Banche, rispettare i diritti umani per salvare la faccia

Scheda

Autori:
Serena GRASSIA
Collaboratori:
Riprese e montaggio - Daniela SALA
Credits:
Interviste a: Alessandro COSTA, professore di diritto internazionale Roma Tor Vergata; Marta BORDIGNON, candidata Ph.D diritto internazionale Roma Tor Vergata
Data: 12 maggio, 2014 - 17:34

“Le aziende non devono violare i diritti degli altri”: poche parole, ma rivoluzionarie, del relatore Onu John Ruggie. Rivoluzionarie perché hanno esteso la responsabilità della tutela dei diritti umani dal pubblico al privato, dagli Stati a tutti gli organi della società. E quindi anche a imprese e banche.
 
Nessuna azienda ammetterebbe mai di aver violato i diritti umani nell’esercizio delle proprie attività, ma la cronaca racconta una storia diversa in cui spesso il diritto alla vita, quello alla libertà di movimento e i diritti dei popoli indigeni o delle minoranze sono stati messi in pericolo dal lavoro delle multinazionali, soprattutto quando ci sono grossi interessi commerciali in gioco.
 
Nel 2005 Kofi Annan diede l’incarico a John Ruggie, professore di Harvard e relatore speciale delle Nazioni Unite su business e diritti umani, di studiare l’applicazione dei diritti alle imprese e di stilare dei principi guida per ispirare comportamenti virtuosi. Una sua dichiarazione ha assunto il valore di un testamento: Le aziende non devono violare i diritti degli altri. Poche parole ma rivoluzionarie, perché hanno esteso la responsabilità della tutela dei diritti umani dal pubblico al privato, dagli Stati a tutti gli organi della società. E quindi anche a imprese e banche.
Sebbene, infatti, le banche, non partecipino attivamente alla messa in opera di progetti controversi sono proprio i loro finanziamenti a renderli possibili. Proprio nei giorni scorsi i correntisti dei quattro principali istituti finanziari australiani hanno minacciato di chiudere i propri conti correnti se le banche non smetteranno di sovvenzionare l’industria del fossile, accusata di danni ambientali.
 
Le aziende non possono più permettersi di non rispettare i diritti - commenta Alessandro Costa, ordinario di diritto internazionale all'Università di Roma Tor vergata –. Innanzitutto perché esiste una coscienza industriale per cui nessun manager vorrebbe essere ricordato per aver autorizzato pratiche poco lusinghiere e poi perché il regime di concorrenza è anche questo: iniziare a fare bene per spronare gli altri a fare meglio”. Ma la strada da percorrere in tema di rapporto tra business e diritti è ancora in salita.
 
Costa è a capo di un team di ricercatori dell'università di Tor Vergata che proprio recentemente ha pubblicato un documentato rapporto Banks and Human Rights: Pathways to complianceche analizza le grandi opere finanziate dalle banche internazionali, rilevando quali sono le violazioni dei diritti umani più ricorrenti e cercando di capire quali fattori possano spingere gli istituti di credito a non finanziare più progetti che non garantiscono il rispetto dei diritti.
 
Dall’America Latina all’Azerbaigian infatti sono numerose le banche che stanno finanziando progetti discutibili nel settore energetico, estrattivo, nell’industria tessile, nell’agroalimentare e nella produzione di armi. Nel 2002 il governo brasiliano ha lanciato il progetto idroelettrico del Belo Monte. L’opera prevede la costruzione di due canali artificiali, due serbatoi e un sistema di dighe sul fiume Xingu, in Amazzonia. ma la sua realizzazione comporterebbe lo spostamento delle popolazioni indigene e quindi provocherebbe una menomazione della loro libertà di movimento e della sicurezza del territorio, facendo schizzare verso l’alto il tasso di inquinamento ambientale e riducendo i mezzi di sussistenza, perché il prosciugamento parziale del fiume distruggerebbe i pesci di cui gli indigeni si cibano. L’obiettivo del governo è quello di garantire l’approvvigionamento energetico alla popolazione brasiliana in continua crescita, ma le conseguenze per l’habitat amazzonico sarebbero gravissime.
 
Se ne è reso conto anche il Parlamento europeo, che il 27 settembre 2011 ha chiesto alle imprese europee che partecipano al progetto del Belo Monte in che modo intenderanno agire per garantire il rispetto dei diritti umani e ambientali. Le banche coinvolte nel finanziamento invece, come tutte quelle implicate in progetti altrettanto ambigui, rischiano di subire un danno di immagine ed economico qualora la diga non fosse più portata a termine.
 
Il rapporto “Dirty profits” dell’organizzazione olandese Bank Track passa in rassegna diciannove istituti finanziari europei e mette in evidenza come tutti abbiano contribuito ai progetti di ventisei multinazionali dalla coscienza macchiata o comunque abbiano sostenuto economicamente il lavoro di aziende poco ligie dal punto di vista fiscale o dedite a pratiche speculative sfrenate, che hanno quindi contribuito all’aumento della povertà e alla crisi del debito. E questo nonostante molte di queste banche avessero aderito al Global Compact delle Nazioni Unite, un’iniziativa volta a promuovere una cultura di impresa equa e sostenibile, basata sulla valorizzazione dei diritti e sulla lotta alla corruzione.
 
Le banche dunque ci sono sempre, anche se non si vedono. Anzi, la loro funzione è cruciale per un’economia equa, perché invertendo la rotta, se iniziassero a scegliere di finanziare solo progetti etici e sostenibili, costringerebbero le multinazionali a tenere nel tempo condotte trasparenti. “Un esempio positivo in questo senso proviene dalle banche scandinave – spiega Costa – perché hanno adottato standard di controllo sul lavoro delle imprese elevatissimi, riescono a fare business lo stesso e sono diventate condizionanti per il mercato”. Oggi gli istituti finanziari non hanno ancora elaborato politiche adeguate ad affrontare pratiche commerciali dannose. Alcuni hanno aderito al Global Compact, altri hanno avviato politiche di investimento interne, altre ancora, tra cui la italiana Unicredit, hanno dato vita al gruppo Thun proprio per recepire al meglio i principi di Ruggie, ma si tratta sempre di iniziative di portata limitata, perché a parte il danno alla reputazione, le banche raramente sono ritenute responsabili, da un punto di vista legale, per aver finanziato infrazioni etiche o ambientali.

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Team: Simone Sapienza, Daniela Sala,
Lorenzo Ascione
 
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