Edilizia, appalti e uso del suolo Maurizio Bongioanni

Gasdotto Snam Brindisi-Emilia. Quando il monopolio Eni rende necessaria un'opera inutile

E' un'opera gigantesca che taglia in due decine di regioni comprese le zone sismiche distrutte in Abruzzo. Secondo i comitati civici e la Confindustria Ceramica il problema in Italia non è la carenza di infrastrutture ma la gestione monopolistica di Eni, che sfrutterebbe soltanto il 60% della capacità di importazione e non consentirebbe ad altri di far passare il proprio gas nelle infrastrutture inutilizzate. I consumi di gas non hanno mai superato gli 85 miliardi di metri cubi l’anno, mentre le infrastrutture esistenti hanno una capacità di importazione ben superiore: 107 miliardi.
Sebbene a marzo 2012 il progetto sia stato interamente compromesso dall'abbandono della tratta di Brindisi a seguito di alcune condanne, la Snam ottiene dal Ministero dello Sviluppo l'avallo per dare priorità ad un'altra opera, una nuova centrale di compressione di metano, senza chiedere nuove valutazioni d'impatto ambientale.
Dietro la vicenda si staglia l'ombra di un conflitto di interessi che riguarderebbe anche alcuni assessori locali.

 
Dal 2004 Snam Rete Gas, la controllata Eni distributrice di gas metano in Italia, sta tentando di costruire un metanodotto dal nome “Rete Adriatica”, lungo 687 km. Con questo gasdotto si vorrebbe attraversare tutta l'Italia appenninica, a partire da Brindisi, in Puglia, per arrivare a Minerbio, in Emilia. Le criticità rilevate dagli ambientalisti, e alle quali non è stata fornita ancora una risposta esaustiva, sono ormai note: tra le principali preoccupazioni spicca quella relativa all'attraversamento di suoli ad alto rischio sismico (tra cui luoghi già colpiti dal terremoto in Abruzzo ed Emilia Romagna) seguita dal fatto che il progetto unico sia stato segmentato in cinque progetti più piccoli così da poter ricevere cinque valutazioni diverse di impatto ambientale invece di una sola complessiva (manovra giudicata irregolare dalla Commissione Europea); preoccupa infine lo sfregio paesaggistico: il gasdotto intersecherebbe tre parchi nazionali, un parco naturale regionale, 21 fra siti di importanza comunitaria e archeologica e zone di protezione speciale, quando sulla dorsale costiera esiste già un'altra rete peraltro sottoutilizzata.
 
L'ABBANDONO DELLA TRATTA DI BRINDISI- A marzo del 2012 però il gasdotto ha subito un duro colpo: la British Gas Power Spa (ex-Serene Spa, joint venture nata nel '94 da un accordo tra FiatAvio, BG Italia, Sondel e San Paolo e costruttrice di 5 rigassificatori in Italia) ha rinunciato alla costruzione del rigassificatore di Brindisi, punto di partenza per l'intero progetto. Che Brindisi sia un nodo cruciale è scritto anche tra le motivazioni d'intervento presentate dalla Snam. Senza contare che sarebbe stato il canale di collegamento tra l'Italia e il mega-gasdotto europeo South Stream, il gasdotto che unirebbe la Russia con l'Unione Europea sviluppato da Eni e Gazprom. La motivazione della rinuncia data dal colosso inglese sarebbe che in Italia c'è troppa burocrazia. Infatti la richiesta di autorizzazione a costruire risale a 11 anni fa. Nessuno però all'interno dell'azienda ha fatto riferimento all'indagine che proprio a marzo ha condannato a 5 mesi - pena poi sospesa - Franco Fassio, ex-ad di BG Italia, con l'accusa di occupazione demaniale marittima illegittima. L'indagine ha poi portato alla confisca della colata di cemento in mare dove avrebbe dovuto sorgere lo stabilimento e a un'ulteriore condanna, per corruzione ma già caduta in prescrizione, all'ex-sindaco Giovanni Antonino. Insomma il reato c'è stato ma nessuno ne ha pagato le conseguenze giudiziarie. 
 
LA CENTRALE DI COMPRESSIONE DI METANO A SULMONA- A questo punto la storia avrebbe dovuto chiudersi con una nulla di fatto. E invece, nonostante il progetto sia interamente compromesso dall'abbandono della tratta di Brindisi, la Snam non rinuncia a voler costruire una nuova centrale di compressione di metano a Sulmona, provincia de L'Aquila. Ma perché - si chiedono i cittadini abruzzesi – costruire una centrale ora che il progetto Rete Adriatica sembra destinato al tramonto? Anche a questa domanda di risposte ne sono state date poche. «In questa strategia del potere energetico, ci siamo noi, miseri cittadini che vogliamo decidere del nostro territorio, del tipo di sviluppo da dare ad esso e che da questo sventramento di territori, mega tubi, miliardi di metri cubi di gas, altro non avremo se non distruzione dell'ambiente e rischi per la salute, mentre le multinazionali faranno lauti profitti sulla nostra pelle». A parlare è Giovanna Margadonna, che fa parte del Comitato abruzzese NoTubo, e la strategia del potere alla quale fa riferimento vede l'Italia interessata a diventare una piattaforma di smistamento del gas proveniente dall'Africa del Nord e dall'Est europeo, al fine di rivenderlo in tutta Europa. Un “hub” di importanza internazionale nel campo dell'approvvigionamento energetico. E mentre la Regione Abruzzo (che presto sarà imitata anche dalle Marche) approva una legge regionale che vieta la realizzazione di opere come quella del gasdotto in questione in aree di pregio ambientale e ad elevato rischio sismico, la Snam stralcia dal progetto complessivo di Rete Adriatica la parte relativa alla costruzione del rigassificatore di Sulmona, tenendo per buone le autorizzazioni date fino a quel momento. Ma se la dichiarazione di pubblica utilità ottenuta dal progetto di realizzazione del rigassificatore di Sulmona è funzionale all'esercizio del metanodotto, come possono essere valide le stesse autorizzazioni di impatto ambientale se il metanodotto non c'è più? Il rischio è che la Snam realizzi un'opera del genere con una semplice dichiarazione di inizio attività (DIA) senza la richiesta di una nuova VIA (Valutazione Impatto Ambientale) e senza una nuova intesa Stato-Regione.
Effettivamente sia il decreto di compatibilità ambientale (per ora impugnato davanti al TAR Lazio) che quello di pubblica utilità (in corso di impugnazione) fanno riferimento a un'opera denominata "Metanodotto Sulmona - Foligno e centrale di compressione gas di Sulmona" e non all'opera, in corso di autorizzazione presso il Ministero dello Sviluppo Economico, denominato “Centrale di compressione gas di Sulmona e delle quattro linee di collegamento alla rete Snam esistente”. 
 
CONFLITTO D'INTERESSI- In tutto questo c'è poi la posizione del Comune di Sulmona che ha sostenuto che la centrale – e il metanodotto stesso – sarebbero opere di urbanizzazione e pertanto non necessiterebbero di conformità urbanistica anche se il Testo Unico in materia edilizia stabilisce esattamente il contrario.  A dire che la centrale non necessita di conformità urbanistica è l'attuale assessore all'urbanistica Gianni Cirillo che allo stesso tempo ricopre la carica di Presidente di Ediconfidi L'Aquila, un settore dell'ANCE (Associazione Nazionale Costruttori Edili) che si occupa di garantire l'accesso al credito bancario a costruttori edili e imprese affini e alla consulenza sullo svolgimento di pratiche e istruttorie. Non solo: il geometra Cirillo, che cura i rapporti tra l'amministrazione comunale e Snam, oltre ad avere un ruolo importante all'interno dell'ANCE – che logicamente ha tutti gli interessi a portare avanti la costruzione – è anche rappresentante legale e socio amministratore dell'impresa “ISE di Presutti & Cirillo snc” le cui attività comprendono tra le altre la realizzazione e gestione di centrali termiche, impianti elettrici per centrali e lavori per gasdotti.
 
IL PARERE DEL MINISTERO DELLO SVILUPPO ECONOMICO- Tornando ai pareri di compatibilità, il Ministero dello Sviluppo Economico ha chiesto ai vari Enti di esprimere il parere solo sulla centrale e le quattro linee di collegamento alla rete esistente. Dov'è finito il metanodotto?  La risposta si trova nella lettera che la Snam ha inviato al Ministero dello Sviluppo Economico in data 21 giugno 2011 e che ha come oggetto "metanodotto Sulmona-Foligno DN 1200 (48") DP 75 bar e centrale di compressione gas di Sulmona". Nella lettera la Snam dichiara che ha necessità di “dare avvio anticipatamente, rispetto al metanodotto, alla realizzazione della centrale di compressione gas di Sulmona e delle quattro linee di collegamento alla rete Snam esistente per assicurare la tempestività dell'aumento di capacità di trasporto per gli ulteriori quantitativi di gas naturale disponibili in corrispondenza del campo di stoccaggio di Fiume Treste (in Comune di San Salvo, provincia di Chieti, nda) già collegato alla Rete Nazionale mediante gli esistenti gasdotti Vastogirardi - San Salvo e Campochiaro – Sulmona”. Con tale dichiarazione la Snam assegna alla centrale di compressione di Sulmona una diversa funzione prioritaria rispetto a quella sostenuta con il progetto precedente: ora a Sulmona il rigassificatore si fa per spingere nella rete esistente il gas "stoccato" a San Salvo. Il Ministero dello Sviluppo Economico ha avallato la richiesta della Snam, senza richiedere nuove valutazioni per finalità evidentemente differenti. Ma da dove risulta che tale centrale debba essere necessariamente ubicata a Sulmona? O che debba avere le caratteristiche e le dimensioni di quella progettata per Sulmona?
 
LA DENUNCIA DI CONFINDUSTRIA: GESTIONE MONOPOLISTICA DI ENI E SNAM- Ma la domanda più importante di tutte è: se la rete esistente è in grado di sostenere l'aumento di capacità di trasporto di ulteriori quantitativi di gas, come quelli provenienti dallo stoccaggio di San Salvo, è proprio necessaria la realizzazione del  nuovo metanodotto Sulmona – Minerbio? Evidentemente c'è qualcosa che non torna. Quello della capacità di stoccaggio è un altro argomento da prendere in considerazione: secondo quanto sostenuto dal comitato NoTubo, avvallandosi di dati reperiti da studiosi del settore, il vero problema dell'Italia non è una insufficienza delle infrastrutture ma le anomalie prodotte dalla gestione monopolistica di Eni e Snam. I consumi di gas, nel nostro paese, non hanno mai superato gli 85 miliardi di metri cubi l’anno, mentre le infrastrutture esistenti (metanodotti e rigassificatori) hanno una capacità di importazione ben superiore: 107 miliardi. Una denuncia precisa, nei mesi scorsi, è arrivata da Confindustria Ceramica: “In Italia c’è pochissima liquidità sul mercato del gas, ma non perché non ne arrivi abbastanza. Le forniture correnti abbondano rispetto alla domanda che è calata per le note difficoltà dell’industria. La vera ragione è che la capacità di importazione è sottoutilizzata dall’Eni, che la sfrutta solo al 60% e non consente ad altri di far passare il proprio gas nelle infrastrutture inutilizzate”.

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Team: Simone Sapienza, Daniela Sala,
Lorenzo Ascione
 
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