(Ir)regolari Daniela Sala

Asilo negato

 

Fino a due anni in Italia, un lavoro e un percorso di integrazione alle spalle. E poi la clandestinità. È questo il futuro che si prospetta per circa la metà dei 123,482 richiedenti asilo in Italia nel 2016.

Ifeanyi è arrivato dalla Nigeria nel 2014 e da 9 mesi lavora – grazie ad un tirocinio formativo – al banco del mercato di Giovanni, in corso Brunelleschi a Torino. Giovanni vorrebbe assumerlo a tempo indeterminato, ma non può, perché la legge non permette la conversione del permesso di asilo in un permesso di lavoro. Dopo un primo diniego in commissione territoriale, Ifeanyi ha fatto ricorso in tribunale. Giovanni si è persino offerto di scrivere una lettera al giudice in cui afferma la sua volontà di assumerlo. La sentenza di primo grado ha confermato la decisione della commissione e se anche la corte di appello sarà dello stesso parere, di fatto diventerà un clandestino.

E il suo non è un caso isolato: Senza Asilo, una rete di operatori dell'accoglienza che si è costituita a Torino lo scorso dicembre, segue almeno una cinquantina di casi simili al suo.

 

“L'idea di creare questa rete e denunciare il fenomeno – spiega Anna Bertrand di Senza Asilo – è nata dalla frustrazione di noi operatori, nel vedere un percorso di integrazione virtuoso interrotto repentinamente”.

Negli ultimi anni, a seguito di decreti flussi sempre più restrittivi, ottenere un permesso di soggiorno per motivi di lavoro è diventato sempre più complesso. Il problema poi, è che di fatto non c’è alcun modo di entrare in Italia legalmente: solo dopo essere arrivati i migranti possono mettersi in regola. In tre modi: aderire al decreto flussi, sperare in una sanatoria, oppure chiedere asilo.

I decreti- flussi regolano appunto il numero di lavoratori stranieri ammessi, in base al paese di provenienza e al settore di impiego. Stando alla legge, il datore di lavoro in Italia dovrebbe impegnarsi ad assumere una persona residente in uno stato terzo e che presumibilmente non è mai stata prima nel nostro paese. Di fatto quindi il decreto-flussi è sistematicamente utilizzato come una sorta di sanatoria, dato che è tendenzialmente improbabile che un datore che vive in Italia possa chiamare a lavorare una persona che vive all'estero.

La sanatoria in senso tecnico comunque esiste: si tratta di una legge speciale, emanata generalmente ogni 3 anni in cui il governo decide di rilasciare un permesso di soggiorno a determinate condizioni, in genere onerose, a persone già irregolarmente presenti in Italia permettendo loro di sanare, appunto, la propria condizione lavorativa e legata al soggiorno. L'ultima è stata emanata nel 2012.

A febbraio il ministro dell'Interno Marco Minniti ha annunciato un decreto legge che secondo le intenzioni del governo dovrebbe “trasformare sempre più i flussi migratori da fenomeno irregolare a fenomeno regolare - come ha spiegato il premier Paolo Gentiloni -, in cui non si mette a rischio la vita ma si arriva in modo sicuro nel nostro Paese e in misura controllata”

In sintesi il decreto prevede taglio dei tempi di esame per le domande di asilo, possibilità per i richiedenti di svolgere lavori di pubblica utilità gratuiti e volontari, la creazione di nuovi Centri permanenti per il rimpatrio e 19 milioni di euro per garantire l’esecuzione delle espulsioni. Nulla si dice circa la possibilità di regolarizzare situazioni come quella di Ifeanyi.

Anzi, è possibile che diventi ancora più complesso per un richiedente asilo fare ricorso: secondo quanto previsto dal dl infatti, la sentenza negativa in primo grado diventerebbe ricorribile solo in Cassazione.

“Non è possibile – afferma però Lorenzo Trucco, avvocato di Asgi, l'Associazione studi giuridici sull'immigrazione – che i diritti dei migranti vengano sempre considerati come diritti di serie B: i migranti hanno accesso alla giustizia ma non come gli altri”.

 

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Team: Simone Sapienza, Daniela Sala,
Lorenzo Ascione
 
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