Democrazia Daniela Sala

Difendere i difensori dei diritti umani, una legge che manca

“La categoria dei difensori dei diritti umani - spiega Francesco Martone di Un ponte per - include una categoria molta ampia di attivisti, blogger, giornalisti, avvocati e sindacalisti che in ogni parte del mondo si battono, appunto, a favore dei diritti umani. E si tratta di una categoria che ultimamente ha subito un aumento delle minacce”.

Si tratta spesso di persone che a seguito delle loro attività cercano temporaneamente rifugio in un altro paese: “Hanno necessità diverse rispetto a quelle, ad esempio, di un rifugiato politico - precisa Martone - un attivista per i diritti umani spesso ha bisogno di una ricollocazione temporanea, per sfuggire una minaccia immediata alla propria libertà o incolumità o per allentare la pressione. Per un difensore dei diritti umani è fondamentale continuare a poter portare avanti le proprie attività e poter al più presto fare ritorno al proprio paese”.

A pesare è sì la mancanza di risorse, ma ancora di più la mancanza di strategie. E in Italia, in particolare, non esiste nessuna normativa specifica che agevoli la protezione dei difensori dei diritti umani. Questo significa che “molti attivisti da proteggere - come si legge in un report realizzato da Un ponte per - arrivano in Italia tramite i canali dell’immigrazione clandestina”.

L’Onu ha adottato una Dichiarazione per proteggere gli attivisti dei diritti umani, l’Unione europea delle linee guida e alcuni paesi europei hanno avviato programmi specifici. Gli esempi concreti non mancano: l’Irlanda ad esempio dal 2006 ha attivato un processo accelerato per le procedure di ingresso, mentre i Paesi Bassi nel 2012 hanno lanciato un’iniziativa chiamata “Shelter Cities”, città rifugio, grazie alla quale gli attivisti in pericolo possono chiedere alloggio temporaneo in sei città olandese. Inoltre, durante il periodo trascorso in Olanda possono continuare a svolgere il proprio lavoro e frequentare dei corsi per incrementare il proprio livello di preparazione.

Per questo Un ponte per, insieme ad una coalizione di organizzazioni che include tra gli altri Amnesty International, Radicali Italiani, Cospe, Antigone, Non c’è pace senza giustizia, Greenpeace e organizzazioni sindacali e di avvocati, ha avviato una campagna che intende “far pressione affinché il ministero degli Esteri riconosca e aderisca attivamente agli strumenti internazionali già esistenti, ossia la Convenzione delle Nazioni Unite e le Linee Guida  dell’Ue già implementati in vari paesi membri”.

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Team: Simone Sapienza, Daniela Sala,
Lorenzo Ascione
 
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