Contraddizioni made in China Francesco Radicioni

In Cina un caso Cucchi esplode sui social network

La puntata integrale della trasmissione L'ora di cindia

 

Claudio Landi: Francesco, proviamo a spiegare ai nostri ascoltatori la realtà dell’universo delle carceri cinesi. Insomma, le carceri in Cina come funzionano? E in che condizioni vivono i detenuti da quelle parti?
Francesco Radicioni: Possiamo davvero parafrasare Voltaire quando sosteneva che la realtà di un Paese si può misurare dalla situazione delle sue carceri e possiamo utilizzare questo paradigma del sistema penitenziario per leggere la realtà cinese nel complesso. Infatti, nel sistema della giustizia e penitenziario in Cina sono già contenuti tutti quei semi di cui abbiamo parlato molte volte da questi microfoni e che vanno a incidere su molti altri aspetti della realtà. Se da un lato, ci sono un linguaggio ufficiale e nuovi regolamenti che vogliono marcare il rispetto dei diritti umani e della legge anche per i detenuti, così come si inizia a diffondere un linguaggio di diritti; dall’altro, c’è una costante difficoltà nell’applicazione di questi regolamenti nelle oltre 700 carceri cinesi e di cui il 70% è situato in zone periferiche come le regioni nel nord-est e dell’estrema periferia occidentale, le province del Qinghai e del Gansu. Inoltre, è interessante notare come, sempre più spesso, la società civile cinese sempre più spesso riconosce e conosce i propri diritti ed pronta a rivendicarli, e questo vale anche per i diritti dei detenuti.

Così la situazione generale. Esistono dati pubblici su quanti siano i detenuti in Cina? Quanto è ampio il sistema carcerario cinese? E come vivono i detenuti?
Come accennavo prima, le prigioni in Cina sono circa 700 e si dice ospitino un milione e mezzo di detenuti. Un livello di carcerazione molto inferiore a quello degli Stati Uniti se lo compariamo alla popolazione.

In questo numero di detenuti sono compresi i campi di lavoro?
Sì! Sono compresi anche i detenuti nei campi di lavoro che rappresentano però una sorta di buco nero in quella che è la realtà più generale delle carceri cinesi, e che - in linea di massima - si sta aprendo anche a quelle che sono visite ispettive da parte di NGO o di diplomatici stranieri, anche se non sono ancora la regola. Per esempio, nel 2005 c’è stata la visita del Rapporteur delle Nazioni Unite contro la Tortura che ha potuto avere accesso alle prigioni cinesi.

Quali sono le condizioni del sistema detentivo cinese stando a questi rapporti di fonti internazionali e indipendenti. Per esempio, si registra un uso frequente della tortura?
In quel rapporto del 2005 si era parlato di un uso frequente della tortura, di condizioni piuttosto squallide all’interno delle celle, oltre che di una dilagante corruzione all’interno degli istituti che coinvolgerebbe ogni aspetto della vita dei detenuti, in cui sarebbero frequenti episodi di abusi di potere2. In Cina esistono svariate leggi – l’ultimo Codice di Procedura Penale – in cui è ribadito l’inammissibilità dell’uso della tortura sui detenuti e che le prove estorte attraverso la tortura sono da considerarsi nulle. Ci sono stati anche una serie di ricorsi e rimborsi economici per ingiuste detenzioni frutto di confessioni forzate. Ma, nonostante questi regolamenti, l’abitudine di picchiare i detenuti durante le fasi dell’arresto, dell’interrogatorio e della detenzione sembra far parte della prassi delle prigioni cinesi.

Rispetto a queste indagini internazionali la situazione è migliorata?
Sembrerebbe esserci un miglioramento: c’è un miglioramento sia nella normativa sia nel dibattito. Come dicevamo in apertura, oggi, il linguaggio dei diritti è un linguaggio comune in Cina. Da un punto di vista normativo, ciò che sembra si stia mettendo in discussione è il fatto che siano solo le autorità di polizia ad avere il monopolio di tutte le fasi dall’arresto alla detenzione.

Perché attualmente in queste fasi non interviene la magistratura?
Esatto. Così sono in molti tra gli stessi accademici, editorialisti e legislatori cinesi a chiedere l’istaurazione di checks-and-balances che possano garantire i diritti dei detenuti. Tuttavia indagini veritiere, limpide e affidabili sulle carceri cinesi ancora non esistono.

Ci sono NGO che si occupano di carceri?
Esistono NGO che si occupano di carcere e c’è anche una società civile piuttosto vivace: ad esempio, c’è un caso esploso nel 2009 che ricorda molto da vicino il caso dell’italiano Stefano Cucchi. Il protagonista era un 24enene che si chiamava Li Qiaoming che era entrato in un carcere dello Yunnan in buone condizione e che dopo poche ore dall’arresto è stato trovato morto in cella. Così, le autorità inizialmente hanno parlato che sarebbe morto giocando a nascondino. I parenti non hanno voluto credere a questa versione e hanno iniziato una battaglia per chiedere la verità, molti tra i blog cinesi hanno iniziato a ri-twittare la notizia e a chiedere un’inchiesta indipendente sulla morte di questo giovane, poi alcuni giornali locali hanno seguito e alla fine anche i media nazionali ne hanno dovuto parlare. C’è stato l’inizio di un’indagine indipendente: sono stati chiamati 15 cittadini dello Yunnan a fare una visita al carcere dove hanno trovato una situazione di evidente omertà. L’aspetto interessante è che dopo il caso di Li sono esplosi una serie di casi analoghi, sparsi per l’intero territorio della Repubblica Popolare: uno nello Hubei, uno a Tianjin, etc.  questo ha prodotto alcuni risultati – modesti, ma importanti – come l’allontanamento di alcuni direttori e una normativa sui risarcimenti economici per le vittime di pestaggi in carcere che comprende l’omessa vigilanza.

Così qualche direttore di carcere ci ha rimesso il posto...

Esatto. E proprio nell’ottica di una maggiore professionalizzazione delle 300mila guardie carcerarie - che hanno un livello piuttosto basso di istruzione, non esiste in Cina la figura dello psicologo del carcere - sono stati istituiti dei corsi di formazione per guardie e i direttori e sembra che da allora la situazione sia leggermente migliorata.

Ma rimane – come dicevi tu - il buco nero dei campi di lavoro. Grazie a Francesco Radicioni.

 

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Team: Simone Sapienza, Daniela Sala,
Lorenzo Ascione
 
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