Shelter Cities olandesi, la storia di Tomy

Scheda

Autori:
Daniela SALA
Data: 9 dicembre, 2016 - 13:10

Tre mesi per "allentare la pressione, fare network e apprendere nozioni di sicurezza personale e digitale". Ecco come funziona il progetto olandese per il sostegno ai difensori dei diritti umani che dal 2012 a oggi ha ospitato 36 attivisti da 24 paesi.

Tomy è una giornalista e attivista dell'Honduras, paese che, dal colpo di stato del 2009, ha visto aumentare esponenzialmente le minacce agli attivisti per i diritti umani. Secondo un report dell'ong irlandese Frontline Defenders, in Honduras i difensori per i diritti umani rischiano esecuzioni extra-giudiziali, ostracismo e minacce. Particolarmente a rischio sarebbero i giornalisti, gli avvocati e procuratori che si occupano dei diritti Lgbti, delle donne, degli indigeni e dell'ambiente. Tomy scrive, tra le altre cose, di minoranze indigene, di diritti Lgbti e di donne. Ci incontriamo a L'Aja, sede della corte penale internazionale e del governo olandese. È qui da settembre e racconta: “La cosa più salutare è che posso uscire di casa e camminare per le strade tranquillamente senza girarmi in continuazione per controllare se qualcuno mi sta seguendo”. A parlarle della possibilità di trascorrere qualche mese all'estero è stata la direttrice della sua organizzazione: “A causa della pressione crescente non riuscivo più a svolgere il mio lavoro come sempre. Ho mandato la candidatura per il programma Shelter Cities, mi hanno selezionata, e ora eccomi qui”.

Gli obiettivi del progetto Shelter Cities, cioè “città rifugio” è un programma avviato nei Paesi Bassi nel 2012 dall'organizzazione non governativa Justice and Peace. Due volte all'anno attraverso la sua rete internazionale di contatti e attraverso le ambasciate, l'ong diffonde un bando per la ricerca dei candidati che potrebbero beneficiare del progetto: “Riceviamo circa 150 candidature ogni volta – spiega Alexia Falisse, coordinatrice del progetto -, molte di più di quelle che siamo in grado di ospitare”. A occuparsi della selezione è un comitato indipendente composto da rappresentati delle ministero degli Affari Esteri olandese e dai rappresentanti delle Ong e delle università coinvolte.

Le persone scelte sono quindi ospitate in una delle otto città dei Paesi Bassi che hanno aderito al progetto (Amsterdam, L'Aia, Tilburg, Utrecht, Middelburgh, Maastricht, Groningen e Nijmegen) fino a tre mesi: in questo periodo di tempo gli attivisti seguono corsi di formazione e ricevono supporto nella creazione di contatti con altri attivisti e ong.

In questi anni il progetto ha permesso di accogliere 36 difensori dei diritti umani da 24 paesi diversi. Justice and Peace, con i partner locali, organizza e copre i costi del viaggio, del visto e della permanenza nei Paesi Bassi. L'obiettivo è permettere agli attivisti minacciati di riposare, allentare la pressione e prendersi cura di sé. Ma soprattutto di poter continuare a svolgere il proprio lavoro: “Di solito le persone ospitate – spiega Falisse - usano le prime settimane per riposarsi. Viene offerto loro anche un sostegno psicologico, se ne hanno bisogno. E poi gli si offre la possibilità di fare network, conoscere altre organizzazioni olandesi o internazionali che lavorino nello stesso ambito, ma anche di frequentare corsi di inglese o sulla sicurezza digitale e personale. In realtà comunque per ogni attivista si studia e si sviluppa insieme un progetto personalizzato”. Insomma tutto ciò che possa permettere all'attivista di tornare a fare il proprio lavoro con più energie e più preparazione di prima.

I costi: ministero degli Esteri ed enti locali A farsi carico dei costi è per un terzo il ministero degli Esteri, che tra l'altro insieme al servizio immigrazione collabora con Justice and Peace per quanto riguarda la concessione dei visti di ingresso. Un'altro terzo è poi coperto dalla ong stessa e il terzo restante dagli enti locali: “Ognuna delle otto città coinvolte – spiega il direttore di Justice and Peace, Sebastiaan Van Der Zwaan contribuisce in modo diverso alla spese locali e all'organizzazione delle attività quotidiane, per esempio garantendo all'attivista un alloggio e una persona di riferimento - una sorta di assistente - per ambientarsi nella città e mettersi in contatto con l'università e la rete di associazioni locali e internazionali”.

E poi ci sono i volontari, a L'Aja i più attivi sono circa una decina: persone che invitano l'attivista ospitato a visitare un museo oppure a bere un caffè. È stato stimato che il costo di ogni singolo difensore ospitato, per un periodo di tre mesi, sia di circa 30mila euro. Le città hanno appunto fornito un parte dei fondi, variando dai 50mila euro de L’Aja ai 100mila del Comune di Amsterdam, mentre il ministero degli Esteri ha messo a disposizione 500mila euro per il periodo dal 2015 al 2017.

 

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