Oltre il carcere, oltre la pena

Scheda

Autori:
Elvira Zaccari
Collaboratori:
Lorenzo Ascione
Riprese:
Lorenzo Ascione
Filippo Poltronieri
Daniela Sala
Data: 4 luglio, 2016 - 20:41

di Elvira Zaccari

Parlare di abolizione del carcere oggi è possibile?

Introdotto a metà del ‘700 come alternativa alle pene corporali, che solo in pieno illuminismo riuscirono ad essere viste come inumane e contrarie al senso di giustizia, il carcere è poi divenuto fulcro del sistema penitenziario occidentale e tale si è conservato fino ad oggi. Non solo, si è cementificato nell’immaginario collettivo come luogo imprescindibile di esecuzione della pena e tale convinzione è ancora accompagnata dalla percezione che serva a mantenere la società più sicura.  

Le alte percentuali di recidiva, però, dimostrano l’esatto contrario:  il sistema carcerario non funziona in termini di sicurezza, in quando il 70% delle persone che escono dalla galera torna a delinquere.

Luigi Manconi, senatore e coautore del libro “Abolire il carcere” spiega che l’istituto carcerario non solo non costituisce uno strumento efficace di punizione, ma che anzi produce l’effetto opposto a quello a cui dovrebbe mirare: Chi sconta la propria pena dentro il sistema di privazione della libertà, ovvero nella cella chiusa, nel 70% dei casi è destinato ad una recidiva tale da confermare non soltanto l’inutilità del carcere ma, ancor di più e peggio, il fatto che sia una macchina che riproduce all’infinito crimini e criminali.

Verità resa ancor più preoccupante con i recenti allarmi di proselitismo terroristico che potrebbero innescarsi in carcere. Alessio Scandurra, dell’osservatorio europeo di Antigone afferma: Il carcere è una macchina di proselitismo spietata e il nostro Paese ha un’esperienza storica di questo, basti pensare alla lotta armata negli anni ’80. Ma ancora oggi il carcere è luogo di proselitismo per la criminalità organizzata, dove piccoli delinquenti che vengono da un contesto di privazioni, in cui lo Stato è assente, trovano chi si occupa di rispondere alle proprie esigenze immediate, ai soldi per la famiglia che è rimasta fuori ecc .

L’idea che il carcere sia la risposta meno adeguata alle risposte di sicurezza delle società attuali, anche a seguito dello spettro di un reclutamento di tipo terroristico, è presente da decenni nel dibattito accademico europeo e solo di recente si è spostato nella tribuna politica.

In Italia, si è cominciato a parlare più diffusamente di rinnovamento del modello di detenzione a partire dalla Sentenza Torreggiani della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, che nel 2013 condannava l’Italia per trattamenti inumani e degradanti, in violazione dell’art. 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Il fallimento dei provvedimenti adottati dal legislatore italiano a seguito della pronuncia, come il cosiddetto decreto Svuotacarceri, hanno spinto i giuristi verso un radicale cambio di prospettiva: anziché adeguare la capienza abitativa delle carceri al numero di detenuti si è deciso di prediligere misure che attenuassero il ricorso.

Parliamo delle cosiddette misure alternative alla detenzione, che comunque continuano a rimanere poco utilizzate in Italia. Secondo l’ultimo rapporto di Antigone sulle condizioni di detenzione, infatti, sono circa trentamila le persone che stanno scontando la pena detentiva non in carcere e di queste solo 13mila circa, sono in affidamento in prova ai servizi sociali.

A prevalere sono le pene detentive breve,  che riguardano il 56% dei detenuti. Una sorta di scuola del crimine, come affermato dal Prof. Antonio Cavalieri nel corso di un convegno organizzato da Radicali Italiani, in quanto non sono capaci di offrire un trattamento adeguato nei deficit che la persona presenta, ma soprattutto perché pongono una persona che non ha mai commesso dei crimine a contatto con l’ambiente carcerario e quindi possono essere considerate una sorta di scuola del crimine.

A spingere per un maggiore uso delle community sanctions in alternativa al carcere è soprattutto l’Unione Europea che ha introdotto  diverse  convenzioni al fine di limitare la carcerazione e favorire il benessere dei detenuti. Tra questa, oltre alla già citata  Convenzione Europea per la protezione dei diritti umani e le libertà fondamentali  del 1950, la Convenzione Europea per la sorveglianze delle persone condannate o rilasciate con la condizionale e la Convenzione europea per la prevenzione della tortura e di trattamenti o pene inumani o degradanti del 1987.

Europeo è anche il programma “Criminal justice” che finanzia progetti internazionali di misure alternative. Uno dei più recenti, che ha visto la partecipazione di organizzazioni provenienti da 7 Stati membri tra cui anche Germania e Regno Unito, è partito anche in Italia, dove è coordinato dalla comunità Papa Giovanni XXIII.  Il progetto prende il nome di Cec, comunità educante con i carcerati.  Il programma si rivolge a detenuti comuni, non tossicodipendenti e si concentra essenzialmente sul coinvolgimento del reo, definito recuperando, che lavora insieme ai volontari e agli operatori per la propria riabilitazione.

Giorgio Pieri, responsabile del progetto, afferma che tale programma è stato  perfezionato dopo l’incontro con la realtà brasiliana dell’Apac (Associazione per la Protezione e Assistenza ai condannati). Si tratta di strutture gestite senza la polizia penitenziaria in cui si punta in primis alla responsabilizzazione dei condannati. Sono infatti gli stessi detenuti ad avere le chiavi del carcere. Nelle realtà Apac la recidiva è del 10-15%, rispetto all’80% d carceri brasiliane. Si tratta però di un progetto ancora in crescita che riguarda solo un percentuale residuale di detenuti.

Responsabilizzazione del reo e coinvolgimento della società è quanto invece teorizzato dalla giustizia riparativa. A parlarne è l’ex magistrato Gherardo Colombo: La giustizia riparativa consiste soprattutto in un percorso, che serva da una parte a riparare la vittima e dall’altra a rendere il responsabile consapevole del male che ha fatto. L’importante è che la vittima riceva una compensazione. Per esempio, il responsabile è l’unico che può rispondere a due domande che turbano continuamente la vittima: “Perché?” e “perché proprio a me”?

In Europa l’introduzione di percorsi di giustizia riparativa all’interno dell’ordinamento nazionale è prevista dalla Direttiva UE del 25 ottobre 2012. In Italia è partito a Mantova, grazie al progetto Riparazioni dell’Associazione Libra Onlus che, come affermano i responsabili Giuseppe Sandri e Marzia Tosi, mira a realizzare percorsi di responsabilizzazione che possano sfociare in concrete azioni riparatorie, anche e soprattutto nei confronti della società, che è “sempre vittima del reato”.

 

Il senatore del Pd Luigi Manconi, insieme al presidente d'onore di Nessuno Tocchi Caino, Rita Bernardini, e il segretario dei radicali italiani, Riccardo Magi, lo scorso 24 maggio, ha presentato la proposta di legge costituzionale che porta il nome di Marco Pannella. Lo scopo è quello di modificare la maggioranza richiesta per l’approvazione dell’amnistia o dell’indulto da parte del Parlamento, passando dalla maggioranza dei due terzi dei parlamentari alla maggioranza assoluta (50% più uno).

Il ministro della giustizia Andrea Oralndo, nel corso degli Stati Generali dell’esecuzione penale, ha dichiarato che occorre “abbandonare il populismo e la crescente penalizzazione, che hanno presa nei proclami ma nessuna efficaci nella realtà dei fatti”. Il carcere ad oggi, infatti, appare sempre più come sola risposta al bisogno di vendetta della società, alimentata da una parte della politica che, come afferma Cavaliere, “ha bisogno di dare una risposta muscolare al problema della criminalità”, non riuscendo ad eliminarla con una presenza più costante nei luoghi di emarginazione sociale. 

 

Interviste a 

 

Luigi Manconi, senatore PD

Alessio Scandurra, osservatorio carceri Associazione Antigone

Giorgio Pieri, responsabile progetto Cec per l'associazione comunità Papa Giovanni XXIII

Antonio Cavaliere, professore di diritto penale all'Università degli studi Federico II

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Team: Simone Sapienza, Daniela Sala,
Lorenzo Ascione
 
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