Lo stato di crisi dei trasporti pubblici locali Redazione FaiNotizia.it

Irisbus, così chiude un'eccellenza italiana

(di Luca Cipriano)

Non vogliono darsi per vinti e per questo, da oltre un anno e mezzo, continuano a battersi con l’intento di recuperare il proprio posto di lavoro. Sono gli ex dipendenti dell’Irisbus di Valle Ufita, la fabbrica che fino al 2011 ha costruito pullman urbani ed extraurbani sui quali ognuno di noi, almeno una volta, si è seduto. Un’eccellenza italiana capace di fare vivere oltre mille dipendenti, indotto compreso, che ha sempre dato un impulso all’economia locale, basata principalmente sull’agricoltura e su piccole realtà artigianali.

Ecco perché la chiusura dello stabilimento, annunciata nell’estate 2011 da Fiat Industrial, ha messo in ginocchio questa zona della provincia di Avellino, già flagellata dai risvolti drammatici della crisi economica. La scelta di chiudere il sito è stata imputata agli elevati costi di produzione e al crollo del mercato. I quasi quattro mesi di presidio da parte degli operai, di fronte ai cancelli dello stabilimento e le infinite trattative tra sindacati, Azienda e Ministero dello Sviluppo economico, non hanno portato a nessun risultato. Nel frattempo, a Valle Ufita, si sono affacciati politici di tutti gli schieramenti e sono rimbalzate le voci su possibili imprenditori interessati a rilevare il complesso industriale: da Massimo Di Risio, leader della Dr Motor, da molti ritenuto un semplice traghettatore, a misteriose cordate cinesi prive di fondamento.

Un’agonia prolungata, conclusasi nel mese di dicembre dello stesso anno, quando Fiat ha chiuso i cancelli trasferendo la produzione in Francia e nella Repubblica Ceca. Una decisione, però, che non ha mai convinto la classe operaia: “In Francia il costo del lavoro supera il nostro di tre euro – racconta Dario Meninno, rappresentante Rsu – e proprio nel Paese transalpino costruisce il ‘Citelis’, pullman urbano che si fabbricava qui in Irpinia. Com’è possibile che si vada a produrre oltre confine con un costo maggiore? E soprattutto che fine hanno fatto gli 8 miliardi di investimento annunciati da Fiat nel 2010?”. Domande che attendono ancora una risposta.

Abbandonati dalla politica, gli operai hanno deciso di mettersi a studiare. E lo fanno ipotizzando nuovi piani industriali: “Abbiamo avanzato una proposta – prosegue Meninno – per un’intesta tra noi e la Breda-Menarini, altra azienda produttrice di autobus, per la realizzazione di un polo unico in cui costruire queste macchine. Oppure si potrebbe trasformare il sito dell’Irisbus in una stazione logistica per le merci”. Con la sola cassa integrazione, gli ex dipendenti cercano di sopravvivere come possono: qualcuno di loro ha chiesto il Tfr in anticipo; altri, invece, hanno dovuto reinventarsi un mestiere. È il caso di Franco, 56 anni, padre di tre figli e una vita passata a saldare: “Ho lavorato per 32 anni tra quelle mura e non avrei mai pensato di trovarmi in questa situazione. Siamo tutti in grande difficoltà anche perché il mercato dell’agricoltura è crollato: qua si coltivava il tabacco, ma le regole e i prezzi dettati dalle multinazionali non ci consentono più di produrlo”. Per questo Franco ha deciso di adattarsi a tutto: “Dal sostegno agli anziani, alla sistemazione dei giardini, alla riparazione dei rubinetti – cosa che non avevo mai fatto prima –. Faccio piccoli lavori che mi aiutano a portare a casa qualcosa. Alla mia età chi potrà mai assumermi?”.

Carlo, 57 anni, è sconfortato. Te lo fa capire prima ancora di iniziare a parlare: “Mi sento umiliato. Una persona vive anche per costruire un futuro ai propri figli, mentre ora sono loro ad aiutare me. Ne ho tre e per fortuna due di loro lavorano dandomi un sostegno importantissimo”. Una vita che piano piano non è più la stessa: “Prendo la macchina per gli spostamenti indispensabili: al massimo vado a fare la spesa con mia moglie, controllando ogni uscita. Ma la cosa più brutta è quella di non avere speranze: ora come ora, mi auguro solo di raggiungere la pensione attraverso la mobilità”. Ci sono poi i lavoratori che hanno smesso di entrare in fabbrica molti anni prima della chiusura e che, nonostante tutto, si uniscono alla battaglia degli ex colleghi: “Non ci fidiamo più di nessuno – spiega Domenico – né dei politici né dei sindacati. E soprattutto non vogliamo che la Fiat partecipi alle trattative perché non ha più interessi concreti a produrre in Italia. I miei compagni avrebbero lavorato per un altro anno, perché in Italia il 75% del parco autobus è da cambiare. Un paradosso che non possiamo accettare”.

Un parco autobus antico, il nostro, che va oltre gli standard europei: la vita di una macchina pubblica, infatti, dovrebbe essere di 7 anni. In Italia, invece, stando a uno studio voluto dall’assessore ai Trasporti della Regione Campania Sergio Vetrella, si è dimostrato come la media oscilli dai 10 ai 15 anni. Avere mezzi pubblici vecchi significa anche contribuire all’emissione di sostanze inquinanti nell’aria. E il rapporto dell’agenzia dell’Unione Europea per l’ambiente presentato a Bruxelles a settembre 2012 e relativo al periodo che va dal 2001 al 2010 parla chiaro: l’Italia è il paese che batte tutti i record di smog. Si parla di una continua sanzione da parte dell’Ue nei confronti del nostro paese e di una possibile sanzione superiore al miliardo e mezzo di euro, anche se, per ora, non risulta esserci alcuna sentenza ufficiale da parte dell’Ue.

Qualche speranza Irisbus, comunque, sembra esserci. Anche perché nella contorta vicenda, la Fiat, pur avendo svuotato lo stabilimento, mantiene in vita un impianto di cataforesi (una particolare tecnica di verniciatura) sofisticato, con spese giornaliere molto elevate. La Fiat ritornerà ugualmente a produrre mezzi pesanti a Valle Ufita o sta semplicemente aspettando il miglior acquirente per cedere definitivamente l’impianto? I lavoratori attendono.

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Team: Simone Sapienza, Daniela Sala,
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