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La notte dei coltelli: radicali di Calabria a congresso

giovanna canigiula
giovanna canigiula
05/10/2008 - 14:13

Ieri pomeriggio si è tenuto a Lamezia, in una sala della locale sezione del Pd, il congresso dei radicali calabresi iscritti all’associazione Abolire la miseria. La riunione si è protratta fino a tarda sera quando, a maggioranza e già fuggito qualcuno, se ne è decretato il rinvio poiché lo scontro sul rinnovo degli organi direttivi non trovava uno sbocco che soddisfacesse le parti in causa. Le avvisaglie due settimane prima quando, alla presenza di L. Pecorelli, del comitato politico nazionale (non so se il mio linguaggio partitocratico è corretto nel caso dei radicali), era partito qualche attacco all’indirizzo del segretario uscente.

Il congresso si è aperto con la relazione appunto del segretario, G. Matina, che si è innanzitutto soffermato sulle forme di partecipazione dal basso scelte dai radicali, in contrapposizione o come antidoto all’organizzazione burocratica che i partiti si sono dati dal dopoguerra, sottolineando come Abolire la miseria –evidente richiamo nel nome ad E. Rossi- sia, in terra di Calabria,  espressione di un agire, sulla base di temi e problemi individuati, che si contrappone al militarismo partitocratico fatto di un centro in cui si decide e periferie in cui i rappresentanti finiscono con l’essere esecutori locali del potere centrale o semplici collettori di voti e consensi attorno ad iniziative calate dall’alto. La domanda che Matina pone è: serve a qualcosa  l’associazione considerando la difficoltà di sentirsi, da radicali, inutili o troppo illusoriamente utili? Sulla base della sua esperienza ventennale, infatti, ci sono stati momenti migliori come quando, alle elezioni europee con la lista Bonino, c’era la sensazione di poter parlare sapendo di essere ascoltati. Lo strumento che aveva portato al successo radicale era stato figlio, in quell’occasione, di uno dei soliti “colpi di genio” pannelliani: la vendita di alcuni beni radicali per scavalcare il muro di disinformazione eretto dal regime e consentire, alle famiglie italiane, di essere direttamente informate dal partito. Oggi non è più così. Oggi si vive la difficoltà di convincere anche un parente stretto a votare radicale, perché è forte il pregiudizio a causa dell’invisibilità del partito stesso. Soluzione? E’ necessario che sia sfondato prima a Roma il muro di disinformazione perché anche nelle realtà periferiche la gente torni ad ascoltare. Sapendo che i problemi sono tanti: ad esempio, non può essere scontata l’adesione al Pd se non sussistono condizioni concrete per un agire radicale e si rischia, invece, di essere assorbiti dalla partitocrazia.

La prima lunga replica è di F. Curtosi, schizoide direttore del mensile che prende il nome dall’associazione, il quale polemizza da subito con la relazione del segretario, che riconosce pacata ma che si aspettava diversa, ricordando che si è in un “piccolo congresso ma non per questo congresso piccolo”, alla presenza di quelle menti libere calabresi (pochine) che vogliono dare un contributo a una regione sbattuta spesso in prima pagina per le cose che accadono e che ci fanno vergognare, ma per le quali c’è un concorso di colpe collettivo. Curtosi spiega di non essere radicale alla maniera in cui lo intende Pannella: avere in tasca una tessera che ritiene elitaria. E che non prenderà, finché resterà tale. Essere radicali, dice, è altro: è un percorso che si inizia senza sapere se, alla fine, si è vissuti davvero in maniera radicale. Essere radicali significa far parte della schiera di persone che vogliono cambiare un sistema, lavorare e lottare per fare una rivoluzione politica e socio-culturale che porti a sostituire un sistema ad un altro in maniera pacifica. E’ straordinario, dice, e straordinario è fare ciò che ciascuno realisticamente può sapendo che, se si aboliscono i sogni, non si va da nessuna parte. Solo un manipolo di sognatori può pensare di cambiare qualcosa da noi, in una regione a statuto “molto” speciale, abitata da “persone speciali che chiedono leggi ad hoc per Cosenza, per Reggio, per Catanzaro, per Crotone, per Vibo”. Noi, dice, siamo le Calabrie e non c’è voglia di diventare una Calabria, perché secoli di dominazioni ci hanno abituato così. Oggi pochi voglio agire in maniera disinteressata e, fra i pochi, c’è Pannella, la cui disinteressata lotta per la legalità e la vita del diritto è stata riconosciuta dal presidente Napolitano.  Perché allora, si chiede Curtosi, a Roma i radicali non si occupano di più delle Calabrie? Perché le battaglie per i diritti e le norme civili non le fanno in Calabria dove vengono notoriamente calpestati? Per colpa nostra? Sì, perché siamo abituati ad essere spettatori in attesa di divina provvidenza: “Se Dio vuole” diciamo “ sono ammalato e guarisco. Se Dio vuole, le strade, la sanità, la giustizia vanno meglio”. Noi calabresi, aggiunge Curtosi, siamo fondamentalmente degli imbroglioni, cerchiamo sempre di “fottere” qualcuno o qualcosa: è nostra caratteristica genetica. Questo a Roma lo sanno, ma devono sapere che non tutti siamo così. Pannella, quando parla della Calabria, fa sempre riferimento a Fuda ma qui, di menti nobili, se ne vedono tante. Curtosi passa, quindi, all’oggetto del contendere: confermare o no l’attuale gruppo dirigente. Da “socialista umanitario” ritiene che non si debba “scindere l’atomo”, che occorra ricomporre quel manipolo di compagni e compagne desiderosi di fare qualcosa di importante e, per questo, è doveroso uscire dal congresso con progetti e proposte politiche che mostrino coraggio, capacità di sognare, voglia di cambiare una regione in cui “il futuro non ce lo può garantire Bova o uno  dei tanti indagati calabresi”. Curtosi, nel definire il Pd la “riedizione  mal corretta della ex DC”, si richiama ai venti punti di Fiuggi da cui ripartire e invita a guardare a chi può aiutare il cambiamento: abbiamo avuto De Magistris, dice, ce ne sono altri come lui in una regione in cui tutti non vediamo, non sentiamo, non parliamo e in cui tutti coloro che vengono da fuori –magistratura o polizia penitenziaria o altro- fanno la stessa cosa, contribuendo all’ingrasso di poteri forti come la mafia o la massoneria. Plaude al federalismo (inchiniamoci a Calderoli) perché da 40/ 50 anni i consigli comunali sono contenitori vuoti e dalle giunte passano sempre gli stessi nomi con gli stessi incarichi. Va bene lottare per il Tibet e per nobili cause, ma bisogna ricordare che, se si torna a casa la sera e non c’è niente da mangiare, qualcosa non funziona. E se aggiungiamo che la nostra è ormai una democrazia virtuale, imposta da una TV spazzatura e da giornalisti pennivendoli e se aggiungiamo ancora  che le candidature sono imposte da Roma, in una realtà come quella calabrese la miscela diventa esplosiva. Curtosi conclude ringraziando il segretario uscente e sottolinea che, senza giungere a rotture, è necessario creare un gruppo dirigente in cui alle mancanze di uno sopperisca l’energia di un altro, in modo che si possa battagliare su questioni forti come l’ambiente visto che gli ambientalisti, finora, hanno “fatto di tutto per non fare nulla” e dimostrare che la Calabria non è solo Fuda.

L’intervento di G. Candido è da subito di rottura: non gli è piaciuta la relazione del segretario Matina perché si aspettava un resoconto dell’attività svolta e una proposta politica per il nuovo anno, che non ci sono stati per il semplice motivo che non c’era nulla su cui rendicontare. Le attività, quando si sono fatte, sono state il frutto dell’agire dei singoli, spesso lasciati soli dall’associazione, come è accaduto a M. Marchese quando si è occupato della campagna per il Tibet o, più di recente, dell’anagrafe pubblica degli eletti. Candido polemizza anche con la considerazione del segretario circa la visibilità del partito perché, dice, non è Roma che deve rompere il muro ma siamo noi che, se non facciamo attività sul territorio, ci facciamo circondare dal muro, ci isoliamo. Solo agendo sul territorio, infatti, si può conquistare la fiducia della gente: se la battaglia sul caso Welby non fosse stata portata nelle piccole piazze dei piccoli territori nessuno ne sarebbe stato a conoscenza. Il problema, secondo lui, è che manca la visibilità perché l’iniziativa è lasciata ai singoli: se l’associazione lavorasse nelle varie Calabrie individuate da Curtosi, probabilmente la visibilità sarebbe maggiore. Richiamandosi alle parole di Gandhi, secondo cui “l’inerzia è peggio della lotta armata” e facendo l’esempio di S. D’Elia, preferibile, anche  quando aveva scelto la via della lotta armata, a chi non agisce, si chiede come mai non sia possibile fare iniziative sul territorio (ad esempio, pur non avendo candidati nel Pd, si poteva rendere “visibile” la scelta di adesione dei radicali),  come mai  le uniche voci di spesa rendicontate dal tesoriere Lo Duca, dopo due anni di attività, siano relative al pagamento della sala dell’hotel affittato per le riunioni e, oggi, all’acquisto di libri di E. Rossi  da rivendere al prezzo di copertina per poter finanziare il partito. Candido, quindi, si candida alla segreteria, a meno che gli attuali organi dirigenti non si assumono la responsabilità di un cambio di rotta.

 Le righe sono rotte. Da questo momento  si passeggia nervosamente nella sala, si fuma non più educatamente affacciati al balcone, microcapannelli discutono intanto che gli oratori si succedono, si vedono teste andare automaticamente da destra a sinistra in segno di sconforto, chi viene da lontano non capisce e scalpita. Il piccolo universo radicale scricchiola. 

M. Marchese, nel prendere la parola, annuncia di voler essere “politicamente scorretto”. Tante le cose nell’associazione che non vanno, sostiene, ma preferisce guardare in avanti perché, spesso, il meglio ci sfugge. Ripercorre gli ultimi successi: la stampa era presente alla conferenza sull’Anagrafe pubblica degli eletti e ne ha dato conto sui giornali; diversi comuni, indipendentemente dal colore delle giunte, si accingono a portare l’iniziativa in consiglio; un piccolo comune del cosentino, San Lucido, sta formando una consulta di giovani –proprio di quei giovani che sono stati, negli anni, espulsi da un’idea di politica- col futuro compito di gestire il flusso delle informazioni. Quindi, Marchese si richiama al rispetto delle regole finora infrante. Due le sue proposte e sulla base di regole condivise: il pagamento simbolico di un obolo di un centesimo per l’iscrizione all’associazione (e qui gli occhi si sgranano) e l’obbligo, per chi aderisce all’associazione –che può crescere solo se si agisce fattivamente sul territorio- all’assunzione della responsabilità operativa (e qui le teste muovono dall’alto in basso in segno di approvazione). Solo così, conclude, si può avere un organismo che produce, anche sbagliando. Si candida, quindi, alla segreteria.

A cercare di smussare le tensioni è dapprima M. Panza, dell’associazione “Luca Coscioni”, il quale ricorda che gli iscritti sono pochi e che non è il caso di crocifiggere nessuno quanto, piuttosto, di giungere ad una ricomposizione tra il nucleo storico che, sia pure con limiti, ha rappresentato negli anni il partito radicale e chi chiede nuove soluzioni. Non è d’accordo sul pagamento simbolico di un centesimo per l’iscrizione proposto da Marchese, in quanto ciò contrasta con l’idea radicale di autofinanziamento  e neppure con l’assertività dell’”obbligo di fare” perché sarebbe un modo per esasperare le attività stesse. L’associazione deve senz’altro essere guidata da chi ha voglia di lavorare, soprattutto nella specificità del territorio calabrese e non limitandosi a riproporre battaglie che giungono dal centro perché, a suo avviso, ci si limiterebbe ad essere militanti. Ribatte Candido, secondo cui l’originalità è sì importante ma è giusto portare sul territorio le iniziative di Roma e fa l’esempio dell’associazione milanese “E. Tortora”, che integra le iniziative romane con altre specifiche in collaborazione con grosse associazioni che, in Calabria, non ci sono. Propone, quindi, di avviare relazioni con Legambiente o con i partiti stessi o, dall’interno, con il Pd, per mettere in primo piano la questione del dissesto idrogeologico, in considerazione del fatto che non c’è ancora un Piano regionale delle attività estrattive previsto dall’’89.

E’ il momento delle replica di Lo Duca e Matina. Il primo esordisce dicendo che non deve giustificare niente a nessuno. E’ radicale dal 1976, ha appoggiato tutte le iniziative del partito, da tre mesi si sta battendo per la discarica di Vezzano attaccato da chi ha interessi altri sul territorio, fa attività teatrale con i giovani portando in questa il suo stile di vita radicale. E’ un momento di digiuno politico, dice, non siamo qua a proporre parlamentini, ciascuno fa  quel che può, Matina da un anno si occupa di fotovoltaico: non è, questa, un’attività? Dopo il 1977/ ’78  molti radicali sono fuggiti, loro sono rimasti, tenendo acceso il cerino in Calabria: giustificarsi di che? Forse, si chiede, che le iniziative individuali di alcuni sono attività per l’associazione e quelle di altri sono personali? Non siamo per pagati per fare attività, dice, piuttosto paghiamo le diverse tessere che finanziano il partito e facciamo quel che possiamo. Matina, dal canto suo, si dichiara decisamente irritato: la sensazione è di aver parlato senza essere ascoltato o di essersi espresso male. Ribatte a Curtosi dicendo che Pannella ha posto la questione calabrese o, meglio, meridionale, come problema nazionale. Riconosce a Pannella il merito di aver individuato, nel sistema partitocratico e in quello elettorale, un male che aggrava i problemi della Calabria e di aver indicato la via delle riforme liberali in una terra in cui o sei impiegato o lavori per imprese che sono sempre in odor di mafia: a Vibo nascono continuamente centri commerciali e non è difficile capire quale sia l’origine del capitale. A chi lo ha attaccato, Matina replica dicendo che tutto ciò che si è fatto, anche quel che a lui poteva non piacere, l’ha sempre inserito nel bilancio delle attività dell’associazione, dal mensile Abolire la miseria della Calabria (esplosione di Candido, che ha i tirato i soldi di saccoccia sua) all’Anagrafe pubblica del eletti. Avanza, quindi, il sospetto che ogni iniziativa sia stata fatta a titolo personale forse perché non si aveva in mente l’associazione quanto, piuttosto, l’obiettivo di conquistare la carica di segretario o tesoriere.

C.G. Scaldaferri, da poco in Calabria, prova a trovare una via d’uscita: si è in una terra difficile e difficile diventa fare politica; è giusto che ognuno dia il suo contributo in termini di impegno e garantisce il suo ad essere di supporto alle iniziative dell’associazione senza assumersi incarichi di responsabilità, non conoscendo ancora bene il territorio. Propone di raggiungere intanto un accordo su  proposte, progetti e programmi concreti per poi, in base alla disponibilità di ciascuno ad occuparsene, individuare i nuovi organi dirigenti. Attività e priorità possono e devono essere quelle individuate a livello nazionale, ma ci deve essere la capacità di tradurli sul territorio agganciando ad essi le specificità locali.  Quanto all’obolo di estrazione marchesiana, non è d’accordo.

 Applauso liberatorio. Di lì a poco, mi accorgerò, inutile. L’hanno ascoltato?   

La discussione resta sulla triade dei nomi da eleggere. Sul due più tre (due di una parte o dell’altra, cioè maggioranza relativa e cioè maggioranza assoluta) si infrange la speranza di una ricomposizione.  Le contrapposizioni restano forti. La notte cala sui radicali calabresi: non si riesce a giungere all’elezione degli organi dirigenti, qualcuno propone lo scioglimento dell’associazione, passa a maggioranza un più prudente rinvio. Anche in casa radicale, dunque, come in tutti i partiti dell’odiata partitocrazia, spirano diverse correnti che mettono a rischio le fondamenta. Sarà che della partitocrazia questi radicali fanno parte a pieno titolo? Battutaccia, vista la delicatezza del momento. Ma sono amici e non me ne vorranno. Attendiamo la prossima puntata.

2 commenti

e anche rottura è stata

ebbene si, è stato un microcongresso di rottura perché nelle prossime ore formalizzerò a Giuseppe Matina le mie dimissioni dall'associazione, oltre ad aver ritirato ogni disponibilità ad assumere responsabilità formali in seno al direttivo. Si rendono necessarie dopo esser stato mortificato e ingiuriato. Il Signor Matina dopo aver ripetutamente detto (in questa occasione e durante la riunione tenutasi il 20 settembre a Sant'Eufemia) che chi ha fatto attività lo ha fatto soltanto per potersi candidare a guidare questa associazione, riferendosi chiaramente al sottocritto ed anche ad altri, può tranquillamente continuare a sedere su ciò che forse considera scioccamente UN TRONO. Lo faccia perché per portare avanti le iniziative in cui si crede non è necessaria né una segreteria, né un'associazione e sopratutto neanche degli insulti di Giuseppe Matina.

più che di rottura voleva essere di verità

Il mio intervento ieri sera era per dire che:
a) non ha senso un'associazione radicale che, come tale, non opera sul territorio demandando all'iniziativa dei singoli iscritti.
b) non è vero che sul territorio, a partire dalle problematiche idrogeologiche e ambientali, non ci sia nulla su cui fare attività politica anche coordinandosi con altre forse politiche

La messa in bilancio - grazie all'omonimia con quello dell'associazione - del mensile "Abolire la miseria della Calabria", come pure l'uso improprio del link www.almcalabria.it messo tra quelli dei siti delle associazioni radicali, da parte dell'associazione stessa è assai scorretto. Perché il giornale che ho personalmente registrato in tribunale e che con fatica sta andando avanti sul web grazie a Marco Marchese, non ha avuto però alcuna partecipazione - ne economica ne organizzativa - dall'associazione di radicali calabresi come tale e che per poter dargli un editore ho costituito un'associazione culturale di volontariato che nulla centra con l'associazione di radicali. Troppo facile così fare il bilancio della propria segreteria in un'assemblea ordinaria straordinariamente in ritardo di un anno sul congresso e che si è svolta senza neanche la presenza di un Presidente che sostituisse l'assente Andrea Minotti. Più che radicale, un'assemblea anarchica diretta da una segreteria che aveva un solo scopo: veder riconfermati i propri ruoli.
[Giuseppe Candido](http://www.almcalabria.it/)