(Ir)regolari Daniela Sala

Immigrazione, le leggi degli Stati Ue a confronto

Le politiche migratorie dell'Unione europea parlano 28 lingue diverse.
Se da una parte, come si legge ad esempio in uno studio del think tank basato a Bruxelles European Policy Center gli Stati membri “si sono accordati per quanto riguarda le riunificazioni familiari e lo status dei residenti da lungo termine (ovvero residenti stabilmente nell'Ue da almeno 5 anni e a determinate condizioni, Ndr) per quanto riguarda l'ammissione di nuovi migranti hanno preferito seguire un approccio selettivo e settoriale”.
La materia infatti non è di competenza diretta dell'Ue e le contraddizioni sono evidenti. Per fare un esempio, Francia e Germania hanno politiche opposte per quanto riguarda gli studenti stranieri. Le università tedesche hanno avviato diversi programmi per incoraggiare gli studenti stranieri a restare, a patto che cerchino un lavoro nel proprio campo di studi, mentre la Francia tende a rimandare gli studenti al proprio paese subito dopo la laurea. E questa mancanza di una politica comune, avverte l'Epc, può spingere gli Stati membri a competere tra loro, una competizione che dal punto di vista della costituzione di un mercato unico del lavoro avrebbe solo effetti negativi.
Inoltre la libertà di movimento all'interno dell'Ue per i cittadini di paesi terzi (insieme a rumeni e bulgari) è limitata e garantita solo ad alcune categorie (residenti da lungo termine, ricercatori, studenti e lavoratori altamente qualificati). La conseguenza è che “Il mercato unico – si legge sempre nello studio dell'Epc – non può raggiungere il suo pieno potenziale nel generare ricchezza se beni e servizi sono mobili, ma il lavoro non lo è”. L'Epc identifica i lavoratori stranieri come un “enorme potenziale con poche possibilità”, senza contare che con la crisi “una riallocazione dei lavoratori migranti già presenti potrebbe alleviare gli effetti della crisi nei paesi dove il tasso di disoccupazione è più alto”.
 
Ecco le normative in vigore in Germania, Francia, Spagna e Regno Unito a confronto
 
GERMANIA
 
La Germania ha una delle legislazioni più permissive per l'immigrazione tra i paesi Ue, almeno per quello che riguarda i lavoratori molto qualificati.
Il cambio di rotta è recente: dagli anni Settanta e fino ai primi anni Duemila, le leggi e la burocrazia tedesche sono state particolarmente poco favorevoli all'immigrazione, ma i risultati del censimento del 2011 (il primo in 25 anni) hanno mostrato come nel 2025, per effetto la diminuzione della popolazione, mancheranno 5 milioni di lavoratori qualificati.
Lo scorso aprile il ministro dell'Interno tedesco Thomas De Maizière ha auspicato una gestione del fenomeno migratorio basata sui 'bisogni'. In pratica se la Germania vuole mantenere la sua economia forte, non può fare a meno degli immigrati.
La materia è regolata dal Resident Act. In pratica, per ottenere un permesso di soggiorno di lavoro in Germania bisogna ottenere il nulla osta dall'Agenzia federale dell'impiego, nulla osta da cui son escluse alcune categorie specializzate, come manager, ricercatori e scienziati.
Alla scadenza, se il cittadino straniero ha lavorato per almeno un anno per lo stesso datore di lavoro, il permesso di residenza può essere prolungato senza l'esame del mercato del lavoro.
Più facili le cose per i laureati specializzati: se sono in possesso di un diploma universitario tedesco o comunque riconosciuto in Germania, di un contratto di lavoro o un'offerta di lavoro che preveda uno stipendio annuale lordo di almeno 48mila euro (ridotto a circa 38mila euro per le professioni in cui c'è carenza di personale) possono ottenere la Carta blu Ue, in accordo ad una direttiva europea.
Inoltre, se la laurea è stata ottenuta in Germania e si è in grado di dimostrare di potersi mantenere economicamente, si può ottenere abbastanza facilmente un permesso di ricerca lavoro.
Infine negli ultimi anni la Germania ha rafforzato la cooperazione con alcuni paesi terzi e avviato diversi progetti pilota per formare e reclutare direttamente all'estero lavoratori specializzati.
 
FRANCIA
 
Tradizionalmente la Francia ha sempre mantenuto una politica migratoria piuttosto aperta, almeno fino al 2007, quando durante la presidenza di Francois Sarkozy è stata adottata una legge orientata a ostacolare l'immigrazione di lavoratori non sufficientemente qualificati. La stessa legge ha inoltre reso più difficile l'ottenimento della cittadinanza attraverso il matrimonio e i ricongiungimenti familiari, stabilendo che le risorse economiche dello straniero che lo richiede devono essere pari almeno al salario minimo garantito, mentre di il legame di parentela va dimostrato con un test del dna.
Insomma, come per la Germania l'obiettivo è quello di adattare il flusso migratorio alle capacità di accoglienza del paese e ai suoi bisogni economici.
Il sistema giuridico francese è organizzato attorno a due tipi principali di permesso di soggiorno: uno temporaneo, della durata massima di un anno legato alla situazione specifica dello straniero, e uno a lungo termine, decennale e rinnovabile: prevede che chi ne fa richiesta abbia la residenza da almeno 5 anni e abbia ottenuto il contratto di accoglienza e integrazione, che prevede una formazione linguistica e civica.
La legge prevede uno speciale titolo di soggiorno per gli stranieri che hanno un contratto di lavoro per determinate attività professionali o per stranieri la cui professione è richiesta in specifiche zone che presentano difficoltà di reperimento di mano d’opera.
Inoltre da luglio scorso è in discussione nel paese una nuova legge sui “diritti degli stranieri” (Projet de loi relatif au droit des étrangers en France). Le priorità della proposta di legge sono ancora una volta il contrasto all'immigrazione illegale, l'incoraggiamento dell'ingresso di lavoratori qualificati e e l'integrazione dei migranti legalmente residenti. Il disegno di legge propone l'introduzione di un nuovo permesso pluriennale, rilasciato a determinate condizioni e intermedio rispetto ai due tipi di permesso già previsti.
Si punta inoltre a facilitare la permanenza degli studenti stranieri, dopo che abbiano ottenuto la laurea: potranno infatti più facilmente ottenere un visto se troveranno un lavoro nel proprio campo di studi o se avvieranno una loro impresa.
La proposta di legge, che è passata all'Assemblea nazionale ed è ora in esame al Senato, ha però in realtà suscitato critiche da parte di entrambi gli schieramenti, complice la crisi dei rifugiati a livello europeo. I partiti conservatori all'opposizione la ritengono infatti troppo permissiva, mentre alcuni esponenti di sinistra la hanno criticata in quanto ancora troppo restrittiva e contestano soprattutto la troppa discrezionalità accordata alle prefetture nella concessione o meno dei permessi.
 
SPAGNA
 
La legge spagnola che regola la materia è la “Ley de estranjería” del 2000, modificata l'ultima volta nel 2011.
La Spagna prevede permessi di permanenza temporanea fino a 90 giorni e di permanenza per periodi superiori a 90 giorni ripartiti, a loro volta, in periodi da 90 giorni a 5 anni e in permanenza a tempo indeterminato per chi ha soggiornato per almeno 5 anni nel paese.
Tutti gli stranieri extracomunitari che svolgono un lavoro in Spagna hanno bisogno di un permesso di soggiorno. I non lavoratori, gli studenti e i pensionati, per ottenere il rilascio del permesso e quindi poter risiedere legalmente in Spagna, devono dimostrare di non essere un potenziale onere finanziario o sociale per lo Stato. In altre parole, devono dimostrare di possedere mezzi economici sufficienti alla propria sussistenza.
In Spagna però non è indispensabile che uno straniero ottenga il permesso di soggiorno prima di cominciare a svolgere un'attività lavorativa sia autonoma che dipendente. Il titolo serve solo a convalidare (e non a costituire) il proprio diritto a risiedere sul territorio nazionale.
La domanda per il rilascio del permesso di soggiorno deve essere presentata entro un mese dalla data di arrivo in Spagna e l'eventuale divieto di ingresso deve essere motivato.
Come l’Italia, anche la Spagna ha utilizzato gli accordi bilaterali con altri paesi per rallentare il flusso di migranti. Nonostante questi accordi, altri fattori, hanno fatto sì che la popolazione di stranieri in Spagna si sia moltiplicata in pochi anni. Nel 2000 in Spagna risiedevano 1,5 milioni di cittadini stranieri. Nel 2006 erano diventati 6,5 milioni, cioè il 14% del totale della popolazione spagnola. Come per l'Italia comunque l’immigrazione in Spagna è ancora molto giovane e non esiste una vera e propria seconda generazione di stranieri nati nel paese.
Come spiega un report del 2015 del Migration Policy Institute, un centro studi con sede a Washington, nonostante la crisi economica e l'alto numero di migranti, a differenza di altri paesi europei in Spagna non si è verificata la diffusione di sentimenti anti-immigrati. La conclusione della ricerca è però che probabilmente sia solo questione di tempo prima che il paese si allinei al trend europeo.
Ad aprile 2015, infatti, la Spagna ha adottato una legge piuttosto criticata in materia di sicurezza cittadina, voluta dal Partito Popolare di Mariano Rajoy. Parte di questa nuova legge contiene nuove disposizioni per le frontiere spagnole delle enclavi di Ceuta e Melilla in Marocco. Nel 2014 sono più di 4mila le persone che hanno tentato di saltare la recinzione che circonda le enclavi e 600 ci sono riusciti. Il nuovo emendamento legalizza l’espulsione automatica e collettiva dei migranti provenienti dalle frontiere dei due presidi spagnoli.
 
REGNO UNITO
 
L'immigrazione nel Regno Unito si basa su un sistema a punti che ha l'obiettivo di promuovere l'arrivo di lavoratori qualificati. Per beneficiare di un permesso di lavoro è necessario segnare abbastanza punti in una certa categoria. In pratica i punti sono assegnati secondo l'età, la situazione finanziaria, il livello di istruzione, qualifiche, conoscenza della lingua inglese ed altre considerazioni.
Tutti, salvo i lavoratori altamente qualificati, sono obbligati a presentare un certificato di sponsorizzazione di un sponsor riconosciuto (ad esempio un datore di lavoro o una scuola) quando fanno la domanda di visto. Il sistema comunque non è una classifica lineare di attribuiti, ma piuttosto un sistema di bilanciamenti e compensazioni. Ad esempio, un candidato laureato con un reddito molto alto in passato dovrebbe essere equiparato ad un candidato dottorato con un reddito più basso.
Inoltre per assumere un cittadino extracomunitario e ottenere un permesso di lavoro, un’azienda deve dimostrare che il futuro impiegato possiede una serie di qualifiche legate alla posizione che occuperà, e che non esistano altri candidati altrettanto qualificati nell’Unione Europea.
I cittadini non-UE che vogliono rimanere nel Regno Unito oltre sei mesi devono far richiesta di un visto in anticipo o di un permesso di ingresso. Dal primo ottobre 2013 sono entrate in vigore alcune modifiche per rendere le cose più facili alle aziende e a chi studia nel Regno Unito e vuole rimanere anche per lavorare: ad esempio è stato eliminato l'esame di inglese obbligatorio per i dipendenti trasferiti in una sede britannica.e
Va infine ricordato che il Regno Unito non ha sottoscritto gli accordi di Schengen, quindi è autorizzato ad esercitare, alle proprie frontiere con gli altri Stati membri, i controlli sulle persone ritenuti necessari. Per contro, gli altri Paesi Ue hanno la facoltà di applicare alle proprie frontiere i medesimi controlli sulle persone provenienti dal Regno Unito.
 

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Team: Simone Sapienza, Daniela Sala,
Lorenzo Ascione
 
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