Magistrati, l'ultracasta. Le "inaudite" verita' sulla "madre di tutte le caste"
di Valter Vecellio
Il cazzotto arriva subito, fin dalle prime righe: “Un magistrato viene sorpreso in un cinema di periferia, dove ha promesso soldi a un ragazzino per appartarsi con lui. Scattano le manette e la sospensione dal lavoro. Poi, però, dopo tre gradi di giudizio e grazie a un’amnistia, tutto è annullato. E il Consiglio Superiore della Magistratura lo riabilita. Con una sentenza grottesca che fa impennare gli stipendi di migliaia di suoi colleghi. Ecco i verbali di tutta la storia…”.
Così si può riassumere “Una storia davvero esemplare” che “apre” Magistrati, l’ultracasta, di Stefano Liviadiotti (Bompiani, pagg.259, 17 euro). D’accordo: la storia, come Liviadiotti stesso ha cura di specificare, è iniziata il 13 dicembre del 1973, e si è conclusa “ingloriosamente” nel 1981: fatti dunque di più di vent’anni fa. Vicenda tuttavia emblematica, e Liviadiotti ne ricava una tristissima considerazione: “…Una casta potentissima e sicura dell’impunità. Dove lo spirito di appartenenza e l’interesse economico possono portare a superare l’imbarazzo di coprire qualunque indecenza. Dove il vantaggio per la categoria finisce a volte per prevalere su tutto il resto e l’omertà è la regola. Dove in certi casi giusto la gravità dei comportamenti riesce a offuscare la loro dimensione ridicola…”.
Esagerazioni? Basta sfogliare il libro, leggerne con un crescendo di inquietudine e di amarezza le storie che vi sono raccontate, i fatti e le cifre, e ci si rende conto che questa specie di Opus Dei giudiziaria pienamente giustifica ancora oggi l’invito di Gaetano Salvemini di innanzitutto fuggire, e poi pensare a difendersi, quand’anche si fosse accusati d’aver stuprato la Madonnina del Duomo di Milano; e la raccomandazione di Giuseppe Prezzolini – e si era nel 1911! – a Giovanni Amendola di star il più lontano possibile dalle aule di tribunale.
Liviadiotti riassume così la situazione: “Quella di giudici e pubblici ministeri è diventata negli anni la madre di tutte le caste…le nostre toghe hanno le paghe più alte di tutta l’Europa continentale, possono arrotondare lo stipendio con lavori extra, incassano pensioni d’oro, sono protette da una scala mobile tagliata su misura. E quanto a ferie sono secondi solo ai pargoli dell’asilo: 51 giorni ogni 12 mesi…Non solo fanno carriera a prescindere, come diceva Totò, ma quando prendono una cantonata sono al riparo da ogni conseguenza. Perché una legge ha vanificato gli effetti del referendum attraverso il quale gli italiani si erano schierati in massa a favore di un riconoscimento della responsabilità civile dei magistrati…la giustizia domestica amministrata dalla sezione disciplinare del CSM è semplicemente una presa per i fondelli: giudici e pubblici ministeri hanno solo 2,1 possibilità su 100 di incappare in una sanzione, sempre comunque all’acqua di rose e, nell’arco di otto anni, quelli che hanno perso la poltrona sono stati lo 0,065 per cento” (pagg.18-19).
Chi legge il capitolo “Malagiustizia” non può che esser percorso da un brivido lungo la schiena: si racconta come al tribunale di Roma si siano celebrate ben settanta udienze di un processo penale prima che qualcuno si accorgesse che l’imputato non era mai presente in aula per la “semplice” ragione che era morto(pag.25-27); cosa scandalosa solo per gli ingenui, par di capire, e peccato che non sia fatto il nome di quel magistrato che, giulivo, cinguetta: “A me è successo almeno una decina di volte di emettere sentenze e scoprire solo dopo che l’imputato era passato a miglior vita” . Si racconta come una causa sulla proprietà di alcuni terreni in Sicilia, iniziata all’epoca del congresso di Vienna (sì, quello del 1815) e che si conclude “solo” dopo 192 anni (pag.28-29); e si documenta come i tempi della nostra giustizia civile siano più lunghi di quelli del Gabon e di Sao Tome e Principe, e ci si piazzi meglio – gran consolazione! – dei tempi che occorrono per avere una sentenza in Congo! (pag.30).
E veniamo alla durata dei processi e alla loro esasperante lentezza. Colpa di avvocati-azzeccacarbugli che cento ne pensano e ne fanno, perché è sempre buona regola rimandare il più possibile la sentenza? In parte sì, ma almeno loro fanno il lavoro per cui sono pagati dai loro clienti. Il fatto è, però, che “il più frequente tra i motivi del rinvio è l’assenza del giudice titolare, che nel 12,4 per cento delle udienze, praticamente in un caso su otto, non si presenta…secondo motivo di aggiornamento dell’udienza è l’omessa o irregolare notifica di atti all’imputato o alla parte offesa, che spesso è responsabilità diretta del magistrato pasticcione. O comunque dei suoi sottoposti, che avrebbe il dovere di controllare…Sommando anche i motivi meno ricorrenti, le toghe causano complessivamente il 25,7 per cento dei rinvii…(pag.32). Come sia, bisogna pensarci bene prima di accendere un procedimento a Lecce: si resta in attesa di un verdetto in media 1600 giorni, che va sempre meglio di quello che accade al tribunale di Sciacca, dove si registra “una durata media delle procedure fallimentari pari a 34,7 anni. Anche un processo semplice come quello per la restituzione di un anello di fidanzamento può andare avanti per 19 anni…”(pag.34).
Il catalogo degli orrori prosegue con il racconto delle cantonate e degli errori gravi: di come, per esempio, si possa finire in carcere per un “semplice” errore di traduzione costato allo sventurato protagonista della vicenda sei mesi di carcere al milanese San Vittore (pag.48); o essere rilasciati per una “distrazione” del Pubblico Ministero (pag.49); o, ancora, farla franca grazie al una “banale” omonimia (pag.49-50).
Ha fatto scandalo la vicenda del giudice del tribunale di Gela che in otto anni non ha trovato il tempo di scrivere le motivazioni di una sentenza che condannava a oltre un secolo di carcere pericolosi mafiosi affiliati al boss Piddu Madonna (e che per questo sono stati scarcerati); ma che dire di quel procuratore capo cui sono stati contestati: “L’omessa registrazione di 85.938 procedimenti penali di competenza del pubblico ministero…nonché di complessive 28.235 notizie di reato contro ignoti…la mancata esecuzione di 573 pene detentive…”, e che si è visto prosciolto da ogni addebito dal CSM “a causa della situazione di emergenza del suo ufficio”?
Intervenuto a una trasmissione radio, il presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati Luca Palamara, tra le altre cose ha lamentato che Liviadiotti aveva introdotto il suo libro con un episodio – quello dell’adescatore di minorenni impunito – che risale “addirittura agli anni '70”. E allora si può invitare il dottor Palamara ad arrivare a pag.44: dove si racconta che alla fine del 2008 in un armadio della procura di Bologna sono stati scoperti 2.321 fascicoli di indagine lasciati marcire: “Il tribunale aveva fissato la data di inizio dei processi, ma le carte erano poi finire sotto chiave senza che qualcuno si preoccupasse di procedere alla notifica delle parti. Dentro c’era l’intero codice: furti, truffe, ricettazioni, appropriazioni indebite, infortuni sul lavoro. Quasi tutto prescritto…”. Tutto senza bisogno di alcuna amnistia, “semplicemente” perché “nessun pubblico ministero ha mai sentito la necessità di chiedere che fine avesse fatto la propria inchiesta. E i quattrini spesi per perizie, intercettazioni e quant’altro, sono andati in fumo…”.
Recente è anche il caso di un giudice per le indagini preliminari di Vicenza che produce una quantità di certificati medici grazie ai quali nel 2004 risulta impossibilitata a lavorare per 98 giorni e nel 2005 per ben nove mesi e mezzo. Solo che “a metà novembre di quest’ultimo anno, sul sito del GIP era uscito l’entusiasmante resoconto della regata veristica che la vedevano impegnata…” (pag.46). Di fronte alla solare evidenza, il CSM interviene e dispone il trasferimento d’ufficio e la perdita di un anno di anzianità. “A questo punto, sdegnata, s’è dimessa dalla magistratura, non prima però di aver scolpito due perle: ‘La giustizia ha tanti problemi seri e invece si perde tempo con questa storia della barca a vela…di che cosa devo vergognarmi, di aver portato i colori dell’Italia in Brasile?”.
Ogni pagina di questo libro è una vergogna, è una scudisciata per chi nutre fiducia nella legge e nel diritto. Ci si può limitare ai “sommari” dei vari capitoli: “Tre delitti su quattro senza un colpevole…La prescrizione che cancella decine di migliaia di reati...La condizionale che scatta ormai in automatico…Le carceri piene solo di extracomunitari e drogati. Un sistema che protegge i colletti bianchi e s’accanisce sull’aspirante suicida che ha tagliato le federe per farne un cappio…I tribunali tedeschi si autofinanziano per oltre il 45 per cento incassando tasse e diritti. Quelli italiani riescono a recuperare solo un dodicesimo di quanto spendono. Potrebbero reclamare centinaia di milioni di pene pecuniarie e spese processuali, ma se ne fregano. E lasciano più di un miliardo e mezzo di euro a marcire nei libretti di Poste Italiane Spa…”.
C’è poi il capitolo spinosissimo dei “signori delle tessere”. Pensate che la magistratura sia lottizzata, e che le varie correnti in cui è divisa l’Associazione Nazionale dei Magistrati siano trampolini per fare carriera? Non siete i soli. “Le correnti dell’ANM”, annotava Giovanni Falcone, “si sono trasformate in macchine elettorali…l caccia esasperata e ricorrente al voto del singolo magistrato e la difesa corporativa della categoria sono divenute…le attività più significative della vita associativa…nei fatti il dibattito ideologico è scaduto a livelli intollerabili…”. Falcone sapeva bene cosa diceva, essendo stato vittima di questi perversi meccanismi in almeno un paio di occasioni.
“Per la prima volta”, si legge nella nota editoriale, “cifra per cifra, tutta la scomoda verità sui 9116 uomini che controllano l’Italia: gli scandalosi meccanismi di carriera, gli stipendi fino all’ultimo centesimo, i ricchi incarichi extragiudiziari…e parola per parola, le segretissime sentenze-burla della Sezione disciplinare…”. Non è un’esagerazione pubblicitaria. E’ tutto raccontato, tutto documentato; e si viene afferrati da un sentimento di vertigine, da un senso di sgomento che deprime anche chi pensava di averne viste di cotte e di stracotte. E’ un libro tosto, duro, coraggioso, questo di Liviadiotti. Antonin Scalia, giudice della Corte Suprema negli Stati Uniti, una volta, tornando a vedere i luoghi di origine della sua famiglia in Sicilia, si lasciò scappar di bocca che lui avrebbe avuto una paura indiavolata, a farsi giudicare in Italia per qualsivoglia reato. Chi legge “Magistrati l’ultracasta” capisce perché.
- Login o registrati per inviare commenti
- Segnala abuso


9 commenti
Grazie della segnalazione
Ci voleva Vecellio. Dopo Di Pietro tocca agli altri. Vado a comprarmi il libro. Cosa ne sortirà? Un anno di intercettazioni a Liviadotti e troveranno qualche capo d'imputazione. C'è da scommetterci. Il warning per chi volesse osare toccare la Supercasta.
questo del funzionamento
corretto della giustizia, che molto dipende dalla necessita' di eliminare tutti quei privilegi e "prerogative" di cui godono i magistrati, e' il problema numero uno in Italia.
Bravo per la
Bravo per la segnalazione.
Dopo aver letto quanto sopra non provo alcun sentimento di meraviglia o di scalpore. Un giorno spero di poter raccontare come i Magistrati proprio dietro la scusante delle lungaggini processuali , del troppo lavoro , riescono a trovare il tempo per escogitare veri e propri processi pilontandoli verso sentenze di colpevolezza sul malcapitato. Con una tale naturalezza da far venire i brividi. Non ci sono parole giuste per descrivere le sensazioni che si provano quando entri in un tribunale e avverti subito che la sentenza di colpevolezza è già stabilita . Piccoli uomini soggiocati dalla certezza di impunità e dalla presunzione di essere imbattibili perchè più intelligenti e più furbi dei loro designati . Studiano la psicologia del legale e insospettati giocano sulla sua buona fede spesso fregandolo con anomale anticipazioni già precostituite . Quella donnina vicina al suo legale , sembra abbastanza stupida .In effetti non può parlare nè dimostrare il contrario. Veste non troppo bene .Non dimostra di avere denaro. Ha i capelli bianchi e si trascura . E' sola e sembra una facile preda .Sicuramente è cretina quindi la stategia funziona . E nessuno se ne accorgerà. Questa è la storia , tra le tante, dei nuovi diavoli dei tribunali che ho incontrato io.
nella giustizia civile ancora peggio...
Se si estende l'indagine alla giustizia civile l'indignazione per l'impunità dei magistrati non può che accrescersi: 1) il rigetto di una domanda di risarcimento danni a una coppia di anziani investiti da dietro da una moto, mentre camminavano, solo perché l'estratto PRA che dimostra la proprietà della medesima moto non veniva prodotto nei termini, 2) la condanna alle spese iperbolica a chi prova a reagire contro un abuso edilizio che toglieva parzialmente la luce al proprio appartamento, 3) il rigetto di una domanda di risarcimento danni a una vecchietta che uscendo dalla metropolitana veniva chiusa tra le porte e trascinata per alcuni metri, sono solo alcuni esempi di mala giustizia, che dimostrano come davvero occorrerebbe urgentemente aprire un dibattito sul tema per studiare seri progetti di riforma.
Bisogna leggere bene le
Bisogna leggere bene le sentenze sui motivi del rigetto della domanda di risarcimento . Nel civile spesso ho avuto modo di constatare che il ricorso era insufficiente e dipendeva dal legale che non aveva lavorato bene. E' la verità processuale quello che conta in questa sede.Ad ogni modo io posso assicurarti che anche in presenza di validissimi riscontri documentali i Giudici se hanno degli interessi a favorire la controparte possono far finta di non averli visti.Confezionando una motivazione ad hoc!. Inutile anche rivolgersi al CSM o al Presidente del Tribunale con tanto di riferimenti precisamente evidenziati e segnalati sulle incongruenze e contraddizioni del Giudice.Davvero evidenti .Ti porto l' esempio più facile e comprensibile dei motivi di rigetto dei miei sei ricorsi .Il Giudice affermava il mio comportamento essere stato effettivamente scorretto nei confronti dei colleghi e superiore sulla base di precise e inconfutabili testimonaianze che avevano affermato il tutto .Ma nessun testimone era stato escusso in quel processo . Anche in Appello è stato rigettato lo stesso ricorso. Il che lascia pensare che ci sia stata una sostituzione di verbali facenti parte di altro processo.O qualcosa del genere. La sentenza non è ancora uscita dal novembre 2008 .Altra ipotesi è che i Giudici non abbiano letto le carte e per partito preso abbiano dato ragione al Giudice di primo grado.Mai pensando che si potesse verificare un fatto del genere.Staremo a vedere.
GIi alti magistrati, come
GIi alti magistrati, come molte altre figure di funzionari istituzionali, sono l'espressione della classe al potere. In Italia conniventi col fascismo quando il fascismo era al potere, con le forze conservatrici quando il fascismo è caduto e si trattava di tenere a bada le forze più progressiste. Fa ridere sentire parlare di "toghe rosse", per formazione, cultura, tradizione non è certo a sinistra che si colloca la magistratura come corpo. La realtà è ben lontana dai serial televisivi.
Visto che ti fa ridere...e vai!
Ah si? Ed i Violante,i Di Pietro,De Magistris,Forleo,Caselli, vari presidenti dell'ANM,e tanti altri di cui risparmio l'elenco sono dei residui del fascismo? Invito a dirlo a questi signori.
Ti dimentichi che questi
Ti dimentichi che questi giudici, in particolar modo il primo e l'ultimo che citi operarono quando il Pci si presentò come partito d'ordine in alleanza con la Dc e in polemica con i socialisti di Craxi (anni '70-'80) Ma, il vero potere della magistratura sta altrove, prova ne sia che nonostante le indagini, condotte anche seriamente da alcuni magistrati, tacciati per questo di essere "toghe rosse", la magistratura come corpo ha contribuito ad affossare e vanificare tutte le indagini sulle stragi di stato e sul ruolo giocato dai servizi e da alcuni uomini politici di governo.
Forse bisogna intendersi sul linguaggio, l'espressione "toghe rosse" è un berlusconismo che vuol significare che i giudici ce l'hanno con lui perché appartengono alla schiera dei comunisti che mangiano i bambini, comunisti che nel linguaggio berlusconiano vanno dagli ex Pci filosovietici ai baciapile del PD e comprendono chiunque gli crei, anche solo a parole, qualche problema.
In un paese culturalmente arretrato come l ' Italia la parola "comunismo" è capace da sola di evocare paure ancestrali insite in un popolo la cui unica formazione culturale per secoli è dipesa dalla Chiesa. Prova a chiedere e vedrai di quali conoscenze storiche e, quindi, politiche, dispone la maggioranza degli italiani. Può darsi che Forleo, De Magistris ecc. votino PD ma da questo ad essere comunisti il passo è lungo, anzi, personalmente ritengo che il voto Pd significhi proprio che non si abbia nulla da spartire con il comunismo.
condivido
la tua analisi: Di Pietro, ad esempio, sicuramente non ha mai avuto niente a che spartire con il comunismo. Lo stesso Berlusconi ricordo che gli fece offerte di alleanza elettorale (non mi ricordo se addirittura gli propose di diventare ministro in un suo governo).