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Dignità e castigo

Pubblichiamo un articolo inviato a Fai Notizia da Giovanni Arcuri, detenuto presso il Carcere di Rebibbia da 10 anni. Durante la sua detenzione ha scritto tre libri di cui due pubblicati (Il nemico invisibile e Libero dentro), fa parte in pianta stabile nella compagnia teatrale Liberi Artisti Associati e si sta laureando in lettere presso l'Università Tor Vergata. E’ vincitore del primo premio letterario Carlo Castelli per la solidarietà la cui premiazione è avvenuta nel carcere di San Pietro (RC) ma, causa sovraffollamento, il D.A.P. non ha potuto autorizzare il trasferimento temporale per ritirare il premio lo scorso 13 novembre. Il suo fine pena è il 2016. E’ in attesa di ricevere una risposta dal Magistrato di Sorveglianza circa la richiesta per accedere ai permessi premio.

DIGNITA' E CASTIGO

L'esclusione dalla società civile deve essere proporzionata al danno arrecato
di Giovanni Arcuri -  Casa Circondariale di Rebibbia N. C. dicembre 2011
In Italia i metri di valutazione variano da giudice a giudice, da regione a regione, dal condizionamento dei media e da numerosi altri fattori che non vale la pena elencare in questa sede. Per lo stesso reato, con le identiche circostanze possiamo trovare delle sentenze completamente opposte o molto distanti tra loro per quanto riguarda la pena erogata.

Nella pratica, l'arbitrarietà del giudice e il libero convincimento hanno il sopravvento sul diritto sostanziale e questo può essere constatato quotidianamente nelle aule dei nostri tribunali da Milano a Caltanissetta. Questa concezione pone l'essere umano in una posizione strumentale, proprio perché strumento può essere escluso, allontanato, eliminato (nei paesi dove vige la pena di morte) quando si ritiene che non serve o infastidisce. Se fa bene viene premiato se fa male viene punito. Questa concezione è però in contrasto con il principio proclamato dalla Dichiarazione universale dei diritti umani, e stabilito dalla Costituzione italiana, secondo la quale l'essere umano non è strumento, ma ha dignità. L'essere umano è degno perché è tale e non per quello che fa. Al trasgressore non dovrebbero mai essere sottratti diritti fondamentali come quello alla relazione con i suoi cari e del vivere decentemente anche se ristretto. E' pacifico che le colpe dei padri non possono ricadere sui figli quindi il discorso del padre che avrebbe dovuto pensarci prima non può trovare accolto.
L'esperienza della detenzione è distruttiva a qualunque ceto sociale si appartenga. Si abbatte come un ciclone su chi vi finisce dentro e su tutti quelli che sono a lui legati affettivamente. Colpevole o innocente non ha importanza, si è tutti sottoposti agli stessi meccanismi ed alle stesse pressioni. Lo sono anche i nostri famigliari, e quindi gli affetti in generale che pagano un prezzo molto alto. A volte, se la pena da scontare è lunga si riesce a salvare ben poco.
In quasi ogni parte del mondo esistono le famose stanze dell'affettività che i media ed i vari organi di informazione o disinformazione ribattezzarono maliziosamente e volgarmente le "stanze del sesso". Luoghi dove invece si sarebbe anche semplicemente potuto abbracciare in maniera più intima e naturale un figlio, una moglie od un genitore, con enorme beneficio psicofisico per tutti. Linfa vitale che consentirebbe di tenere vivo il rapporto che con il passare degli anni e con le conseguenti difficoltà può portare al distacco. Nei paesi dove questo è permesso sono scesi quasi a zero i problemi interni ed il recupero del detenuto è una realtà, con vantaggio di tutta la collettività. Purtroppo l'ipocrisia ed il perbenismo fanno sì che queste iniziative in Italia non decollino; se n'è parlato anni or sono ma poi non se n'è fatto nulla. Il Consiglio di Stato bloccò la proposta come molte cose utili per il nostro paese.

Il nostro mondo si commuove per la sofferenza di un cane ma per i detenuti, no, non c'è pietà, quindi è meglio nascondere l'immondizia sotto il tappeto e dire che in fondo se la sono meritata. I politici se ne lavano le mani facendo a scaricabarile, la pagherebbero in termini elettorato.
Viviamo in un mondo cattivo dove quello che conta è il vincente, se sei un perdente non interessi a nessuno. La convenienza ha il sopravvento. Il carcere alla fine non solo non rispetta la dignità di chi lo subisce ma non rispetta diritti e dignità di terzi estranei alla trasgressione. La libertà è quindi attributo di dignità. Tale libertà può a mio avviso essere limitata solo nel caso che la limitazione serva esclusivamente allo scopo di consentire agli altri di esercitare la propria libertà.
E' coerente che le regole pongano obblighi e divieti indirizzati a tutelare la libertà dei membri della comunità e a garantirne l'esercizio, ma spesso è incoerente la conseguente retributiva della violazione. Mi spiego meglio: la sanzione il più delle volte non è in linea con il danno arrecato in quanto inquinato dai punti vista del magistrato di turno che invece di applicare la legge la interpreta con un metro ogni volta differente. Questo varietà di decisioni non è quasi mai in linea con dignità e tutela della libertà, oltre che alla violazione dei diritti dell'uomo che nelle nostre carceri sono a un livello di inaccettabilità, visto come siamo costretti a vivere come detenuti.

Anche sotto il profilo educativo la funzione autoritaria della risposta alla trasgressione non è adeguata poiché non tiene in considerazione la rieducazione del detenuto ed il suo percorso interno, anzi tende ad isolarlo. Certamente nei vari dibattiti e nei discorsi sulla giustizia si parla molto di umanizzazione della pena, dell'art. 27 della Costituzione etc. etc. ma al momento della verità tutte queste belle parole precipitano nel vuoto perché il magistrato di turno non ne tiene conto ma ritorna a guardare i reati per cui il detenuto è stato condannato o non ha il coraggio di applicare la legge per non essere criticato, disapprovazioni derivanti da una certa mentalità forcaiola che ci portiamo dietro da secoli.

Solo poche settimane fa un educatore di Rebibbia ha detto con molta semplicità ad un detenuto che aveva encomi e ottimo comportamento che tutte queste cose non servivano a nulla, li definì addirittura punti della Mira Lanza. A questo punto di che cosa vogliamo parlare? Lascio a voi le riflessioni al riguardo.

Nella maggior parte dei casi per ottenere un beneficio viene richiesto un atto collaborativo (58 ter etc.). Non si può insegnare a non uccidere uccidendo tanto per fare un esempio. La sofferenza imposta non può convincere nessuno a cambiare parametri di vita sbagliati, mentre andrebbero fin dall'inizio messi in atto procedimenti di osservazione del detenuto affinché il suo reinserimento nella società civile abbia successo. Il detenuto andrebbe seguito fin dalle fasi iniziali e portato poco a poco ad una metabolizzazione del reato e del danno arrecato sempre che vengano comminate pene consone e mai in esubero. La strada in ogni caso non mi sembra in discesa, tutt'altro. Mancano risorse, mancano addetti ai lavori seri e preparati, e manca più di ogni altra cosa la volontà a cambiare un sistema retrogrado, forse unico in Europa, che con la scusa di un emergenza che dura ormai da vent'anni permette detenzioni al di là dell'umana ragione in barba a tutte le risoluzioni e ammonimenti del Tribunale dei Diritti e gli appelli della società civile.

 

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Team: Simone Sapienza, Daniela Sala,
Lorenzo Ascione
 
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