a farlo camminare sulle zolle sospingendolo con un bastone, chi stendeva i panni su rudimentali stenditoi, semplici rami d’albero appoggiati alle forcelle di altri rami.

La casa che ci ospitò per il pranzo era una tipica abitazione era una tipica abitazione della valle, ma evidentemente più “ricca” delle altre, comunque semplice nella struttura. La famiglia che l’abitava sembrava non avere segreti per gli estranei, infatti tutti gli ambienti erano accessibili ai turisti.

Al nostro pranzo assistettero tenendosi a debita distanza, le “signore” che ci avevano adottato all’inizio e accompagnato nella camminata. Si auguravano certo profitti maggiori ora che i nostri stomaci sazi ci avrebbero reso gli animi generosi fino alla prodigalità. La costanza e la determinazione di queste donne è tale che, senza raggiungere l’invadenza, ma forse proprio per quello, ti costringono a prestargli attenzione.

E’ stupefacente come il loro scarso bagaglio di inglese, dovuto solo alla recentissima frequentazione dei turisti, gli consenta di comunicare fino a intavolare una conversazione, sia pure semplice, ma che permette di scambiare notizie sulla provenienza, l’età, la professione.

Davanti a queste donne dall’apparenza esile, minuta, ma di spirito insospettabilmente energico, dall’indole dolce ma decisa e intraprendente, che sanno come vivere o meglio sopravvivere in quell’ambiente che impone duri sacrifici, perlomeno dal punto di vista fisico ormai ignoti a noi; a contatto con queste persone, curiose di sapere chi sei da dove vieni che mestiere fai (veniamo da un mondo così lontano e incomprensibile) provi la sensazione di esser stato proiettato dalla macchina del tempo, di aver attraversato secoli a ritroso fino a trovarti davanti a incarnazioni della storia.

 

VISITA ALLA CHIESA DI SAPA. INCONTRO CON UN PRETE CATTOLICO

Mi interessava anche conoscere qualcosa di più delle notizie apprese dai giornali sulla situazione del culto cattolico vietnamita. A Sapa avevo notato sull’altra sponda del fiume la cattedrale, con la sua mole imponente, addirittura spropositata per quel piccolo centro. Decisi di visitarla per raccogliere notizie di prima mano.

Dall’interno della chiesa trapelava l’illuminazione e giungevano le voci dei fedeli. Una volta entrata, fui colpita da una luce vivida che illuminava due gruppi di persone: giovani maschi, disposti nelle panche di sinistra e donne di varia età sulla panche di destra, riempivano la chiesa per metà. Era cominciata la funzione della sera: i fedeli alternavano i canti alle litanie; era chiaro che ero capitata durante la recita del rosario.

Il prete che dirigeva la cerimonia, a un certo punto passò con un inchino davanti all’altare per andarsi a collocare nel transetto sinistro, per ricevere le confessioni. I giovani si avvicinavano a turno verso il fondo della chiesa per accostarsi al sacramento.

Spinta dalla curiosità, provo il desiderio di parlare con quel rappresentante di una chiesa perseguitata tanto a lungo dal regime. Mi avvicino al prete, ancora un bel ragazzo, nonostante dichiari di avere 39 anni. Sulle prime appare stupito, ma insieme piacevolmente sorpreso di vedersi davanti una straniera sorridente, una cattolica romana, così visibilmente interessata alle faccende religiose del suo paese, e si sottopone all’intervista, rispondendo di buon grado alle domande.

Nel suo francese alquanto stentato mi spiega che da qualche anno lo stato vietnamita consente ai cittadini di professare liberamente la propria religione, dunque niente più persecuzioni e questo dal 2003 circa.

La decisione è stata certo considerata conveniente dal governo perché eviterebbe così guai ben peggiori per il regime, per esempio l’adesione dei cittadini ad altre ideologie di tipo politico che potrebbero inquinare le loro menti in modo più pernicioso. Già mi risultava chiaro da diversi interventi e commenti della guida, che le autorità, per rinsaldare il loro potere, hanno capito che per apportare linfa allo spirito patriottico, occorre coniugare l’apporto religioso con quello più strettamente ideologico. Questa scelta favorirebbe la compattezza del regime, evitandone un possibile sfaldamento grazie al consenso ottenuto sia attraverso concessioni economiche (la decisione recente di aprire in parte al mercato) sia attraverso concessioni di natura spirituale, come la libertà di culto.

Il sacerdote mi fu molto grato per l’incontro, facendomi capire che l’interesse di correligionari distanti, poteva fare del bene alla sua comunità. Mi congedai perché era giunta l’ora di celebrare la messa. Ma rimasi per assistervi, per meglio conoscere attraverso la funzione lo spirito di quei fratelli vietnamiti e fui ricompensata perché colsi nell’aria una religiosità così particolare, autentica e genuina, quale si può afferrare solo nei luoghi dove sentimenti e ideali hanno conosciuto tanto a lungo oppressione e persecuzioni.

L’indomani, alle cinque del mattino, a Sapa le campane suonavano a distesa.

Ho letto che in tutto il Vietnam le chiese sono circa 6.000. Il cattolicesimo è la seconda religione del paese e la seconda in Asia dopo le Filippine. I fedeli sono 6 milioni specie nel centro e nella regione del Mekong. Dalla fine della guerra sono stati consacrati 2.400 sacerdoti. I vescovi sono nominati solo previa approvazione del governo.

 

Fai Notizia è il format di inchieste distribuite di Radio Radicale

Team: Simone Sapienza, Daniela Sala,
Lorenzo Ascione
 
Sito web: Mihai Romanciuc
 
Vuoi collaborare? Scrivi a internet@radioradicale.it

feedback