Ambiente Maurizio Bolognetti

I veleni industriali e politici della Basilicata

Un migliaio di persone hanno marciato per le vie di Lavello per chiedere la chiusura dell'inceneritore Fenice. La manifestazione, partita da Piazzale Sacro Cuore si è conclusa nella stessa piazza, con gli interventi di rappresentati di comitati e associazioni lucane e pugliesi.

Maurizio Bolognetti, membro della Direzione Nazionale di Radicali Italiani indaga da anni sulla drammatica situazione lucana, documentando e denunciando, con esposti alla Procura e tutti gli strumenti della legge, una situazione da sempre definita dai radicali un disastro ambientale. I dati che negli anni hanno sostenuto denunce, interrogazioni parlamentari e iniziative sono stati raccolti da Bolognetti in un dossier, "La Basilicata avvelenata dalla malapolitica", presentato alla Camera dei Deputati il 29 luglio 2010. Il dossier è stato consegnato anche a Gatano Pecorella, Presidente della Commissione Bicamerale sul ciclo dei rifiuti, chiedendogli di mettere all'ordine del giorno le questioni denunciate e ascoltare le testimonianze di Maurizio Bolognetti.

 

Gli elementi principali del dossier Basilicata sono:

  • gestione dei rifiuti in fase semiemergenziale con discariche al collasso, discariche che inquinano
  • impianti di smaltimento, come il più grande inceneritore d'Europa, che continua a immettere mercurio nel fiume Ofanto
  • controlli ambientali carenti e privi di trasparenza
  • situazione della Val d'Agri che si aggrava sempre di più in seguito all'attività estrattiva

I Radicali chiedono risposte ed azioni alle altre forze politiche, locali e nazionali.

Un'emblema del bisogno di attenzione, mediatica e politica, che ha il caso Basilicata e l'impegno di Maurizio Bolognetti è l'assurda vicenda giudiziaria che ha colpito il dirigente radicale.

L'ha raccontata la deputata Elisabetta Zamparutti durante la conferenza stampa: "Maurizio Bolognetti ha effettuato analisi sulle acque di dighe importanti, rilevando un tasso di inquinamento biologico e chimico ben superiore ai livelli minimi imposti dalla legge. Ha giustamente reso pubblici e conoscibili queste informazioni. Ora lui e il tenente di polizia Giuseppe Di Bello, che lo ha coadiuvato, sono sotto processo, mentre nulla dalle procure lucane esce rispetto agli esposti su una serie di questioni ambientali, in cui si denunciavano l'assenza di controlli e tutto quello che stava accadendo.

Il dossier integrale è a disposizione, per essere diffuso, condiviso, raccontato, per dare maggiore visibilità possibile all'importante azione di Maurizio Bolognetti.

La peste italiana. Il caso Basilicata. Dossier sui veleni industriali e politici che stanno uccidendo la Lucania

Impatto delle estazioni petrolifere in Basilicata - Maria Rita D'Orsogna
Maurizio Bolognetti a Radio Radicale
Impatto delle estrazioni petrolifere in Basilica. Intervista dott. Mele

 

Dal Blog La voce dell'Emergenza
Discariche al collasso, abusive, che inquinano; monnezza che si sposta da una parte all’altra della regione; raccolta differenziata che non c’è, smaltimento illecito di rifiuti pericolosi; il più grande inceneritore d’Europa, che continua ad inquinare la falda acquifera del fiume Ofanto; controlli ambientali carenti e dati nascosti; sorgenti inquinate e siti di bonifica di interesse nazionale non bonificati: malattie tumorali in aumento in tutta la regione. Sullo sfondo la lunga mano delle ecomafie. Con Maurizio Bolognetti si proverà a raccontare la Basilicata illegale; una realtà in cui, per dirla con le parole di Marco Pannella, “la strage di legalità ha sempre per corollario, nella storia, la strage di vite e di popoli.”

La salute dei cittadini lucani è fortemente minacciata da una situazione ambientale sempre più compromessa. La Basilicata ha il primato, nel rapporto reati/abitanti fra tutte le regioni italiane, di violazioni della normativa penale su reati ambientali. La denuncia radicale sulla “Peste lucana”.

La Rifiuti connection lucana.

Da mesi, in qualche caso da anni, attendiamo di conoscere l’esito di indagini aperte su alcune situazioni di inquinamento ambientale. Negli ultimi mesi ci siamo occupati dei due Sin lucani (Sito di bonifica di interesse nazionale), che da tempo attendono di essere bonificati (un tema che andrebbe affrontato su scala nazionale). Luoghi dimenticati e da far dimenticare, che grazie alla nostra azione sono tornati ad esistere, a creare imbarazzo in chi da anni è incapace di governare certe “emergenze”. È il caso della vasca fosfogessi di Tito scalo con il suo carico di veleni, e dell’area di Ferrandina con i veleni che hanno inquinato falde acquifere e terreni. Dopo la nostra iniziativa sono stati stanziati un po’ di soldi per le bonifiche dei Sin, ma siamo ancora nella fase di messa in sicurezza d’emergenza (Mise) e di caratterizzazione. Lontani da una vera bonifica. In compenso abbiamo scoperto che a Ferrandina (Matera), all’interno di un Sin non bonificato, hanno consentito l’insediamento di un’azienda, che il ministero dell’Ambiente ha inserito nell’elenco delle fabbriche suscettibili di provocare incidenti rilevanti. L’azienda in oggetto scarica i suoi reflui industriali nel fiume Basento. Qualche mese fa, il Corpo forestale dello Stato ha aperto un’inchiesta di cui si sono perse le tracce, come avvenuto pure per l’inchiesta sull’inceneritore Fenice, aperta oltre un anno fa dalla Procura di Melfi. Nella Val D’Agri, cuore delle estrazioni petrolifere in Italia, dopo oltre 10 anni si è avviata un’indagine epidemiologica. Ad oggi, però, i monitoraggi sull’emissione in atmosfera di idrogeno solforato e di biossido d’azoto continuano ad essere carenti. Alcuni medici e la totalità dei cittadini della Val D’Agri da anni denunciano una notevole crescita delle malattie tumorali nell’area delle estrazioni. Analoga denuncia arriva dall’area dell’inceneritore Fenice e da altre zone della Lucania, come Tito scalo e la Val Basento. In uno studio redatto da alcuni medici dell’Istituto superiore di sanità, in collaborazione con l’Istituto Tumori di Milano, si afferma che in Basilicata l’incidenza delle malattie tumorali cresce come in nessun’altra parte d’Italia. Il paradosso lucano sta nel fatto che chi mette le mani sulle nostre vite, negando giustizia, producendo avvelenamenti, saccheggiando il territorio, dorme in pace, mentre chi denuncia e prova a raccontare, il sonno lo perde. Viviamo in un Paese in cui il diritto di accesso alle informazioni in materia ambientale sembra essere una chimera. Eppure il nostro Paese, sia pur con ritardo, ha recepito la Convenzione di Arhus.

LA CONVENZIONE DI ARHUS – Approfondimento.
La convenzione afferma alcuni elementari principi:
• necessità di garantire che qualsiasi persona fisica o giuridica abbia il diritto di accedere al l’ informazione ambientale detenuta dal le autorità pubbliche o per conto di esse, senza dover dichiarare il proprio interesse;
• necessità della messa a disposizione di informazioni da parte delle autorità pubbliche e della diffusione dell‘in formazione ambientale anche tramite tecnologie di informazioni e comunicazioni;
• necessità di chiarire la portata dell’informazione ambientale comprensiva , in qualsiasi forma , delle notizie sullo stato dell’ambiente, sui fattori, le misure o le attività che incidono o possono incidere sull’ambiente, le analisi costi benefici, l’informazione sullo stato della salute e della sicurezza umana, compresa la contaminazione della catena alimentare, le condizioni della vita umana.

La Basilicata e le ecomafie.

Nella prefazione al rapporto di Legambiente sulle ecomafie, Roberto Saviano commenta un dato che dovrebbe far riflettere: la “Ecomafie spa” ricava 20 miliardi di euro all’anno dal traffico dei rifiuti. Afferma Saviano: “Come per il Narcotraffico, il fare affari con i rifiuti, sotterrare scorie tossiche, devastare intere aree, ha permesso alle organizzazioni criminali o a semplici consorterie imprenditoriali di accumulare capitali poi necessari per specializzarli in altri settori”. Il rapporto sulle ecomafie pubblicato da Legambiente conferma ancora una volta che il Sud è la pattumiera d’Italia. Con 20 miliardi di incassi, la “Ecomafie spa” è una delle aziende più solide del nostro Paese. Nell’Italia, fiaccata dalla crisi, il traffico di rifiuti continua a garantire ottimi guadagni e non conosce flessioni. Trafficare in rifiuti conviene, anche perché si rischia poco e si guadagna tanto. Nel rapporto di Legambiente troviamo una conferma all’allarme che in questi anni abbiamo ripetutamente lanciato. In materia di reati ambientali, se rapportiamo i reati alla popolazione residente, la Basilicata si colloca al terzo posto in Italia, subito dopo la Calabria e la Sardegna; ma se consideriamo le infrazioni relative alla normativa penale sui rifiuti, la Basilicata, considerando il rapporto reati/abitanti, si colloca al primo posto, sopravanzando Calabria e Campania. Scrive Legambiente: “Infatti, se i numeri in termini assoluti delle infrazioni accertate vedono la Basilicata in fondo alla classifica regionale (16° posto), la situazione si inverte se consideriamo il numero delle infrazioni in base alla popolazione (incidenza ogni 10.000 abitanti)”. Insomma, contrariamente a quello che pensa il Presidente della Giunta regionale Vito De Filippo, di recente ascoltato dalla Commissione bicamerale sul ciclo dei rifiuti, la situazione è preoccupante. Del resto, va da sé, che se davvero si vuole capire l’incidenza di un fenomeno in un determinato territorio, i numeri vanno rapportati alla popolazione residente. E proprio da un’attenta lettura del dossier di Legambiente emerge che la provincia di Matera, con 87 reati accertati e un’incidenza del 4,3 ogni 10 mila abitanti, è seconda in classifica solo dopo Vibo Valentia (5,6 reati ogni 10 mila abitanti). La Basilicata con la sua densità abitativa (59 abitanti per km quadrato) è un luogo ideale per lo smaltimento di rifiuti tossici e pericolosi.

Caso Fenice: bombe al mercurio, silenzi omertosi.

“In questo clima di festosa provincialità, i nostri amministratori si sono dimenticati che l’acqua della falda nel nostro territorio è stata pesantemente inquinata da metalli molto pericolosi per la salute pubblica (mercurio, nichel, cadmio, piombo).” Gazzetta del Mezzogiorno, 7 aprile 2009
Così si esprimevano i cittadini del Vulturemelfese pochi giorni dopo aver scoperto che le falde acquifere del fiume Ofanto erano state inquinate dall’inceneritore Fenice. La vicenda, che ha per protagonisti Fenice-Edf e l’Agenzia regionale per la Protezione ambientale della Basilicata, merita di essere raccontata. Essa assurge a emblema di un sistema che da troppo tempo nega ai cittadini della Basilicata il diritto a poter conoscere i dati dei monitoraggi ambientali. In Basilicata, nell’area industriale di San Nicola di Melfi, è in funzione dal 2000 l’inceneritore Fenice di proprietà della francese EDF. Fenice è il più grande inceneritore d’Europa e tratta oltre 65.000 tonnellate all’anno di rifiuti urbani e industriali. Il 3 agosto del 2009, la francese EDF ha dato vita ad una “joint-venture” con l’Enel, che opererà nel settore del nucleare civile. La società, denominata “Sviluppo nucleare Srl”, avrà il compito di realizzare gli studi di fattibilità per la costruzione in Italia di almeno 4 centrali nucleari con la tecnologia di terza generazione avanzata EPR. EDF è quotata alla borsa di Parigi ed è membro del Cac 40. Fenice- Edf si traduce, in Basilicata, con “inquinamento delle falde acquifere”. Infatti, da almeno 30 mesi, due anni e mezzo, l’inceneritore Fenice inquina la falda acquifera del fiume Ofanto con mercurio e alifati clorurati cancerogeni. Da mesi i cittadini lucani attendono risposte dalla Procura della Repubblica di Melfi. A settembre del 2009 ho presentato un esposto indirizzato alla Procura della Repubblica di Potenza, ipotizzando l’omissione di atti d’ufficio a carico di alcuni dirigenti dell’Arpab. Ad oggi non ho ricevuto risposta alcuna. La vicenda Fenice potrebbe essere sintetizzata con le dichiarazioni rese alla stampa, il 20 ottobre del 2009, dal Direttore dell’Agenzia regionale per l’ambiente Vincenzo Sigillito: “L’Arpab non era tenuta ad informare le istituzioni entro tempi determinati, rispetto all’inquinamento provocato da Fenice. Se l’avessimo detto prima a cosa sarebbe servito? A creare allarmismo?”(il Quotidiano della Basilicata). Sigillito, oltre a tentare un maldestro depistaggio, rilascia dichiarazioni sorprendenti, che fanno a pugni con il D.LGS 152/2006 e con la convenzione di Aarhus, allineando il suo pensiero a quello del coordinatore provinciale dell’Arpab, dottor Bruno Bove. Il dottor Bove, infatti, il 25 settembre 2009 aveva dichiarato al TGR Basilicata: “Già dal marzo del 2008 eravamo a conoscenza dei livelli preoccupanti di mercurio nella falda, ma non spettava al nostro Ente lanciare l’allarme. Per legge è Fenice a dover comunicare entro 24 ore il superamento della soglia”. Sigillito e Bove probabilmente non hanno mai letto un testo che è di fondamentale importanza per chi ha il compito istituzionale di difendere l’ambiente e la salute dei cittadini. Il testo in oggetto è il Decreto legislativo 152/2006 (“Norme in materia ambientale”) e segnatamente l’art. 244 che recita: “Le pubbliche amministrazioni che nell’esercizio delle proprie funzioni individuano siti nei quali accertino che i livelli di contaminazione sono superiori ai valori di concentrazione soglia di contaminazione, ne danno comunicazione alla regione, alla provincia e al comune competenti”. Proviamo a chiarire meglio la vicenda. Marzo 2009: l’Arpab comunica al Sindaco di Melfi “il superamento della concentrazione di soglia delle acque sotterranee”. Le analisi Arpab documentano la presenza nella falda acquifera del fiume Ofanto di agenti inquinanti cancerogeni. Pochi giorni dopo, anche Fenice-Edf comunica al sindaco di Melfi un “superamento delle concentrazioni di soglia”. Tutto in ordine, direte voi. Assolutamente no! L’Arpab, come accertato da un’inchiesta sul campo condotta dall’Associazione Radicali Lucani, era a conoscenza fin dal gennaio 2008 di un inquinamento in atto della falda acquifera, con presenza di mercurio anche 140 volte superiore ai limiti previsti dalla legge. L’Arpab per 15 mesi ha negato al Sindaco di Melfi e ai cittadini il diritto a poter conoscere i dati dei monitoraggi effettuati. È dunque evidente che Sigillito e Bove, oltre a non aver letto il D.lgs. 152/2006, non hanno letto nemmeno la Convenzione Aarhus (Danimarca – 25 giugno 1998), ratificata dall’Italia con la legge 108/01, già ratificata dall’Italia. Fatto sta che i cittadini lucani hanno potuto conoscere una parte dei monitoraggi (febbraio 2008 – settembre 2009) effettuati sulle matrici ambientali acqua e terra dell’area in cui è insediato l’inceneritore Fenice, solo grazie all’azione e all’iniziativa politica dei Radicali. Da mesi, però, siamo ritornati alla totale assenza di trasparenza, ai “panni sporchi che si lavano in famiglia”. Il 4 novembre 2009, il direttore dell’Arpab, ascoltato dalla II commissione permanente regionale, ha dichiarato: “L’Arpab non ha effettuato analisi sulle acque di monitoraggio nell’ambito di Fenice dal 2002”. Eppure la delibera della Giunta regionale n. 304 del 25 febbraio 2002 trasferiva all’Arpab “la rete di monitoraggio della qualità dell’aria e delle indagini volte alla caratterizzazione delle matrici ambientali nell’area del melfese”. Il 5 novembre 2009, il Quotidiano della Basilicata titola:”Pasticcio Arpab: mancherebbero i dati sull’inceneritore dal 2002 al 2006”. Domanda maliziosa: i dati 2002-2006 non ci sono o qualcuno li ha convenientemente distrutti o occultati? Di certo, sostenendo che non ci sono, quelli dell’Arpab hanno definitivamente respinto l’assalto di chi, come i Radicali, chiedeva di poterli consultare. Il 18 maggio 2010, il direttore dell’Arpab, ascoltato dalla Commissione Bicamerale sul ciclo dei rifiuti, rompe il reiterato muro di omertà e segretezza, affermando:”Oggi posso dire che la maggior parte dei parametri è molto rientrata a differenza del mercurio, c’è ancora mercurio…stiamo tentando di venirne a capo in via definitiva”. Dopo 30 mesi dall’inizio dell’evento inquinante, e a oltre un anno dalla comunicazione del marzo 2009, il dottor Sigillito, che aveva tentato anche un maldestro depistaggio, comunica in sede di bicamerale che il mercurio c’è ancora, ma che stanno tentando di venirne a capo!!!! Verrebbe da chiedere al dottor Sigillito e alla EDF: di quanto sono rientrati gli altri parametri, cioè gli alifati clorurati cancerogeni? E di quanto il mercurio supera la soglia stabilita dal D. Lgs. 152/2006? Cosa è successo tra il 2002 e il 2006? Di certo, oggi più di ieri, è lecito chiedersi quando sia davvero iniziato l’inquinamento delle falde acquifere del fiume Ofanto. E se davvero i dati 2002-2006 non ci sono, cosa è successo in quel periodo? Fenice ha assunto la duplice veste di controllore e controllato, così come è avvenuto per l’Eni in Val D’Agri? Luigi Rizzella, cittadino del Vulture, il 12 novembre 2009, dà voce alla sua rabbia scrivendo: “In tutta la zona di san Nicola di Melfi ci sono i terreni dei nostri agricoltori dove si coltivano e producono quelle delizie che ci lusingano e ci spingono ad andare a comprare dal parente o conoscente di fiducia in modo da poter dichiarare che mangiamo solo cose sane senza insetticidi e fertilizzanti vari, peccato che siano innaffiate con un po’ di Nikel e Mercurio”. Forse Rizzella esagera, o forse no. Di certo le sostanze presenti in falda, di cui si è avuta notizia solo nel marzo 2009, sono nocive e cancerogene. Di certo, il 28 ottobre 2009, il dottor Giuseppe Morero afferma: “Lo dico da medico, il tasso di diffusione dei tumori proprio nel vulture sembra troppo alto. È vero che non è stata dimostrata correlazione, ma il dato che si manifesta nelle zone attorno all’impianto del termovalorizzatore dovrebbe almeno far pensare”. Le parole di Morero, dalle quali si percepisce un legittimo timore, sono cadute nel vuoto, come quelle di altri medici condotti, che pronunciano a mezza bocca analoghe parole, in altre aree della Basilicata. In Basilicata, chissà perché, si preferisce puntare sul binomio discarica-inceneritori. Il dottor Sigillito vanta buoni rapporti con Fenice, tant’è che nel novembre 2008 partecipa ad un incontro con Patrick Lucciconi, amministratore delegato di Fenice- EDF, intitolato “La promozione di forme di partecipazione più trasparenti e sinergiche con le realtà locali in un’ottica di governance territoriale”. Forme di partecipazione più trasparenti? Alla luce di quanto emerso viene da sorridere. E ancor di più sorridiamo amaro se ripensiamo alla frase che il direttore dell’Arpab ci ha rivolto nell’ottobre del 2009 dalle pagine della Nuova del Sud: “I Radicali fino a prova contraria non rappresentano un’istituzione per cui non sono tenuto a fornire loro i dati”. Il 22 maggio 2010, con la parlamentare radicale Elisabetta Zamparutti, abbiamo chiesto nuovamente le dimissioni del direttore dell’Arpab. In un comunicato abbiamo scritto: “Ci chiediamo anche come sia possibile che, in queste condizioni, Fenice continui a operare. Osiamo sperare che in terra di Basilicata le indagini non si facciano solo a carico di cronisti che hanno voglia di fare il loro mestiere”. Dopo pochi giorni, il Direttore dell’Arpab ha replicato alla richiesta di dimissioni, scrivendo: “Per cui non se ne abbia a male l’on. Zamparutti: le dimissioni del sottoscritto da lei reclamate, forse più per tacitare qualche frustrato compagno di partito che non per reale convinzione personale, arriveranno solo quando mi si dimostrerà dove ho sbagliato”. Che dire? Come si fa a non essere frustrati quando si sbatte perennemente contro un muro di gomma? Quando si vive in un contesto in cui le attività di monitoraggio ambientale sono, volendo usare un eufemismo, carenti? Come si fa a non essere frustrati quando si vive in una realtà in cui la difesa dell’ambiente e del diritto alla salute viene spesso subordinata ad altri interessi?

Chiare fresche e dolci acque.

“Prima ancora che un bacino petrolifero, la Basilicata è un bacino idrico che dà da bere a due regioni”. Maria Rita D’Orsogna, esperta di inquinamento da idrocarburi, docente dell’University Northridge Mathematics Department di Los Angeles, in California.
Se visitate il sito internet di Acquedotto Lucano vi accorgerete che nella home page, in buona evidenza, si trova un link intitolato “Rimborso depurazione”. Il link è apparso dopo che una sentenza della Corte Costituzionale (n° 335 dell’11/10/2008) ha affermato che non è dovuto il canone di depurazione se la depurazione delle acque non viene effettuata. Che la rete fognaria e di depurazione della Basilicata non sia tra le migliori d’Italia è cosa arcinota, tant’è che nel dossier “Mare Monstrum 2009”, redatto da Legambiente, si parla di “allerta” per quanto riguarda la condizione delle foci dei fiumi Agri e Basento, che vengono indicate come fortemente inquinate. Nel dossier si legge tra l’altro: “Per la Basilicata dati fortemente negativi sono stati registrati alle foci dei fiumi. Una situazione che non stupisce, considerando che la rete di depurazione regionale arriva a coprire solo il 74 per cento del territorio, lasciando la Basilicata al quart’ultimo posto nella classifica delle regioni italiane per capacità di servizi di depurazione e fognatura”. Quello che Legambiente non dice è che ci sono seri dubbi sul funzionamento della rete di depurazione; dubbi su quel 74 per cento di territorio che risulta coperto. Non pochi paesi lucani hanno reti fognarie che scaricano a cielo aperto. È il caso di Castro nuovo Sant’Andrea, i cui reflui fognari finiscono nel torrente Serrapotamo e da lì nel fiume Sinni che alimenta l’invaso della diga di Montecotugno. Ma il modello Castronuovo appartiene anche ad altri comuni dell’area sud della Basilicata, quali Chiaromonte, Fardella, Calvera e Carbone, le cui fogne avrebbero dovuto in teoria essere collegate al depuratore consortile di Senise. Il problema, però, non può essere limitato agli impianti di depurazione, ma è collegato anche ai percolati che fuoriescono dalle discariche, alle estrazioni petrolifere effettuate anche in prossimità di importanti bacini idrici, allo stoccaggio illegale di rifiuti di varia natura, a scarichi industriali abusivi (vedi Val Basento), ai veleni provenienti dalla vasca fosfogessi di Tito scalo e a quelli dell’area diaframmata, ai Siti di bonifica di interesse nazionale dove l’interesse latita da tempo.

Il “disegno criminoso” (di chi denuncia).

Nel gennaio 2010, il tenente della Polizia Provinciale Giuseppe Di Bello mi invia delle analisi inerenti le acque invasate nelle dighe della Camastra, del Pertusillo e di Montecotugno, tre dei principali invasi lucani. Le analisi fanno sorgere forti dubbi sulla qualità delle acque invasate nelle dighe in oggetto e mostrano una presenza di inquinanti biologici (Coliformi fecali) e chimici (Bario e Boro). L’8 gennaio inizio a porre alcune doverose domande e divulgo dati ricevuti, che, manco a dirlo, non erano stati pubblicati e messi a disposizione dei cittadini da chi ne aveva competenza (Arpab e Dipartimento Ambiente). Contestualmente, chiedo alla Regione che vengano svolti al più presto controlli ed analisi ad ampio spettro per capire la reale situazione degli invasi. La risposta alle mie domande non tarda ad arrivare ed inizia un autentico tiro al bersaglio, una sorta di caccia all’uomo, dove l’accusa più carina che mi viene mossa è quella di “Procurato allarme”. A turno intervengono Il Dipartimento Ambiente, L’Aql, l’Unibas, l’AATO; il Prefetto di Potenza si reca presso la sede di Acquedotto lucano e lì va in onda la scena madre, con l’alto funzionario che beve un bicchiere d’acqua offertogli da un dirigente di Aql. Insomma, un linciaggio in piena regola e quasi senza possibilità di replica. Gran parte della stampa regionale si accoda. Tra le poche voci che manifestano sostegno, quella dell’ambientalista materano Pio Abiusi, che in una lettera datata 20 gennaio 2010 scrive: “Bolognetti sta dicendo il vero. Santochirico( ex assessore all’ambiente, ndr) mistifica. Bolognetti ha detto nelle acque degli invasi c’è bario che potrebbe venire dai lavori di perforazione e residui fecali che vengono di sicuro dagli impianti di depurazione non efficienti. L’Aato stessa ha detto che il nostro sistema di depurazione va rivisitato quindi, Bolognetti, è credibile. Per ciò che riguarda i lavori di perforazione e di estrazione, a dieci anni dall’inizio delle attività, lo stesso De Filippo ha ammesso che non si è fatto nulla in materia di monitoraggio. Tutto vero quindi “. Il 21 gennaio decido di effettuare dei prelievi sugli invasi e consegno ad un laboratorio privato, la Biosan di Vasto(Ch), i campioni d’acqua prelevati dalle dighe della Camastra, di Montecotugno e del Pertusillo. All’operazione assiste il Tenente della Polizia Provinciale Giuseppe Di Bello. Il 27 gennaio, la Biosan mi comunica i risultati delle analisi, che trasformano i dubbi in certezze: l’acqua della Camastra, del Pertusillo e di Montecotugno è scadente; c’è un’inquietante presenza di Bario (sostanza usata dalle industrie petrolifere), superiore ai limiti previsti dal D. Lgs. 152/2006, ed enterococchi intestinali ed escherichia coli (insomma merda). Da precisare che, per ragioni di budget, le analisi in oggetto sono state limitate alla ricerca solo di alcuni inquinanti.

Un giorno in caserma.

1° marzo 2010, vengo convocato presso la Caserma dei Carabinieri di Latronico per essere ascoltato da due ufficiali del NOE. In caserma, fin dal primo momento, sono presenti anche due agenti della Polizia postale. Inizialmente penso che mi abbiano convocato per avere notizie sugli esposti inoltrati sulle vicende di Tito, della Val Basento, di Fenice o per ascoltarmi sulla denuncia inoltrata in procura nei confronti di alcuni dirigenti dell’Arpab. Non è così: la Procura di Potenza vuole conoscere la mia fonte sulla vicenda dell’inquinamento degli invasi. In pochi minuti, passo dal ruolo di “accusatore” a quello di imputato. Il sostituto procuratore di Potenza, dottor Salvatore Colella, dispone la perquisizione della mia abitazione, negandomi la possibilità di avvalermi del segreto professionale, in quanto non iscritto nell’albo dei giornalisti professionisti. Nel decreto di perquisizione e sequestro è dato leggere: “Attese le risultanze investigative, vi è fondato motivo di ritenere che presso i locali ed in qualunque altro luogo chiuso nella disponibilità di Bolognetti Maurizio dell’associazione politica liberale, liberista e libertaria facente capo ai Radicali Lucani, e nella specie all’interno dei computer ed altri supporti informatici ivi custoditi, vi sia documentazione relativa alla posta elettronica alla quale si fa riferimento nell’articolo di stampa pubblicato sul quotidiano “La Nuova del Sud” del 15 gennaio 2010 relativo all’inquinamento in atto nella diga del Pertusillo”. Poco dopo, la mia casa viene invasa da Carabinieri e Polizia, tutti alla ricerca del “corpo del reato”, cioè uno scambio epistolare intercorso tra me e il Tenente della Polizia Provinciale Giuseppe Di Bello. La deputata Radicale Rita Bernardini, nel commentare l’accaduto, afferma: “Per mesi, non una volta Maurizio Bolognetti è stato ascoltato sugli esposti presentati sulle vicende Tito e Fenice. Ma ieri, lunedì 1 marzo, ecco che la Procura di muove: Bolognetti viene convocato presso la Caserma dei Carabinieri di Latronico e pensa per un momento – nonostante i manganellamenti ricevuti in questi anni – che finalmente lo avrebbero ascoltato sulle sopra citate denunce. Si sbagliava: la Procura di Potenza, attraverso il Noe, voleva semplicemente conoscere le sue fonti e per poter acquisire un carteggio di posta elettronica ha disposto la perquisizione della sua abitazione. E le denunce su Tito e Fenice, sull’Arpab e la Val Basento?”. Il 25 maggio del 2010, i Carabinieri di Latronico mi consegnano un “Avviso all’indagato di conclusioni delle indagini preliminari”, dalla lettura del quale apprendo di essere stato rinviato a giudizio, con il Tenente Di Bello, per la violazione degli art. 81-110 e 326 del c.p.

I veleni di Tito.

Tito è un piccolo centro alle porte del capoluogo di regione, lo si potrebbe definire un satellite della città di Potenza. A Tito scalo si trova uno dei due SIN (Sito di bonifica d’interesse nazionale) della Basilicata. Anche a Tito, come in Val Basento, è mancato sia l’interesse che la bonifica. Si è fatto un gran parlare nei mesi scorsi di navi affondate nel Mediterraneo, ebbene a Tito scalo c’è una nave di cui da almeno 20 anni tutti sono a conoscenza: la cosiddetta vasca fosfogessi, ubicata nell’area ex-liquichimica, dove sono state stoccate migliaia di tonnellate di fanghi industriali e a detta del sindaco di Tito Pasquale Scavone anche fanghi di perforazione provenienti dalle estrazioni petrolifere. Si inizia a parlare della necessità di bonificare l’area industriale di Tito nel febbraio del 2001. Pochi mesi dopo, il D.M. 468/2001 istituisce “Il sito di bonifica di interesse nazionale di Tito”; ancora pochi mesi e, nel luglio del 2002, sempre con Decreto ministeriale, si stabilisce il perimetro del sito e parte la fase di caratterizzazione, cioè la fase in cui vengono accertate le effettive condizioni di inquinamento. In merito alla bonifica del sito di Tito scalo, è bene precisare che la Regione Basilicata individuò nel 2005 il Consorzio per lo sviluppo industriale della Provincia di Potenza (ASI) quale stazione appaltante per gli interventi di messa in sicurezza di emergenza e bonifica. Il 22 dicembre del 2008 si tiene a Roma l’ennesima “Conferenza di Servizi decisoria” avente per oggetto lo “Stato di attuazione delle attività di caratterizzazione e di messa in sicurezza di emergenza sul sito di interesse nazionale di Tito”. La fotografia scattata dal Ministero è quella di un’emergenza che, come tutte le “emergenze” italiane, si trascina da troppo tempo. Dal verbale redatto al termine dell’incontro emergono aspetti inquietanti. La Direzione generale Qualità della Vita del Ministero dell’Ambiente parla di mancanza di informazioni “derivanti da un incompleto monitoraggio” e di “un contesto ambientale ancora caratterizzato da una pesante contaminazione da tricloroetilene in elevatissime concentrazioni tali da ipotizzare la presenza del prodotto libero in falda”. Lo stesso Ministero aggiunge che “a distanza di tre anni e mezzo le aziende e gli altri soggetti interessati hanno dimostrato limitato interesse e volontà nell’adoperarsi per conoscere e quindi, ove possibile, limitare la diffusione dell’inquinante che rappresenta un rilevante pericolo per la salute umana”.

Una passeggiata poco bucolica.

Particolare curioso, nel sopra citato verbale ministeriale manca un esplicito riferimento ad una delle principali fonti di inquinamento presenti nell’area di Tito scalo, una vera e propria bomba ecologica: la cosiddetta vasca fosfogessi. Il 16 luglio del 2009, in compagnia del Tenente della Polizia Provinciale di Potenza Giuseppe Di Bello, mi addentro nei “misteri” dell’area ex-liquichimica. Il mio accompagnatore parla di “trincee” dove sono state interrate, in teli di pvc, tonnellate e tonnellate di fanghi industriali; il tutto ricoperto con uno strato di fosfogesso. Ci caliamo nelle trincee ed ho la sensazione di camminare su un materasso ad acqua, solo che sotto i nostri piedi non c’è acqua, ma veleno. Silenzio tombale. Siamo circondanti da 27500 metri quadrati di “rifiuti tossiconocivi”. Nel rapporto redatto dalla burocrazia ministeriale nel 2008 non c’è traccia della discarica che ci accingiamo a visitare, ma ne troviamo traccia, eccome, nel procedimento 1837/05 aperto dalla Procura della Repubblica di Potenza e dal dott. Woodcock. La rete, lo stato di abbandono, il silenzio; sullo sfondo lo scheletro dello stabilimento exliquichimica; tutto ha l’odore sinistro della morte e della putrefazione. Difficile non pensare a uno sviluppo industriale che ha prodotto soprattutto veleni, furto, cassintegrati, sperpero di denaro pubblico e clientelismo. Siamo a Tito scalo, a pochi chilometri da Potenza, eppure, sembra di essere in una zona di guerra, in un paese del terzo mondo eletto a discarica di rifiuti tossici. Se la “peste italiana” produce assenza di democrazia, legalità e Stato di diritto, qui nel mezzogiorno d’Italia l’effetto si manifesta amplificato. A Tito, dal 2005 permane un’ordinanza che vieta l’uso dell’acqua per una distanza di oltre 150 metri rispetto ai perimetri stabiliti dalla burocrazia. Nel marzo 2001, su mandato della Procura della Repubblica di Potenza, la Polizia Provinciale aveva sequestrato una discarica abusiva di 27.000 metri quadrati. L’area sottoposta a sequestro è di proprietà del Consorzio Asi di Potenza, che l’ha acquistata dalla Liquichimica Meridionale Spa il 31 marzo del 1989. Lo scenario che si presentò agli inquirenti era devastante: interrati in “trincee” e ricoperti da fosfogessi, contenitori in HPDE in cui sono stati stivate decine di migliaia di tonnellate di fanghi industriali allo stato fluido. Nella loro relazione tecnica, consegnata alla Procura di Potenza nel 2001, il dottor Maura Sanna e il dottor Alessandro Iacucci scrivono: “I fanghi interrati all’interno delle trincee sono da classificare rifiuti speciali codice CER 190804; tali fanghi sono di origine industriale, e non fanghi di origine urbana, come erroneamente riportato nelle progettazioni predisposte dal Consorzio. Questi fanghi incapsulati all’interno dei manti di Hdpe per il loro elevato contenuto in metalli pesanti, visto lo stato di degrado e di cattiva gestione delle trincee, in completo stato di abbandono, possono essere causa di inquinamenti diffusi per la sottostante falda che affiora a breve profondità nel sottosuolo, una volta fuoriusciti dalle membrane stesse”. Era il 2001, e purtroppo la relazione di Sanna e Iacucci è stata profetica. I veleni contenuti nelle trincee hanno inquinato la falda acquifera e da lì il torrente Tora, affluente del Basento. Il tutto è avvenuto nel più totale disinteresse di coloro che dovevano attivarsi per la bonifica.

Emergenza! Istituzioni sempre in ritardo.

Le ordinanze emesse dal sindaco di Tito, scandiscono, a partire dal 2005, il degrado della falda acquifera. Nel Luglio del 2005 si fa divieto assoluto di utilizzare “per uso umano, per irrigazione e per altre attività l’acqua prelevata dai pozzi presenti all’esterno del perimetro dell’area industriale e compresi in una fascia di mt 100 dal limite dell’area Asi”. Il provvedimento con ogni probabilità viene emanato con grave ritardo. Nell’aprile 2009, in una delibera votata dal Consiglio comunale, si legge:”Non è stato possibile revocare l’ordinanza di divieto di utilizzo ai fini potabili dell’acqua dei pozzi per una distanza di oltre 150 metri rispetto a quella perimetrata dal competente Ministero. Il permanere di detta situazione di grave inquinamento, rischia di compromettere, in maniera irreversibile, le falde acquifere con possibili gravi ripercussioni sulla salute pubblica.” Il 21 settembre 2009, il Sindaco di Tito è costretto ad emettere una nuova ordinanza. Questa volta si fa “divieto assoluto di utilizzo delle acque del torrente Tora”.

A che punto siamo.

A giudicare da quello che leggiamo nel verbale ministeriale redatto nell’aprile 2010, come per la val Basento, siamo ancora lontani da un serio intervento volto ad una definitiva bonifica dell’area di Tito scalo. A 9 anni dall’istituzione del SIN di Tito, in molti casi siamo ancora alle richieste di MISE (Messa in sicurezza d’Emergenza). Per quanto riguarda l’area ex-liquichimica leggiamo della necessità di procedere alla bonifica dei terreni e dell’approvazione di un “Progetto preliminare” di Messa in sicurezza permanente con recupero funzionale e reindustrializzazione del “Bacino Gessi”. Per l’area Daramic, il Ministero dell’Ambiente riferisce della necessità di attivare con “somma urgenza interventi integrativi della Messa in sicurezza della falda “stante l’alta concentrazione di tricloroetilene” riscontrata. E ancora, la richiesta di interventi “mirati ai suoli in profondità al fine di rimuovere i centri di contaminazione più rilevanti”.

CANCRO RECORD – Approfondimento
“ Mentre in Italia, dal 1990, la curva dell´incidenza dei tumori si è appiattita, in Basilicata è cresciuta. Ci ritroviamo dinanzi a tumori tipicamente provocati dall’ambiente, come il sarcoma epatico e i tumori da amianto. Non solo: non abbiamo un registro delle malformazioni. Ogni centomila nati nella nostra regione, undici sono affetti dalla sindrome di down, mentre in Emilia Romagna su centomila ce ne sono circa due. Dunque: o c’è una mancanza di prevenzione o c’è qualche forza esterna, che potrebbe essere l´inquinamento ambientale, che è causa di questa situazione. Sui tumori: il 5% sono di carattere ereditario, il restante derivante dal rapporto dell’uomo con l’ambiente”. (Carlo Gaudiano- Medico)

Il 24 gennaio del 2009 sulle pagine della Gazzetta del Mezzogiorno si riferisce di uno studio redatto da alcuni medici (Silvia Buzzone, Andrea Miceli, Paolo Baili e Roberta De Angelis) dell’Istituto superiore della sanità, in collaborazione con l’istituto Tumori di Milano. Nello studio in oggetto, denominato “Current cancer profiles of the italian regions”, si afferma che in Basilicata l’incidenza delle malattie tumorali cresce come in nessun’altra par te d’Italia. Intervistata dalla Gazzetta del Mezzogiorno, la dott.ssa Gabriella Cauzillo, dirigente dell’Ufficio regionale della Basilicata per le Politiche della prevenzione sanità pubblica, ha affermato: “L’incidenza dei tumori maligni in Basilicata è in aumento e lo confermo. Inoltre, la velocità di aumento dell’incidenza da noi è superiore”. Scrive Marisa Ingrosso sulle pagine della Gazzetta: “Se i dati sono esatti, l’incidenza dei tumori tra i lucani è superiore a quella che si registra nel resto d’Italia. Nemmeno nelle regioni del Nord, che pure sono zeppe di fabbriche, i maschi presentano un’incidenza simile. Dal 1970 la maledetta curva che assomma tutti i tumori maligni, cresce ver tiginosamente, cresce come nessun’altra par te e, soprattutto è previsto che continuerà a crescere nel prossimo futuro. Gli studiosi hanno operato su dati sanitari cer ti ed hanno fatto delle proiezioni che arrivano fino al 2010. Pur troppo, anche in questo caso, per i soli lucani, le previsioni sono fosche”. Nell’articolo viene ripor tata un’affermazione della dott.ssa Silvia Bruzzone: “Tra gli anni ottanta e novanta i tumori sono stati una delle cause principali di morte, soprattutto al Nord. Generalmente, dopo c’è stato un decremento. La Basilicata, invece, è in controtendenza”. Verrebbe da chiedersi se non ci sia un nesso tra l’aumento delle malattie tumorali e le storie di veleni, monnezza e malapolitica che abbiamo provato a descrivere. Del resto, per rendersi conto del trend delle malattie tumorali in Basilicata basta leggere con attenzione le pagine del registro tumori e i dati 1997-2001 e 2002- 2006. Tra il 2002 e il 2006 l’incidenza di quasi tutte le malattie tumorali in Basilicata raggiunge e supera quella registrata nel resto d’Italia.

CI VUOLE L’UNINOMINALE – Marco Pannella.
“Perché la legge uninominale secca? uno contro l´altro? Per la più grande rivoluzione ambientalista. È la specie umana che sceglie le sue rappresentanze di territorio, soprattutto due in concorrenza. Chi sarà eletto? Colui che riuscirà a tutelare la specie umana e quella animale di quel determinato territorio. Chi è eletto, oggi deve farsi carico anche del sottosuolo, della specie umana, di quella animale, di quella vegetale, della biodiversità. È questa la visione anglosassone, del territorio, della persona responsabile, che ha dato origine alle uniche democrazie che negli ultimi cento anni sono riuscite a salvare il mondo dai nazismi e dai comunismi, dalla catastrofe”.
(di Maurizio Bolognetti, Associazione Luca Coscioni)

 

Fai Notizia è il format di inchieste distribuite di Radio Radicale

Team: Simone Sapienza, Daniela Sala,
Lorenzo Ascione
 
Sito web: Mihai Romanciuc
 
Vuoi collaborare? Scrivi a internet@radioradicale.it

feedback