L’offensiva americana contro il terrorismo in Kenya: la tragedia degli errori.
La strategia americana contro il terrorismo è molto semplice quanto inefficace: contenere indirettamente con tutti i mezzi possibili la minaccia di Al Qaeda in Africa attraverso misure repressive ed interventi militari attuati dagli alleati africani.
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Nonostante la nuova amministrazione Obama nulla è cambiato nelle strategie americane contro la minaccia del terrorismo islamico, soprattutto sul fronte africano ideate da Bush durante il suo primo mandato, attuate durante il suo secondo mandato e riprese dall’attuale presidente Premio Nobel per la Pace.
La strategia americana contro il terrorismo è molto semplice quanto inefficace: contenere indirettamente con tutti i mezzi possibili la minaccia di Al Qaeda in Africa attraverso misure repressive ed interventi militari attuati dagli alleati africani.
Cia, Pentagono e la Casa Bianca hanno individuato due focolai principali dell’espansione di Al Qaeda in Africa. Il primo. e più strutturato, in Somalia. Il secondo, più embrionale, nella zona intermedia tra Mali e Mauritania.
I ripetuti falliti tentativi diretti ed indiretti di controllare la Somalia dopo la caduta del dittatore Siad Barre agli inizi degli anni ’90, (tra i più noti la missione UNISOM degli anni ’90, i raid aerei preventivi del primo decennio del 2000 e l’invasione etiope nel 2006) hanno costretto gli Stati Uniti a basarsi su stati africani amici per contenere il caos somalo.
L’Uganda è direttamente impegnata a livello militare in Somalia nel disperato tentativo di difendere un governo somalo autoreferenziale, non riconosciuto dalla popolazione e fisicamente presente solo nella capitale: Mogadiscio.
L’Etiopia mantiene il ruolo di deterrente militare pronta ad intervenire rioccupando il paese se necessario ed è impegnata in una violenta quanto occultata repressione della popolazione di origine somala nel territorio eritreo confinante con la Somalia: l’Ogaden.
Il Kenya è impegnato nella guerra contro la cosiddetta quinta colonna dei terroristi che si anniderebbe tra la sua comunità somala.
Sul fronte dell’Africa Occidentale, in concerto con l’Europa ed ovviamente con l’immancabile ex potenza coloniale Francese, la Casa Bianca si basa su due deboli governi, quello del Mali e quello della Mauritania per tentare di lottare contro le cellule di Al Qaeda che operano su un vastissimo territorio semidesertico tra i due paesi.
Inutile dire che la mancanza di mezzi militari adeguati, la scarsa volontà delle forze armate dei rispettivi paesi di impantanarsi in un’avventura militare stile Pakistan, la vastità del territorio che rende estremamente volatili i gruppi terroristi e le complicità claniche della popolazione locale hanno trasformato questa crociata in una semi farsa.
Ondata di terrore in Kenya.
Il 31 dicembre 2009 le forze speciali anti terrorismo keniote annunciano orgogliose di aver catturato a Mombasa un pericolosissimo membro di Al Qaeda: il leader religioso Abdullah al-Faisal.
L’intelligence Americana individua Abdullah al-Faisal come la mente religiosa e carismatica fondatore delle cellule di Al Qaeda nell’Africa dell’Est, direttamente legato al gruppo terrorista somalo al-Shabab che controlla la maggioranza del territorio somalo.
Il presunto terrorista prima di arrivare in Kenya avrebbe incitato alla guerra santa contro gli infedeli in sei paesi africani. Purtroppo le fonti americane non specificano quali paesi…
Nel rispetto della tradizione di odio mediatico che purtroppo caratterizza i mass media kenioti, subito dopo la notizia dell’arresto di Abdullah al-Faisal si scatena una propaganda delirante che inneggia alla difesa nazionale contro la minaccia terroristica, accusando indiscriminatamente miglia di somali e musulmani presenti nel paese di essere sostenitori di Al-Shabaab.
In un giro di pochi giorni molti tra i cittadini kenioti di origine somala o di fede mussulmana, miglia di rifugiati somali con regolare statuto riconosciuto dal Governo e da UNHCR (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati), somali della diaspora che vivono con regolare permesso di lavoro o studio nei paesi occidentali ed addirittura qualche parlamentare di origine somala, diventano potenziali terroristi pronti a scatenare un’ondata di violenza senza precedenti nel tentativo di destabilizzare il Kenya.
Questa delirante propaganda si spinge oltre fino a suggerire che nel paese ci sono anche terroristi di Al Qaeda e che le polizia keniota non attua mezzi di repressione adeguati a scongiurare il pericolo.
I mezzi inadeguati della polizia Keniota.
I cosiddetti mezzi inadeguati addottati dalla polizia comprendono:
una sistematica repressione della comunità somala presente nel paese (soprattutto a Nairobi, Malindi e Mobasa dove si trovano le comunità somale più numerose);
abusi contro i rifugiati somali alla frontiera tra Kenya e Somalia soggetti a controlli polizieschi e ad arresti arbitrari che palesemente violano non solo i diritti del rifugiato ma anche i più elementari diritti umani;
soppressione violenta di una manifestazione pacifica organizzata da cittadini kenioti di fede mussulmana a Nairobi per rivendicare il rispetto dei diritti umani e civili;
l’assedio della principale moschea a Nairobi durante la preghiera del Venerdì, violando la sacralità del luogo di culto, conclusosi con l’irruzione nella moschea sparando ad altezza di uomo. Il bilancio di questo Venerdì nero è di diversi decine di feriti e di arresti tra i fedeli, tra essi decine di donne e bambini. Arresti che la magistratura ha potuto descritto come discriminatori ed infondati.
Se questa sproporzionata reazione della polizia viene criticata come inadeguata, giustamente la comunità mussulmana si sta interrogando se il governo e i mass media non vogliono re instaurare i famosi campi di concentramento inglesi durante la guerra di liberazione del Kenya negli anni ’60.
La guerra al terrorismo: un’arma politica contro i cittadini kenioti.
Il governo di coalizione del Presidente Kibaki e del Primo Ministro Odinga, formatosi dopo le orribili violenze post elettorali del dicembre 2007 gennaio 2008, sta utilizzando la guerra al terrorismo per compiacere l’alleato americano sempre più disilluso sulla loro capacità di garantire gli interessi americani nel paese e come arma politica contro i cittadini kenioti.
Si sa che creando una ondata di allarmismo, terrore e fobia collettiva si concentra l’attenzione pubblica sulla minaccia esterna per nascondere il fallimento gestionale del paese.
Kibaki ed Odinga (entrambi due accusati di aver incitato le violenze etniche post elettorali e portato il paese sull’orlo di una guerra civile con pericoli di derive genocidarie) utilizzano la paura per Al Qaeda per nascondere una gestione economica e politica totalmente fallimentare.
In due anni di esistenza di questo governo di coalizione il Kenya ha conosciuto un’ondata di scandali economici che hanno messo in ginocchio l’economia del paese.
Tra i più noti lo scandalo finanziario dell’Anglo Leasing costato ai cittadini kenioti 1 miliardo di dollari, lo scandalo della holding Triton costato ai contribuenti 100 milioni di dollari , lo scandalo del mais contaminato che ha creato una insicurezza alimentare su tutto il territorio del paese, affamato miglia di cittadini e aumentato del 42% i casi di malnutrizione infantile tra le fasce più povere della popolazione, soprattutto nelle aeree sottosviluppate urbane (slams) e nelle aree rurali, ed infine lo scandalo del Ministero dell’Educazione costato 7 milioni di dollari e compromesso l’intero sistema educativo di base del paese.
Lo stesso governo, nonostante i vari proclami di riforme istituzionali e lotta alla corruzione, ha talmente foraggiato la famosa e triste pratica keniota del “graft” (regalino) che l’inviato della Camera del Commercio Americana, Mr Michael Ranneberger ha recentemente affermato la necessità di rivedere il supporto finanziario degli Stati Uniti e di congelare vari importanti accordi economici bilaterali e di aiuto umanitario fin quando il governo non attuerà delle serie misure contro la corruzione e l’odio etnico, compresa la persecuzione giudiziaria dei responsabili di questo disastro civile, politico ed economico.
Le vere armi contro la radicalizzazione dei giovani mussulmani.
Come giustamente l’opinionista Salim Lone fa notare in un suo editoriale “La tragedia degli errori” pubblicato sul quotidiano keniota “Daily Nation” il 27 gennaio scorso: “…il governo ha la responsabilità di prendere ogni misura idonea a proteggere i suoi cittadini contro il terrorismo. Ma queste azioni devono essere attuate in modo che siano realmente rivolte contro i terroristi e non compromettano l’unità nazionale dei cittadini. Queste azioni devono essere conformi alle leggi nazionali ed internazionali, non semplicemente tollerate a livello legale.
Questo è il motivo che deve spingere ognuno di noi a non pensare che la sicurezza nazionale sia di esclusiva responsabilità delle forze dell’ordine. Una coesione nazionale, una integrazione economica delle minoranze rivolta allo sviluppo sono armi molto più efficaci nella lotta contro il terrorismo.”
Purtroppo questa lucida analisi di Salim Lone sembra non condivisa dal governo. Nel tentativo di contenere l’embrionale ma crescente radicalismo islamico, la polizia, utilizzando la repressione indiscriminata, non isola gli estremisti dalle loro comunità, al contrario rafforza questo legame e crea terreno fertile per la loro propaganda ideologica.
La comunità somala in Kenya è sempre stata marginalizzata. La sua gioventù, a cui sono negate pari opportunità di accedere all’educazione superiore e al mondo del lavoro, spende il suo tempo girovagando tra i bazar o i campi profughi senza alcuna prospettiva di futuro.
L’esclusione culturale ed economica e il senso di segregazione sociale sono il terreno perfetto per un manipolo di estremisti islamici per diffondere l’odio religioso che in primo luogo è l’odio contro chi condanna questi giovani ad una vita priva di speranze.
Il Governo deve abbandonare di compiacere agli Stati Uniti e capire che la strategia anti terroristica “made in USA” aggraverà le tensioni già esistenti nel paese, creando più pericoli ed instabilità.
Prima che le attuale cellule embrionali del radicalismo islamico possano crescere diventando politicamente credibili agli occhi di centinaia di giovani somali e mussulmani kenioti, il governo abbandonando gli inadeguati atti di forza e repressione, deve concentrarsi su una vasta azione politica ed economica rivolta alla comunità somala fino ad ora ignorata.
I somali sono uno dei gruppi più commercialmente intraprendenti di tutta l’Africa che addirittura riesce a mantenere in vita le attività economiche nel loro paese senza governo né legge.
Lo sviluppo di questa qualità imprenditoriale tra i giovani somali, l’accesso alla scuola superiore e al mondo del lavoro qualificato si tramuterebbe in pochi anni in una reale accessibilità per la comunità somala ai dividendi economici del paese.
Il Kenya deve incanalare gli sforzi e le necessarie risorse finanziarie su un piano di sviluppo socio economico idoneo ad integrare la comunità somale nel tessuto sociale del paese, capendo allo stesso momento che le ricette antiterroristiche americane non sempre sono conformi all’interesse nazionale dei paesi loro satelliti.
Il lungo decennio della Guerra Americana al Terrore ha dimostrato che le dottrine strategiche attuate ciecamente hanno portato ad una maggior instabilità mondiale ed hanno aumentato il numero di paesi direttamente sottoposti alla minaccia terroristica dopo l’undici settembre.
Non si può dimenticare che l’attuale radicalismo islamico di origine somala è stato il frutto di errori tattici americani in Somalia. Nei primi anni del 2000 il paese devastato un decennio di guerre civili e barbarie, stava avendo per la prima volta una speranza di stabilizzazione e rinascita sotto la guida della Unione delle Coorti Islamiche.
Questo movimento politico basato sul Corano alla cui testa vi erano dei leader religiosi, dopo una efficace campagna militare per il controllo del paese, dimostrò in brevissimo tempo la sua capacità di ricreare uno stato, una unità nazionale, di ripristinare l’ordine e rilanciare l’economia sotto una visione teocratica del potere ma moderata dove numerosi concetti laici erano ben accettati per l’obiettivo di sviluppare e pacificare il paese.
La fobia americana di identificare la religione mussulmana con il terrorismo (il famoso scontro tra civiltà) portò all’invasione etiope della Somalia che scacciò il governo islamico. I risultati di questo non-sense politico e militare riportarono il paese nel caos e alla nascita dalle ceneri della Unione delle Coorti Islamiche, di un gruppo estremamente radicalizzato e con reali contatti con Al Qaeda conosciuto con il nome di al-Shabaab. A differenza del precedente formazione politica al-Shabaab rappresenta una reale minaccia e regressione per la popolazione somala.
Il tentativo di attacco terroristico aereo del 25 dicembre scorso perpetuato da un giovane nigeriano, Farouk Abdulmutallab dovrebbe rappresentare una seria occasione per riflettere. L’abbraccio delle idee estremiste nel lontano Yemen di un giovane appartenente alla alta borghesia nigeriana rappresenta il fallimento politico e culturale delle strategie anti terroristiche americane in Africa.
Visto i risultati trovatemi una sola ragione plausibile affinché il Kenya debba accettare strategie inadeguate con il rischio di destabilizzazione.
Ricordiamoci che prima degli anni ’90 le ideologie dell’islam estremista non riuscivano a trovare il terreno sociale e culturale sufficiente per la loro espansione nell’Africa dell’Est.
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