La libertà di stampa in Ucraina e l'omicidio di Pavel Sheremet

Scheda

Autori:
Cecilia Ferrara
Credits:
Saken Amyraiev, giornalista russo basato a Kiev
Anna Babinets, giornalista investigativa Occrp-Panama Papers
Ann Cooper, ex direttore Committee to Protect Journalists
Data: 13 febbraio, 2017 - 20:12

Secondo Reporter senza frontiere nel 2016 l'Ucraina è al 107° posto su 180 paesi per quanto riguarda il livello della libertà di stampa. Un posizionamento basso in classifica che tuttavia riflette un incremento notevole rispetto al 2015: in un solo anno Kiev è salita di 22 posizioni, dalla 129 alla 107. Uno dei motivi di questa 'scalata' è sicuramente da attribuire alla rivoluzione cosiddetta di “Euromaidan” che ha portato alla fuga di del premier filo-russo Yanukovic nel febbraio 2014. Intanto, già prima della svolta filo-russa dell'ex presidente Viktor Yanukovic, in Ucraina c'era stata un'apertura nei confronti dei media, nell'ottica di avvicinamento all'Unione Europea molte ingerenze politiche si erano alleggerite e stavano nascendo nuovi gruppi e media indipendenti, spesso su base volontaria. Quando il premier ha annunciato che l'Ucraina non avrebbe più aderito agli Accordi di Associazione per il libero commercio tra Kiev e i paesi membri - con una repentina giravolta in favore di Mosca -  la protesta è iniziata e i giornalisti sono stati protagonisti così come internet e i social media.
 
I giorni di Maidan hanno rappresentato per molte persone in Ucraina un momento di rottura, di vera rivoluzione dove per un periodo la piazza era diventata il centro politico del Paese, in contrapposizione al palazzo di Yanukovic e dei suoi fedelissimi. In quel periodo sono nate pagine facebook, centri di comunicazione, nuovi gruppi di attivisti. Chi sapeva l'inglese o altre lingue aveva deciso che era fondamentale documentare tutto quello che stava succedendo in piazza e raccontarlo al mondo per superare la censura del governo. Un enorme momento formativo per tantissimi giovani. 
“Maidan, la rivoluzione della dignità, è stata fatta con l'aiuto dei giornalisti non solo dagli attivisti e dalle persone che hanno occupato la piazza di Maidan con l'intenzione di cambiare il proprio Paese.  Molti giornalisti hanno aiutato Maidan a diventare una rivoluzione, hanno contribuito a far si che non restasse una manifestazione come un'altra”. Saken Aymuzaev è un giornalista russo che da ormai sette anni ha deciso di trasferirsi a Kiev anche per la pesantezza del controllo governativo che la stampa subisce in Russia
In Ucraina però rimane il controllo degli oligarchi, in particolare sulle tv che ne promuovono il business o le carriere politiche. Lo stesso presidente uscito dalla rivoluzione di Maidan, Petro Poroschenko, è un oligarca proprietario, tra le altre cose, della tv Channel 5.
 
Dall'altra parte la tensione con la Russia seguita all'annessione da parte di Mosca della Crimea e alla guerra nel Donbass alimenta una 'guerra dell'informazione' con i media russi, ma anche quelli russofoni o filo-russi che hanno sede a Kiev
All'inizio del 2017 la televisione indipendente russa Dojd, che subisce molte pressioni anche in patria, si è vista ritirare l'autorizzazione a trasmettere in Ucraina perché avrebbe coperto la Crimea come territorio russo. A settembre una ventina di nazionalisti ha incendiato a Kiev alcuni locali della televisione Inter di proprietà di un oligarca filo russo. Senza contare altri incidenti simili che non raggiungono le cronache internazionali perché avvengono in città minori dell'Ucraina. 
Sempre secondo Reporter Sans FrontieresLa stabilizzazione dell'Ucraina e il fragile cessate il fuoco nell'Est hanno portato ad un abbassamento sensibile degli abusi. Le autorità hanno fatto passare alcune riforme (trasparenza delle proprietà dei media, accesso all'informazione pubblica...), ma l'influenza degli oligarchi sui media resta alta. La guerra dell'informazione con la Russia è inquietante: liste nere di giornalisti a cui viene negato il permesso di soggiorno, paranoia dei servizi di informazione e le zone controllate dai separatisti restano delle zone di non diritto senza giornalisti critici ne' osservatori stranieri”. 
In realtà molti giornalisti stranieri vanno in Donbass a raccontare quello che succede, il problema è che esiste un sito militante ucraino chiamato Myrotvorets (Portatori di pace) che ha iniziato a pubblicare leaks con i nomi dei giornalisti ucraini e stranieri che hanno ricevuto l'accredito per lavorare nelle DNR, le Repubbliche autoproclamate del popolo del Donbass. Il sito parla di giornalisti “canaglie”, e la lista è rimbalzata sui media lo scorso maggio quando è stata rilanciata da un parlamentare vicino al ministro degli interni Avakov. Ricordiamo che la stampa italiana ha pagato un tributo di sangue in Ucraina: Andrea Rocchelli è stato ucciso assieme all'attivista russo Andrey Mironov a Sloviansk nel 2014 in circostanze mai del tutto chiarite dal governo di Kiev. 
 
Non solo: nel 2016 altri episodi hanno assestato un altro colpo alla libertà di stampa in Ucraina. In primavera escono i risultati dell'inchiesta internazionale basata sui Panama Papers che in Ucraina vengono pubblicati grazie alla rete di giornalisti investigativi OCCRP. In quei documenti risulta che Petro Poroschenko, che prima delle elezioni aveva dichiarato che avrebbe venduto tutto il suo business (Poroschenko è conosciuto come il 're della cioccolata' grazie alla sua compagnia Roshen), apre una compagnia offshore alle Isole Vergini Britanniche probabilmente per vendere il suo business – che comunque non ha mai più venduto – senza pagare le tasse in Ucraina. Uno scandalo per un presidente delle Repubblica eletto sulla scia di Maidan. Ma il risultato è stato che i reporter che hanno lavorato sui Panama Papers sono stati pesantemente attaccati e screditati, persino dalle stesse associazioni di giornalisti, per aver attaccato il presidente che starebbe difendendo l'Ucraina dall'aggressione russa. 
Anna Babinets di OCCRP racconta le settimane infernali alle prese con attacchi anonimi e non. “Un sito web molto famoso, che fa analisi dei media, ha iniziato a farci pressione, dicendo che eravamo pessimi giornalisti perché avevamo fatto degli accostamenti poco etici e avevamo fatto un sacco di errori. Ci hanno invitati ad una riunione simile a un processo per riguardare la nostra storia punto per punto per capire se era tutto vero oppure no. Ovviamente era tutto corretto, ma loro hanno deciso che noi eravamo dei manipolatori e hanno rilanciato quest'accusa ovunque. Tanto che ogni sito internet, ogni giornale compreso il Kviyv Post, ha iniziato a parlare di noi  scrivendo che eravamo cattivi giornalisti e nessuno parlava della compagnia offshore di Poroshenko!”.
 
Il secondo episodio è invece l'assassinio del giornalista Pavel Sheremet lo scorso 20 luglio, che ha riportato l'Ucraina ai suoi tempi più bui. Pavel Sheremet, di nazionalità bielorussa, detenuto e attaccato nel suo paese di origine, si spostò in Russia a lavorare per la tv ORT e da 5 anni viveva a Kiev scrivendo per Ukrainska Pravda e collaborando con varie radio e tv. Era un giornalista conosciuto a livello internazionale per la sua integrità, nel 2002 aveva ricevuto il premio del Committee for Protecting the Journalists. Un omicidio che ha sconvolto il mondo del giornalismo ucraino e che li ha riportati alla morte di un altro giornalista molto noto, Georgij Gongadze. Nel 2000 Gongadze ha fondato il sito web indipendente Ukrainska Pravda assieme a Olena Prytula, sua compagna anche nella vita. Nel settembre dello stesso anno è stato rapito e il suo corpo decapitato è stato ritrovato soltanto tre mesi dopo. Il governo di allora, guidato da Leonid Kuchma, avrebbe tentato in diversi modi di intralciare le indagini, attribuendo l'omicidio a motivi personali. Ma in una conversazione rubata e poi resa pubblica è lo stesso Kuchma, a colloquio con il suo ministro dell'Interno, a domandarsi come sarebbe stato possibile fermare Gongadze. L'indignazione nel Paese fu molto forte e nel 2001 ci furono accese manifestazioni contro il governo. Manifestazioni che molti ritengono i primi passi della Rivoluzione arancione del 2004.
 
Anche Pavel Sheremet lavorava per Ukrainska Pravda e tragicamente era l'attuale compagno di Olena Prytula, fondatrice ed editrice del giornale on line e proprietaria della macchina sotto cui era stato messo l'esplosivo per far saltare Sheremet.
Ma diversamente dal caso di Gongadze, il movente e gli autori materiali dell'omicidio di Sheremet sono ancora sconosciuti. “La versione ufficiale e che c'entri con i suoi legami Mosca: perché lui viene dalla Russia, ha contatti con persone russe e ha vissuto in Ucraina negli ultimi cinque anni. Un'altra versione è un conflitto professionale, forse maturato in Ucraina magari con qualche estremista di destra: ne abbiamo molti in Ucraina” dice Anna Babinets di OCCRP. 
Sono passati ormai molti mesi dall'uccisione di Sheremet. All'inizio il governo di Kiev si è affidato all'Fbi per esaminare l'esplosivo e ha pubblicato i video di sorveglianza di quella notte per ostentare trasparenza nelle indagini. Tuttavia l'inchiesta non ha mai prodotto alcun risultato. Intanto, alla fine di agosto 2016, un altro giornalista è morto a Kiev. Si tratta ancora di un russo, Alexander Shchetinin, fondatore dell'Agenzia di informazione Novyi Region critica nei confronti di Putin. Nel giorno del suo compleanno, Shchetinin è stato trovato morto nella propria abitazione con un colpo di pistola conficcato in testa. La versione ufficiale parla di suicidio e secondo le indagini prima della morte il giornalista avrebbe mandato un'email di addio a persone a lui vicine.
 
(Questo reportage è stato scritto con il contributo di Open Society Iniziative for Europe e Eurozine.com per il programma “Ukraine Beyond Conflict Stories”)

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Team: Simone Sapienza, Daniela Sala,
Lorenzo Ascione
 
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