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Era peggio che a Guantanamo also sprach Mastrogiacomen

dimitribuffa
dimitribuffa
21/03/2007 - 11:08

Giallo sul rientro ritardato e sulla sorte dell’interprete

“Era peggio che a Guantanamo” così parlò Daniele Mastrogiacomo

Troppi ringraziamenti a Gino Strada ed Emergency fanno temere una “simonizzazione” per il cronista di “Repubblica” che nella prima intervista usa accenti anti americani

Ormai è una sindrome, molto simile a quella di Stoccolma, quella che gli ostaggi dei terroristi islamici, iracheni o afgani che siano, dimostrano di avere sviluppato durante la propria triste disavventura. Una sindrome cui sembra non essere scampato neanche l’amico e collega Daniele Mastrogiacomo se è vero come è vero che ieri nella prima intervista rilasciata via telefono alla tv di “Repubblica” si è fatto sfuggire un paragone veramente molto significativo: “mi avevano stretto le caviglie con delle catene di pochi centimetri, sembrava di stare a Guantanamo”. A parte tutto, grazie a Dio e per sua fortuna, non risulta a chi scrive che lui in quel posto, sicuramente poco edificante ma forse non come le caverne dei terroristi talebani, sia mai stato. Ma forse siamo noi che ci sbagliamo. Ma sindrome delle due Simone a parte, la giornata di ieri, così come peraltro anche la sera della liberazione, si sono susseguiti alcuni avvenimenti che fanno pensare che non tutto sia andato come doveva. Prima di tutto nessuno sa esattamente la sorte dell’interprete di Mastrogiacomo, che sembra avere non moltissimi santi in Paradiso. Poi non si è capito perché alla fine l’aereo privato di Prodi e della presidenza del consiglio non sia venuto a riprendersi lo stesso Mastrogiacomo che ancora ieri pomeriggio era in viaggio verso Kabul e che solo oggi, a Dio piacendo, potrà riabbracciare la moglie Luisella, i due figli e il fratello. Infine sembra ci sia stato una specie di piccolo assedio all’ospedale gestito da Strada dove Mastrogiacomo aveva sostato nelle prime ore dopo il rilascio. Assedio dovuto al furore delle tribù dei due attori non protagonisti della vicenda: cioè l’autista Sayed Agha, ucciso perché i tagliagole avevano alzato il prezzo del ricatto e del riscatto, e l’interprete Ajmal Naskhband, per ora dato per “non pervenuto”, sebbene liberato ufficialmente dai talebani. I dimostranti erano incazzatissimi del fatto che il governo afgano si fosse mosso praticamente solo per Daniele, dimenticandosi i due concittadini del presidente Karzai. Un capitolo a parte merita il ruolo di Gino Strada (sin troppo ringraziato dal giornalista di “Repubblica” nell’emozione che deve avergli giocato qualche brutto scherzo) che oramai da ordini al governo Prodi e ai servizi di sicurezza italiani imponendo loro di togliersi dai cosiddetti quando è lui a scendere in campo. E poi dicevano del ruolo ambiguo di Maurizio Scelli nella liberazione delle due Simone! Qualcosa comunque non deve avere funzionato alla perfezione nell’entourage dell’ intelligence di Strada perché proprio ieri all’alba, guarda caso, mentre Mastrogiacomo era ancora nei paraggi afgani, le forze di sicurezza di Karzai hanno sentito il bisogno di arrestare senza tanti complimenti l’uomo di Strada che viene considerato il mediatore ufficiale tra Emergency e Dadullah: si tratta di Rahmatullah Hanefi, capo del personale dell'ospedale di Emergency a Lashkargah in Afghanistan meridionale. Naturalmente in Italia è iniziato, e non poteva essere differentemente, il balletto delle polemiche. Tutto nasce dalla contro partita occulta di questo sequestro: la proposta, che è quasi una promessa, del segretario dei Ds Piero Fassino di fare una tavola della pace afgana a Roma invitando anche i talebani, cioè i terroristi islamici. Una trovata liquidata così dal portavoce di An Andrea Ronchi: “Ritengo sbagliato che i talebani si siedano al tavolo della Conferenza di pace, i talebani sono stati e restano dei terroristi”. A lui ha fatto eco uno degli innumerevoli portavoce di Berlusconi, Paolo Bonaiuti: “Ma come si fa a trattare con chi sequestra gli ostaggi? E poi i talebani non sono mica uno stato sovrano. Credo che Fassino lo faccia soltanto per placare la sinistra estrema”. Tutte argomentazioni già svolte, prima e meglio, dall’ex segretario dei Radicali italiani Daniele Capezzone nella propria intervista al nostro giornale pubblicata ieri. E quasi a volere confermare la bontà di queste obiezioni polemiche, sempre ieri veniva fuori la notizia che uno dei cinque ostaggi liberati ( o sono sei?), in cambio della vita di Daniele Mastrogiacomo, Ustad Muhammad Yasir, 57 anni, in una conversazione telefonica avuta con il figlio Omar subito dopo la scarcerazione, avrebbe detto: "Sono subito ritornato con i miei fratelli, imbracciando due fucili in modo da riprendere il Jihad per cacciare gli invasori e combattere gli apostati". A renderci edotti di queste vanterie sono stati ieri i forum islamici su internet in un messaggio intitolato “Il ritorno nella mischia” a firma di Abdullah al-Ibad. D’Alema ieri si è visto con la Rice e sostiene che l’amministrazione Usa non sia arrabbiata con lui e soprattutto con noi italiani. Ma credere ciò è impresa ardua anche a chi è robustamente dotato di fede unionista.

Dimitri Buffa

1 commento

Il tuo amico Mastrogiacomo

è uscito da un'esperienza che sconvolgerebbe chiunque: se Strada (che a me non piace) avesse collaborato alla tua liberazione ti metteresti subito a discettare di politica umanitaria o lo ringrazieresti? Fa piacere incontrare **qualunque** connazionale in terra straniera. Gli omertosissimi Italiani che vivono all'estero lo sanno bene questo.
Il confronto con Guantanamo può piacere come non piacere, ma le catene vengono usate (testimoniato dalle foto del Washington Post e del NYT da anni), e questo è un fatto, il resto è condimento.
Anche Bonaiuti è strano: concordo, non si tratta coi terroristi, tanto meno ad un conferenza internazionale di pace: ma il governo Berlusca che ha fatto per liberare i vari rapiti? Ha trattato ed ha pagato con soldo sonante, come gli scocciatissimi Americani sanno bene.
Ma del resto un portavoce è un bugiardo per professione...