La deontologia del Corriere della Sera quando pubblica foto su Guantanamo tratte dalla locandina del film "A road to Guantanamo"
“La pubblicazione dell’immagine di Guantanamo è frutto di un nostro deplorevole errore. Dovendo infatti pubblicare una foto sull’argomento, è stata fatta una ricerca nell’archivio elettronico con la parola “Guant” e tra le foto è apparsa anche questa che, come lei ha notato, è una locandina. A nostra parziale scusante posso aggiungere che la foto in oggetto, senza scritte riferite a film o ad altri avvenimenti, è stata trasmessa ai giornali dall’archivio ANSA, pur se con la corretta didascalia che fa riferimento al film “Road to Guantanamo”, didascalia purtroppo sfuggita al nostro redattore-impaginatore. Ci scusiamo con lei e speriamo di poterla annoverare sempre tra i nostri lettori. Con i più cordiali saluti, Francesco Faranda Segretario di Redazione”. Tutti sappiamo che i giornalisti spesso si inventano le notizie. Non è un male solo italiano e sembra non sia curabile. Da oggi però fate attenzione anche alle foto: sono ancora più bugiarde di certe notizie. Infatti il virgolettato che apre l’articolo proviene da un e mail auto giustificazionista inviata dalla segreteria di redazione del Corriere della Sera. Che in data 17 dicembre 2006 alla pagina 6 ha corredato un articolo su Guantanamo con una foto della locandina del film “A road to Guantanamo” invece che con una delle tante immagini di repertorio pur esistenti.
Questa delle foto taroccate è una grana scoppiata con la Reuters e la Associated presse durante la guerra del Libano della scorsa estate. Donne con le mani alzate al cielo che imprecano contro gli aerei israeliani e che poi i bloggers scoprono essere state bombardate in due o tre posti differenti ogni giorno, militanti hezbollah che corrono con bambini morti presi all’obitorio spacciandoli per figli di cui loro sarebbero i padri distrutti dal dolore, immagini di bombardamenti ritoccate con il photoshop e via dicendo. Potete essere certi che, ogni qual volta vi è stata propinata una “foto sconvolgente” con macerie e magari sopra un giocattolino di peluche, si trattava di un set fotografico allestito all’uopo. Non di una vera immagine. I giocattolini infatti sono il trucco del cosiddetto “gioco della bambolina” che consiste nell’aggiungere un particolare che dia movimento a un set già preparato: con un grandangolo basta trovare una discarica di auto rotte, di lamiere e dare fuoco a qualche copertone e l’effetto post bombardamento sarà garantito. Ma una volta colti nel fatto sulle manipolazioni o sugli errori macroscopici i media come reagiscono? La Reuters è stata costretta a licenziare il fotografo arabo da Tito. Quelli del “Corriere”, invece, dopo che il loro incredibile errore era stato rilevato dal giornalista free lance Marco Reis (che è un piccolo genio che ha tenuto una lectio magistralis sulla falsificazione delle immagini di guerra nel convegno “Due pesi e due misure” tenutosi dal 2 al 4 marzo a Roma a cura delle Associazioni di amicizia italo israeliane e del sito internet Informazionecorretta.it) hanno risposto con la lettera di scuse su citata ma non hanno pubblicato alcuna rettifica per non auto sputtanarsi. Reis allora si è rivolto al presidente dell’Ordine dei giornalisti di Milano Franco Abruzzo, il quale però ha replicato così: “Gli errori sono scusabili. Non ti pare? Ciao”. Già e il diritto dovere di rettifica?
Dimitri Buffa
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