Viaggio sul doppio binario dell’accoglienza ai minori

Scheda

Autori:
Daniela SALA
Elvira ZACCARI
Data: 3 novembre, 2015 - 12:01

Tra le migliaia di migranti che transitano in Italia, c'è una categoria particolarmente vulnerabile: sono minori stranieri non accompagnati, il cui numero è in costante aumento. Siamo stati a Roma, a Baobab e nella ex tendopoli di Tiburtina, e a Bologna, dove ad aprile è stato inaugurato un hub per minori soli, per raccontare come (non) funziona il sistema di accoglienza.

La sciarpa giallorossa al collo di Ali (il nome è di fantasia), minorenne eritreo, è quella della squadra della Roma. La indossa con soddisfazione e senso di appartenenza, quasi a farci credere che sia l’Italia il posto in cui ha deciso di restare. A dirci che ci sbagliamo, prima ancora che possa farlo lui, è il luogo in cui lo incontriamo. Siamo, infatti, a Baobab, l’ex centro culturale di via Cupa a Roma, oggi divenuto un luogo di passaggio 'auto-gestito' per gli eritrei e i somali in transito verso il nord Europa.

Parte da qui il nostro viaggio sul doppio binario dell’accoglienza, quella ufficiale e quella informale, l’uno percorso da chi sceglie di farsi identificare, l’altro da chi, invece, decide di continuare il proprio viaggio da solo. Ali rientra in quest’ultima categoria, quella dei cosiddetti minori transitanti che non fanno parte degli 8.260 minori stranieri non accompagnati presenti nel territorio italiano di cui parlano i dati del ministero del Lavoro e delle politiche sociali.

(Fonte: Ministero del Lavoro)

 

Si tratta di minorenni che si trovano fuori dal proprio Paese di origine senza genitori o rappresentanti legali, ma con un progetto migratorio che il più delle volte non prevede l’Italia come ultima meta. È per questo che sfuggono ai controlli, per paura di essere respinti o, al contrario, di essere costretti a restare, secondo quanto previsto dal regolamento di Dublino.

Eppure, come spiega Salvatore Fachile, avvocato dell'Asgi, l'Associazione per gli studi giuridici sull'immigrazione, per i minori questa regola non vale. Non solo, il Testo unico sull’immigrazione, prevede esplicitamente il divieto di espulsione e di respingimento del minore e, insieme ad altre norme nazionali e alla Convenzione Onu sui diritti del fanciullo, impone l’obbligo di accoglienza, a prescindere dalla distinzione – che pure resta – tra migranti economici e richiedenti asilo. Perché allora intraprendere un viaggio lungo e pericoloso, con il rischio di finire nel giro della prostituzione e della droga, piuttosto che entrare in un sistema certo di tutele? Perché, nella prassi, queste tutele non sono poi così certe.

(Una delle stanze a Casa Merlani, l'hub per minori a Bologna)

 

Tra il trasferimento regolare e il trafficante, vince il trafficante

L'ostacolo è la burocrazia. Burocrazia che rallenta o arresta il progetto migratorio dei profughi, con i tempi dilatati e la disomogeneità nell’applicazione del diritto. Questo, insieme all’incapacità, o non volontà, di uscire da una logica di tipo emergenziale, rende il sistema di gestione dei flussi migratori un sistema che non funziona, soprattutto per i minori. La voce si diffonde, dicono Salvatore Fachile e Viviana Valastro, responsabile protezione minori migranti per Save the Children. Le esperienze negative di amici e parenti si rafforzano e si ripetono nei racconti, fino a convincere i nuovi arrivati a non fidarsi delle forze dell’ordine e del sistema di accoglienza italiano. “Non abbiamo esempi di ricongiungimenti familiari avvenuti in tempi brevi”, afferma Valastro. Mentre ci sono casi di minori finiti nei Cie, i centri di identificazione e di espulsione, o rimandati nel paese di primo arrivo. Questo fa sì che i minori, pur di portare a compimento il proprio progetto, scelgano di rimettersi nelle mani dei trafficanti, nonostante i costi e i pericoli che questo viaggio illegale comporta.

 

Se si dichiarano maggiorenni non siamo tenuti ad indagare”

Difficilmente chi ha intenzione di proseguire per il nord Europa si convince a restare. Il più delle volte dorme per strada, col rischio di diventare vittima di tratta, sfruttamento e prostituzione. È qui che si inserisce quel sistema di protezione informale fatto di volontari, operatori, avvocati e organizzazioni umanitarie che operano in un’ottica di riduzione del danno, offrendo un posto letto o un pasto caldo, ma anche giochi e assistenza legale. È quello che fanno, ad esempio, l’associazione A buon diritto e il Cir, il Consiglio italiano per i rifugiati, che una volta a settimana offrono consulenza legale ai profughi all’interno di Baobab, spiegando anche ai minori i propri diritti e dando indicazioni su come raggiungere un altro Paese in maniera legale e sicura o su come chiedere protezione internazionale.

(Fonte: Rapporto sulla protezione internazionale in Italia 2015)

Così lavora anche Civico Zero, il centro diurno di Save the children, nato da un progetto di intervento mobile su strada e divenuto poi progetto permanente di accoglienza. L'obiettivo, racconta Valastro, è “togliere i ragazzi dalla strada e ridurre il rischio che possano finire in percorsi di sfruttamento. Civico Zero è un luogo facoltativo, dove i ragazzi possono venire con la certezza che a nessuno di loro verrà chiesto nulla”.

“Nulla” che per loro significa garanzia di poter essere aiutati quel tanto che basta a riprendere il viaggio. Insomma, paradossalmente, per tutelare un minore, ci si trova a operare fuori dal sistema di tutele previsto dalla legge.

“Se le forze dell’ordine entrassero in questi centri i ragazzi scapperebbero”, conferma Valentina Brinis di A buon diritto. E i volontari, dal canto loro, non sono obbligati a fare accertamenti: “Se i ragazzi ci dicono di essere maggiorenni noi non siamo tenuti ad indagare o a chiedere i documenti. Questo compito spetta ad altri” è il commento di Silvia Piscitelli di Croce Rossa.

 

La cronica mancanza di posti in seconda accoglienza

Che il sistema non funzioni è cosa nota, tanto che tra il 2014 e il 2015 è stato in parte riorganizzato, con la creazione di centri di prima accoglienza specifici per i minori. Grazie ai finanziamenti europei del Fondo asilo, migrazione e integrazione, sono stati aperti in tutta Italia 16 centri.

(Fonte: Rapporto sulla protezione internazionale in Italia 2015)

L'hub di Bologna è tra questi, è stato finanziato con 741.894 euro e ha una disponibilità di 50 posti: 37 alle ex scuole Merlani, 10 alla comunità di prima accoglienza il Ponte e 3 alla comunità Ginestra.

Francesco Camisotti e Giulia Foresti, che coordinano Casa Merlani per la cooperativa Camelot, spiegano che il progetto sembra funzionare bene, il tempo di permanenza massimo, tre mesi, è in media rispettato e all'interno della struttura i ragazzi hanno accesso all'assistenza legale e a corsi di alfabetizzazione.

La cronica insufficienza di posti Sprar fa però inceppare il sistema. Così per esempio a casa Merlani, i posti non si liberano facilmente e i minori restano bloccati anche mesi all’ex Cie di via Mattei.

Chi resta e prova a seguire il binario dell’accoglienza legale, avvalendosi del diritto all'accoglienza e alla tutela, sono invece quei minori che, fin dall'inizio, avevano intenzione di restare, ovvero ragazzi proveniente da Egitto, Albania e Gambia, come Mohamed, il ragazzo che incontriamo all’Approdo, la casa famiglia gestita dalla cooperativa Spes contra spem.

 

Interviste a

Andrea Costa, volontario a Baobab

Valentina Brinis, ricercatrice - A buon diritto

Silvia Piscitelli, responsabile attività sociali - Croce Rossa Roma

Salvatore Fachile, avvocato - Associazione studi giuridici sull'immigrazione

Viviana Valastro, responsabile protezione minori migranti - Save the children

Francesco Camisotti, coordinatore Casa Merlani - cooperativa Camelot

Giulia Foresti, coordinatrice Casa Merlani - cooperativa Camelot

Annalisa Faccini, responsabile area minori - Assessorato ai servizi sociali del Comune di Bologna

Federico Feliciani, responsabile casa famiglia Approdo - cooperativa Spes contra spem

 

 

Musiche

Pornophonique - “Sad robot”

Silent Partner - “New Tires”

Spleen - “Saloon # 13”

Silent Partner - “Don't Look”

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