Fine vita mai Antonella Soldo

Dolce morte: se Pio XII era più aperto di Ratzinger

La posizione della Chiesa in materia di fine vita è più complessa di quello che si possa credere e aldilà delle stigmatizzazioni rivela a volte delle soprese e delle prese di posizione coraggiose, come quella del Cardinale Martini, che ha rifiutato ogni accanimento terapeutico sul suo corpo, ma anche come quella di Papa Pio XII che dichiarò lecita la sedazione terminale. Ma andiamo con ordine. Solo pochi giorni fa Papa Benedetto XVI nel suo messaggio per la giornata mondiale della pace ha puntato il dito sull’ eutanasia come “attentato alla pace”. “Chi vuole la pace- si legge nella nota diffusa ai capi di Stato- non può tollerare attentati e delitti contro la vita. Ogni lesione alla vita, specie nella sua origine, provoca inevitabilmente danni irreparabili allo sviluppo, alla pace, all'ambiente. Nemmeno è giusto codificare in maniera subdola falsi diritti o arbitrii, che, basati su una visione riduttiva e relativistica dell'essere umano e sull'abile utilizzo di espressioni ambigue, volte a favorire un preteso diritto all'aborto e all'eutanasia, minacciano il diritto fondamentale alla vita". Nello stesso testo Ratzinger difende anche il diritto all'obiezione di coscienza dei medici e operatori sanitari riguardo all'applicazione di leggi che prevedano la legalizzazione di aborto o eutanasia. "é anche un'importante cooperazione alla pace - sottolinea infatti - che gli ordinamenti giuridici e l'amministrazione della giustizia riconoscano il diritto all'uso del principio dell'obiezione di coscienza nei confronti di leggi e misure governative che attentano contro la dignità umana, come l'aborto e l'eutanasia".
 

Vale la pena fare un salto indietro nel tempo, al febbraio del 1957 quando Pio XII tenne un discorso ai medici riuniti nel IX Congresso nazionale della Società italiana di anestesiologia. Il discorso, passato alla storia come “Discorso di Pio XII intorno a tre quesiti religiosi e morali concernenti l’analgesia”, aveva lo scopo di rispondere ad alcuni quesiti che i medici avevano avanzato a Papa Pacelli sul rapporto medicina-religione. In particolare al quesito: “E’ lecito l’uso dei narcotici per morenti o malati in pericolo di morte, supposto che esista per questo una indicazione clinica? Possono venire usati anche se l’attenuazione del dolore probabilmente si accompagna all’accorciamento della vita?” il Pontefice rispose con un lungo ed articolato discorso riferendosi tanto ai malati di cancro che ai pazienti affetti da altre patologie inguaribili ma quel che più conta e che in modo lapidario ed inequivocabile disse: ”E’ lecito da parte del medico l’uso di tecniche che tolgano il dolore e la coscienza se anche ciò dovesse abbreviare la vita del paziente morente”. Dopo aver condannato ogni forma di eutanasia e riferendosi “unicamente” alla volontà di “evitare al paziente dolori insopportabili” – per esempio nel caso di cancri inoperabili o malattie inguaribili” – Papa Pacelli afferma, insomma, la liceità della somministrazione dei narcotici anche se questo può avere l’effetto di abbreviare la vita.

Non si parla di eutanasia attiva qui, ma di quella che in medicina è definita sedazione terminale (o palliativa) continua. Una pratica molto diffusa in Italia, in particolare negli hospice, dove un paziente a causa di gravi sofferenze può chiedere la sospensione di trattamenti (nutrizione, idratazione, ventilazione) e  di essere sedato in maniera costante fino al decesso. Secondo alcuni studi  la sedazione terminale precede il 19% dei decessi nel nostro Paese. Una prassi che però viene criminalizzata soprattutto negli ambienti confessionali, forse ancora legati al precetto dell’accettare la croce della sofferenza e del dolore. Resistenze culturali che, nonostante siano state sdoganate più di cinquant’anni fa da un Papa, restano salde nelle convinzioni di molti.

 

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Team: Simone Sapienza, Daniela Sala,
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