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"Baciami ancora" di Gabriele Muccino e il fenomeno dei film-sermone

Cercone de Lucia
Cercone de Lucia
07/02/2010 - 15:35

L'ultimo film di Muccino - così come "Io, loro e Lara" di Verdone - sono sermoni sceneggiati, a sostegno del valore della famiglia.

 “Baciami ancora” di Muccino e “Avatar” di James Cameron, hanno una caratteristica in comune, che condividono del resto con molti film popolari. Si basano cioè su un’idea del bene e del male semplice, che consente rapidamente agli spettatori di comprendere quali sono i personaggi che sbagliano, e perché; e quali sono invece quelli che hanno ragione.

In “Avatar” il bene è la difesa dell’ambiente naturale e dei diritti umani (che sono trasfigurati fantasticamente nella difesa di un pianeta immaginario e dei diritti degli extraterrestri); il male, è la guerra, che distrugge l’ambiente e conculca quei diritti.

In “Baciami ancora”, il bene e il male sono altrettanto ben scanditi e riconoscibili, ma sono di tutt’altro genere.

Diverso anzitutto è il campo di interesse del film, qui rigorosamente circoscritto alla vita privata di un gruppo di personaggi.

Sono tutti uomini e donne sui quarant’anni, la cui vita è segnata in genere da una grande storia d’amore, culminata di solito in un matrimonio. Ma attenzione: una storia d’amore, ora in crisi o interrotta.

E perché gli amanti, o i coniugi, di “Baciami ancora” si sono separati, o sono lì lì per lasciarsi?

Ecco un primo dato significativo: non accade mai perché l’amore si è esaurito. I grandi amori, nel film di Muccino, di per sé non finirebbero mai. Se finiscono, è perché vengono commessi degli errori.

Per esempio, in un caso, un uomo, alla nascita del figlio, è fuggito verso lidi esotici, perché, come confessa, ha avuto paura di assumersi le sue responsabilità. In un secondo caso, il matrimonio è stato ferito da una serie di tradimenti, dovuti in primo luogo al marito, che non ha saputo rinunciare alla libertà sessuale della sua gioventù. Insomma, in questi due casi il matrimonio naufraga per via degli uomini, che, secondo l’esplicita diagnosi dell’autore, sono immaturi, non avrebbero pienamente completato la transizione dall’adolescenza all’età adulta.

In un terzo caso però è la moglie che fugge dal marito, burbero e cupamente geloso; invaghita di un ragazzo, che fa l’artista, ed è dolce e sensibile.

Ma si sa, a volte il diavolo assume sembianze seducenti, che si dissolvono una volta che siamo caduti in tentazione.

Ed ecco che il ragazzo tanto sensibile, quando scopre che la donna è rimasta incinta di lui, si rivela un mostro di volgarità e di egoismo. E la donna troverà rifugio da quel marito, tanto scontroso, che non ha smesso di amarla nemmeno per un minuto.

A questo punto, siamo in grado di indicare dov’è il bene e dov’è il male in “Baciami ancora”. Il bene è la maturità, che si esprime in una sola forma: il matrimonio, la fedeltà, la formazione di una famiglia; il male è invece l’adolescenza protratta, che porta al vagabondaggio sessuale e alla solitudine.

Se nel finale si ricompongono le famiglie felici  (riunite – moglie, marito e figli – sul lettone matrimoniale o baciate dal sole in un pic-nic in campagna) lo scapolo, che per stupidità o per follia, non ha saputo unire la propria vita con quella della donna che pure lo amava, si spara miseramente nella cameretta della sua casa, dove ancora convive con la madre. (E i suoi amici si rassegnano subito alla sua morte, che ritengono, in definitiva, logica e naturale).

E per gli spettatori che non avessero ancora colto la morale del film, provvede a illustrargliela in conclusione una voce fuori campo: “Muore chi non ha messo radici”. Parole che suonano di cattivo auspicio per un altro personaggio, partito da solo, con lo zaino sulle spalle, per un paese africano.

Intendiamoci: Gabriele Muccino è un regista abile, e il racconto di “Baciami ancora” può catturarci.

Ciò non toglie che si tratti di un sermone sceneggiato, che fa eco al sermone esplicitamente clericale di Carlo Verdone, nella commedia “Io, loro e Lara” – anche quello a sostegno del valore della famiglia.

 Qualche giorno fa, si è inaugurato presso la sede radicale di Roma, un cineforum. Per l’occasione, Marco Bellocchio è venuto a dibattere con il pubblico sul suo film: “L’ora di religione”. Ha detto fra l’altro, che avrebbe intenzione di girare un film sull’Italia di oggi, che comprenderebbe un episodio ispirato al caso di Eluana Englaro. Ma ha aggiunto che non sarà facile trovare i soldi per realizzarlo, perché, rispetto al 2002, l’anno in cui la Rai avevo coprodotto quel film anticlericale che è “L’ora di religione”, ha detto testualmente Bellocchio, il clima si è “incattivito”.

Non voglio tirare conclusioni troppo sbrigative. Ma in questo inizio di 2010, si possono cogliere i segni di un vento di restaurazione sul cinema italiano, che può destare qualche preoccupazione.

 

 

 

3 commenti

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Non c'è niente di male finché

Non c'è niente di male finché quei valori non diventano ragione di moralismo; cioè fino a che non si dice che chi vuole vivere solo, praticare il libero amore, o convivere saltuariamente è destinato a finire male! :)

e cosa ci sarebbe di male in questi valori ?

quali suggerisci tu come valori alternativi ?

ciao :)