I paradossi di don gelmini: difeso da ebrei e massoni e scaricato dal vaticano
I PARADOSSI DI DON GELMINI: DIFESO DA EBREI E MASSONI E SCARICATO DAL VATICANO
Scaricato brutalmente dal Vaticano, e difeso paradossalmente dalle due lobby che ingiustamente ha accusato di essere all’origine delle imputazioni infamanti che gravano contro di lui: don Pierino Gemini da ieri è il detentore di uno dei nuovi italici record della comunicazione distorta. I precedenti sono a tutti noti: domenica il “Corriere della Sera” titolava sulla allucinante conferenza stampa tenuta dal sacerdote titolare di un impero anti droga che conta 150 centri in tutto il mondo: “è colpa di una lobby ebraica- radical chic”. Il tempo di vedersi piovere addosso le proteste di mezza Italia e don Pierino rettifica: “volevo dire massonica e radical chic”. Ma anche qui la toppa è peggio del buco: il gran maestro Gustavo Raffi aveva appena valutato, come avvocato di prendere gratis le sue difese, e qualcuno faceva notare al temerario sacerdote che sul sito internet del Grande oriente d’Italia nella pagina che suggerisce a chi versare il 5 per mille la comunità Incontro di don Gemini è tra gli high lights. Per cui ieri ecco arrivare le scuse anche ai massoni. Insomma un disastro: era meglio se si stava zitto e non si esaltava solo perché i politicanti di centro destra alla Gasparri erano già scesi in campo. Ma allora chi ha complottato contro il prete anti droga se queste accuse possono essere tacciate come complotto? A giudicare dalla freddezza con cui la storia è stata accolta Oltretevere, don Gemini meglio farebbe a dire che di complotto Vaticano si tratta. Infatti la curia a quest’uomo ( così come al fratello padre Eligio) lo ama pochissimo dopo gli scandali che si tirò dietro negli anni sessanta e negli anni settanta quando ancora non aveva trovato la propria vera vocazione. E infatti nei giorni scorsi l’ Osservatore romano non gli aveva dedicato neanche una riga e l’ Avvenire in compenso aveva parlato della cosa ma solo per invocare il silenzio e il rispetto dell’azione dei magistrati. Se non era un colpo basso, poco ci mancava. Per non parlare delle voci di corridoio che cominciavano a far trapelare concetti come questi: “prima delle sue scomposte accuse tutti avrebbero giurato sulla sua innocenza, ma dopo..” In compenso gli ebrei e i massoni, insultati cafonescamente dal prete anti droga, si sono dimostrati i più garantisti. Il rabbino capo di Roma intervistato da “la Stampa” ha dichiarato di non credere ad accuse che lui reputa “fango”. E il gran maestro della massoneria italiana Gustavo Raffi, sempre con il quotidiano torinese nell’edizione del lunedì esprimeva concetti analoghi. Con chi prendersela allora, posto che quasi nessuno riesce a credere alle accuse di due ex tossici, ladri e pregiudicati che potrebbero avere come movente delle accuse la semplice vendetta? Gli esperti di comunicazione richiamano due elementi molto importanti: il passato che non passa e la strumentalizzazione politica fatta sull’opera anti droga dei tanti don da svariate parti politiche. In primis quelle che fanno riferimento alla Cdl, come An, Forza Italia e l’Udc (che in questo momento si trova in una situazione persino più imbarazzante). Rispetto al primo fattore in Vaticano nessuno ha scordato il 13 novembre 1969 quando i carabinieri arrestarono don Gelmini per la prima volta, nella sua villa all’Infernetto, zona Casal Palocco, alla periferia di Roma. E già all’epoca fece scalpore che questo sacerdote avesse una Jaguar in giardino. I freddi resoconti di giustizia dicono in verità che fu inquisito per bancarotta fraudolenta, emissione di assegni a vuoto, e truffa. Lo accusarono di avere sfruttato l’incarico di segretario del cardinale per organizzare un’ambigua ditta di import-export con l’America Latina. E restò impigliato in una storia poco chiara legata a una cooperativa edilizia collegata con le Acli che dovrebbe costruire palazzine all’Eur. La cooperativa fallì mentre lui rispondeva della cassa. Il giudice fallimentare non potè che emettere un mandato di cattura. E così don Gemini si fece quattro anni di reclusione. Poi la Curia lo mandò in esilio in lontani missioni. In Vietnam più precisamente. Don Pierino, che amava farsi chiamare monsignore e per questo motivo si era preso anche una diffida della Curia, sparì dalla circolazione. Ma anche nell’allora Vietnam del Sud, dove era entrato in contatto con l’arcivescovo della cittadina di Hué, fece parlare male di sé: sua eminenza Dihn-Thuc, e anche la signora Nhu, vedova del Presidente Diem, lo denunciarono per appropriazione indebita. Ci fecero i titoloni sui giornali: “Ecco chi è il monsignore che raggirò la vedova del Presidente vietnamita”. Naturalmente nessuno deve restare impiccato al proprio passato e in seguito l’azione svolta nel campo del recupero dei tossicodipendenti avrebbe fatto di lui un uomo di ben altra statura morale. Ma in Vaticano, si sa, difficilmente certe cose vengono perdonate e quasi mai dimenticate. Poi c’è il fattore antipatia dovuto all’insopportabile retorica anti droga dei partiti della Cdl: anche quelle campagne elettorali fatte fare nelle sue comunità terapeutiche Oltretevere non gli sono mai state perdonate. Ed ecco quindi spiegate le ragioni per cui oggi don Pierino viene paradossalmente difeso da coloro che insulta e ritiene complici del presunto complotto contro di lui, mentre i suoi teorici amici fanno finta di non conoscerlo.
Dimitri Buffa
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