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Oltre la vita, oltre la morte

Giuseppe Candido
Giuseppe Candido
21/11/2008 - 16:56

di Vittorio Emanuele Esposito     Crotone, 21/11/2008

La Chiesa romana e le parti più integraliste, illiberali e misoneiste del mondo cattolico sono da tempo schierate in una offensiva ideologica volta alla “difesa della vita“ nelle situazioni estreme,  anche quando questo fondamentale diritto-dovere dell’uomo e del cittadino, riconosciuto in tutti gli ordinamenti liberali e democratici, entra in conflitto con situazioni soggettive irreversibili, che rendono insopportabile la sopravvivenza (come nel caso Welby) o in situazioni in cui addirittura la persona umana non c’è più, perché si è spenta la consapevolezza e la possibilità di percepire il mondo esterno (come nel caso Englaro).

La difesa del principio, per cui la Chiesa e solo la Chiesa è custode e interprete del cosiddetto “diritto naturale” e, in nome di Dio, è arbitra della vita e della morte ( vedi le esecuzioni capitali, non solo dei criminali, ma anche degli avversari politici, che sotto Pio IX si moltiplicarono nello Stato pontificio ) spegne ogni pietà cristiana nei confronti degli individui e dei loro familiari, che si trovano in condizioni non augurabili a nessuno.

Abbiamo assistito così a forme di bieco sadismo propagandistico, come nell’esibizione di bottiglie d’acqua per significare la volontà di continuare ad idratare la sfortunata ragazza che da diciassette anni si trova in  stato vegetativo permanente ed è, pertanto, umanamente morta.

E’ appena il caso di osservare che queste situazioni di vite prolungate o di morti procrastinate oltre l’ordine naturale delle cose sono la conseguenza delle tecniche artificiali di rianimazione e mantenimento in vita messe a punto dalla medicina contemporanea. La vita sarà pure un “dono di Dio”, ma l’intervento dell’uomo, della scienza, delle macchine interferisce in modo decisivo su di essa e fa sorgere problemi nuovi non risolvibili sulla base di  norme etiche astratte  e non applicabili a casi che, fino a poco tempo fa, non  erano neppure immaginabili.

Ora, chi assicura il Pontefice romano che la volontà di Dio sia quella di non interrompere il processo biologico di un corpo ormai privo di consapevolezza e di anima per l’avvenuta necrosi della corteccia cerebrale?

Gli scienziati, in base ai dati di esperienza e alle conoscenze sulla struttura e il funzionamento dell’organismo umano ci dicono che lo stato vegetativo è irreversibile dopo un anno, figuriamoci dopo diciassette anni! Di fronte a tali evidenze che fine fa il discorso papale sulla conciliabilità di fede e scienza, di fede e ragione?

La “cultura della vita”, sulla cui base oggi la Chiesa tenta di riaffermare il proprio dominio sulle coscienze e sul mondo, è, in realtà, una regressione verso forme di spiritualità primitiva di tipo animistico.

Si spiega così, per esempio, l’attuale definizione teologica dell’embrione come persona, che non ha precedenti nella dottrina elaborata dalla Chiesa nel corso dei secoli e annulla con un solo tratto la distinzione tra potenzialità e attualità, che è alla base del ragionevole riconoscimento dell’ “altro“ in quanto tale. Da che mondo e mondo il feto, soprattutto dopo alcuni mesi, viene considerato degno di maggiore rispetto nei confronti dell’embrione e il neonato soltanto è giudicato titolare di tutti i diritti, anche se ancora potenziali ed esercitati per suo  nome e conto dai genitori.

All’altro estremo, quello della fine della vita, la sussistenza di reazioni vitali involontarie non infirma la diagnosi di morte della persona in assenza irrimediabile della consapevolezza e di ogni possibilità di relazione con il mondo esterno.

Certo, il credente, spera sempre nel miracolo soprannaturale, legato com’è all’imprinting della formazione religiosa ricevuta fin dai tempi dell’infanzia, quando la distinzione tra realtà e fantasia è ancora di là da venire. Lazzaro non era morto ed è stato resuscitato dall’intervento divino?

La sua ingenua fede non l’autorizza, però, a sostituirsi e a dettare leggi a chi, come il padre di Eluana, vive in prima persona il dramma quotidiano di vedere il povero corpo appartenuto alla figlia, alla persona da lui più che da nessun altro amata, che continua a vegetare, a crescere, ad invecchiare, a subire gli insulti del mero sopravvivere, senza poter più reagire, ormai privo del controllo e della guida di una sia pur residuale coscienza.

Nessuno può decidere in sua vece o arrogarsi il diritto di giudicare la sua decisione.

Chi fa appello a norme etiche di carattere generale dimostra soltanto una grande insensibilità nel merito. Perché il comportamento etico si sostanzia, appunto, nell’assunzione personale di responsabilità di fronte alle scelte più difficili, scontando sempre la possibilità di sbagliare. Viceversa, l’etica si ridurrebbe a quell’obbedienza supina alla norma esterna in cui consiste il legalismo farisaico, a suo tempo condannato e combattuto da quel grande maestro cui si ispira la religione cristiana.

La libertà di decidere, nei limiti in cui è consentita dall’ordinamento di uno Stato di diritto, non è un pericolo, è un valore ed il suo esercizio non va contrastato in base ad assurdi timori, strumentalmente evocati. Il nostro ordinamento considera reati il suicidio e l’omicidio del consenziente e prescrive l’assistenza e la cura dei disabili, degli anziani, di tutti coloro che si trovano in condizione di insufficiente autonomia personale. Ma cosa c’entra tutto questo con il caso Welby, con il caso Englaro  e con altri simili casi che si possano verificare? 

Vittorio Emanuele Esposito                                                                 Crotone, 21 novembre 2008 

2 commenti

Essendo del mio dirigente

l'ho anche salvato tra i miei preferiti. Miao

Bene i tuo DS

Perché si, bisogna dirlo, il Vittorio Esposito che scrive Oltre la vita, oltre la morte è il Dirigente Scolastico del Liceo Classico di Crotone (KR) che, laicamente, ci ha inviato questa sua riflessione onorandoci di poterla pubblicare sul nostro mensile, Abolire la miseria della Calabria
[Giuseppe Candido] (http://www.almcalabria.it/)