Contraddizioni made in China Francesco Radicioni

FOTO/GALLERY Viaggio nei monasteri tibetani dove monaci e civili si auto-immolano invocando la libertà religiosa

Ciò che maggiormente lamentano i monaci è l'assenza di libertà religiosa e invocano il ritorno in Tibet del Dalai Lama. Per molti di loro la speranza è riuscire a recarsi in pellegrinaggio a Dharamsala.
Il monastero di Labrang nella provincia cinese del Gansu dove nell'ultima settimana ci sono state quattro auto-immolazioni con il fuoco di tibetani.
Labrang è uno dei sei monasteri più importanti del buddhismo lamaista. Originariamente ospitava 4.000 monaci, dopo la Rivoluzione Culturale e i regolamenti più stringenti, il loro numero è sceso a 1200.
I pellegrini raggiungono Labrang da ogni parte del Tibet storico: le attuali province cinese del Sichuan, Gansu, Qinghai, Yunnan e Regione Autonoma del Tibet.
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Alcuni commercianti raccontano che i contatti con la diaspora tibetana in esilio sono frequenti: quasi ogni famiglia ha qualcuno che studia o lavora in India. "Nonostante i rischi che si incontrano durante la fuga" aggiungono.
La contea tibetana di Xiahe è un crogiolo etnico: 50% della popolazione di etnia tibetana, 40% cinesi han e 10% di etnia hui e di religione mussulmana. Anche la topografia della contea rispecchia questa divisione etnica. Nella foto il villaggio tibetano.
Dazibao affissi dalle autorità cittadine lungo la strada principale di Xiahe - sia in mandarino che in tibetano - raccomandano la costruzione di una società socialista e armoniosa.
"L'unità è la forza" recita un dazibao affisso a Labrang.
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Anche a Tongren - Repkong in tibetano - dove sorge dal 1301 il monastero di Rongwo lo scorso marzo si sono verificate due auto-immolazione di giovani monaci: Jamyang Palden e Lobsang Tsultrim.
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E’ dalla primavera 2011 che l’intero altopiano tibetano è percorso da una lunga scia di fuoco: stando alle stime diffuse dalle organizzazioni in esilio vicine alla causa del Tibet, sarebbero già cinquantanove i monaci, le monache e i civili tibetani ad essersi cosparsi di benzina ed immolati invocando il ritorno a Lhasa del Dalai Lama e la garanzia di maggiori libertà religiose. E ad oggi tutto lascia supporre che l’elenco delle vittime di questa estrema forma di protesta salirà ancora.
Le autorità cinesi - spiazzate da questo snervante stillicidio di morti - si sono limitate ad aumentare la sorveglianza intorno ai principali monasteri lamaisti e a denunciare la longa manus di piccole frange estremiste legate ai gruppi vicini al Dalai dietro alle auto-immolazioni. Una risposta - simile a quella volta ad aumentare gli investimenti economici nella regione - che dimostra però l’incapacità di Pechino nella gestione dei rapporti con le minoranze etniche. Nelle contee a maggioranza tibetana è tangibile la distanza che separa gran parte della popolazione buddhista rispetto alla direzione in cui sta andando la Cina moderna. Ed è un’alterità che degenera in incomprensioni e in manifestazioni d’intolleranza e di reciproca ostilità, come quelle che scoppiarono a Lhasa nel 2008. Così i tibetani, sempre più estranei ai valori e alle aspirazioni della maggioranza han della popolazione cinese, restano caparbiamente attaccati alla propria identità etnica. La cui unica bussola è rappresentata dalle tradizioni, dai simboli e dalle cerimonie della vecchia aristocrazia del Tibet. Così che, nonostante il Governo tibetano in esilio a Dharamsala abbia fatto appello a “non mettere in atto gesti estremi”, queste iniziative disperate creano una forte solidarietà nella comunità tibetana in Cina.
Solo nell’ultima settimana – a quarantotto ore di distanza una dall’altra – si sono registrate tre nuove auto-immolazioni nel monastero di Labrang nella contea a maggioranza tibetana di Xiahe nella Cina nord-occidentale. Scrive Voice of America che le autorità locali cinese avrebbero offerto una ricompensa economica per coloro che forniranno informazioni utili per prevenire ulteriori auto-immolazioni. Ma sono anche questi inviti alla delazione prezzolata che denunciano lo smarrimento delle autorità cinesi davanti a questa forma estrema di protesta.

Pechino ritiene di poter applicare oggi in Tibet lo stesso paradigma che, dieci anni fa, permise di ridimensionare il fenomeno dei Falun Gong, quando i fedeli scelsero le auto-immolazioni sulla Tian’anmen. Reprimere e demonizzare. Un connubio che all’epoca funzionò: la maggioranza dei cinesi venne turbata dai suicidi sulla piazza principale di Pechino e presero le distanze dal movimento spirituale guidato da Li Hongzhi. In molti videro prender forma in quei roghi il fantasma agitato delle autorità centrali che accusavano il movimento di esercitare un lavaggio del cervello su chi vi si avvicinava.

Oggi in Tibet la reazione sembra opposta: i roghi – dal Sichuan al Gansu, dal Qinghai a Lhasa – rafforzano la solidarietà etnica nella minoranza tibetana. Fino a quando Pechino potrà rimanere a guardare e a dare risposte ormai logore e stantie?

Radio Radicale lo scorso febbraio – in coincidenza con il capodanno tibetano – ha visitato il monastero di Labrang, qui l’audio della corrispondenza da Xiahe dello scorso 19 febbraio:

Qui la corrispondenza dal Gansu meridionale dello scorso 20 febbraio:

Qui la corrispondenza da Xining, capitale della provincia cinese del Qinghai, dello scorso 22 febbraio:


 

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Team: Simone Sapienza, Daniela Sala,
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