Oltre l'emergenza: come funziona il sistema di asilo a Trieste

Scheda

Autori:
Martina SELENI
Credits:
Gianfranco SCHIAVONE, presidente Consorzio italiano di solidarietà
Irin, rifugiata bengalese
Mahmud, rifugiato somalo
Marianna MARTELLOZZO, operatrice Consorzio italiano di solidarietà
Musiche: Mawnude (Maxime), Market in Bulgaria (German Shepherd), Oriental Night (Xevi Collado)
Data: 11 febbraio, 2015 - 17:30

Cpsa, Cara, Sprar, centri Ena: il sistema di accoglienza dei profughi in Italia è un groviglio di sigle. Ma l’Italia oggi deve scegliere tra la gestione emergenziale, che alimenta le speculazioni e un cambiamento strutturale. L’esperienza di Trieste mostrerebbe che è possibile.
 
Il sistema d’accoglienza italiano per rifugiati e richiedenti asilo è alquanto caotico: ci sono i centri di prima accoglienza e soccorso (Cpsa), la cui natura giuridica è estremamente incerta, i centri di accoglienza per i richiedenti asilo (Cara) a diretta gestione governativa e il sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (Sprar), gestito dagli enti locali tramite associazioni ed enti di tutela dei rifugiati. E poi ci sono una varietà di centri nati in contesti più o meno “straordinari”, come nel 2008 i cosiddetti Centri polifunzionali nelle aree metropolitane, i centri Ena (Emergenza nord-Africa) nel 2009, o dal 2014 i Cas (Centri di accoglienza straordinari).
Secondo Gianfranco Schiavone, presidente del Consorzio italiano di solidarietà (Ics), l’unico sistema per l’accoglienza dei richiedenti asilo che alla prova dei fatti funziona è lo Sprar. E dal 2002 l''Ics, insieme alla Caritas, gestisce appunto per conto del Comune di Trieste diversi progetti Sprar.
Il tentativo dall'Ics, spiega Schiavone, è quello di superare la nozione di “centro di accoglienza”, accogliendo i rifugiati in appartamenti comuni, autogestiti da chi ci vive (in genere da 3 a 6 richiedenti asilo). A volte l’accoglienza avviene in comunità un po’ più grandi e non autogestite, ma sempre in un’ottica di piccola comunità con numeri contenuti. Le persone accolte non hanno alcuna limitazione della libertà personale e usufruiscono dei servizi socio-assistenziali del territorio, con la possibilità, per chi intende rimanere in Friuli Venezia Giulia dopo l'accoglimento della domanda di protezione, di usufruire di un aiuto finalizzato all'inserimento sociale e lavorativo.
Anche se non è definito un costo fisso per i comuni che aderiscono allo Sprar, la spesa media per ogni richiedente asilo è stimata in 35 euro al giorno. 2,5 euro al giorno sono la cifra in genere consegnata direttamente al rifugiato per le piccole spese quotidiane (il cosiddetto pocket-money), mentre il resto serve per i servizi erogati (vitto e alloggio, accompagnatori, consulenza legale, corsi di formazione, attività di integrazione, spese sanitarie non coperte dal sistema sanitario nazionale).
A Trieste, i richiedenti asilo sono circa 550. Ma solo un centinaio è accolto nell'ambito dello Sprar.
Come nel resto di Italia, infatti, anche a Trieste esistono infatti i vari sistemi paralleli di accoglienza, dove la dimensione emergenziale sovrasta quella ordinaria. La grande differenza è che a a Trieste il sistema di accoglienza è in entrambi i casi comunale e a tutti i richiedenti asilo sono garantiti gli stessi standard. L'idea è quella di assorbire progressivamente il sistema emergenziale in quello ordinario.
Nel resto d’Italia, invece, generalmente il sistema di accoglienza ordinario e quello emergenziale viaggiano su binari paralleli, senza alcuna logica di programmazione unitaria; spesso i richiedenti sono sistemati in strutture improvvisate o addirittura in alberghi, con servizi di orientamento sociale e legale forniti da enti ed associazioni che non hanno l'esperienza necessaria. E una volta terminata “l'emergenza” sul territorio non rimane nulla.
Si tratta di scegliere, come spiega Schiavone, se in Italia vogliamo impostare l’accoglienza dei richiedenti asilo prevalentemente o esclusivamente sul sistema dell’accoglienza diffusa e integrata (come a Trieste) oppure se vogliamo continuare con un sistema caotico inseguendo continue emergenze e ricorrendo ancora ai Cara.
I Cara in particolare si sono rivelati particolarmente negativi perché ospitano centinaia di persone e tutti i servizi sono forniti all’interno, come in un microcosmo completamente avulso dal territorio, in una condizione di estraneità, se non di aperta ostilità con il territorio.
L’asilo, conclude il presidente dell'Ics, è uno dei diritti fondamentali della persona, sancito dalla Costituzione, dal diritto dell'Unione Europea e dal diritto internazionale. Se diventiamo consapevoli che i rifugiati non sono un fenomeno emergenziale ma una presenza strutturalmente in crescita, capiremo che la strada migliore è quella di concepire l'accoglienza e la protezione dei rifugiati stessi come uno dei servizi alla persona la cui concreta erogazione viene fatta dai comuni. Si supererebbe così l'anacronistica situazione attuale per cui ancora oggi i comuni possono scegliere se stare dentro o stare fuori il sistema di accoglienza per calcoli politici o freni culturali di varia natura.

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Team: Simone Sapienza, Daniela Sala,
Lorenzo Ascione
 
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