13 anni, costretta ad abortire dal tribunale: tutto falso
"Valentina, 13 anni, è poco più di una bambina. Eppure non voleva separarsi da chi sentiva crescere dentro di sé. Ha pianto, ha urlato, ha insultato, ma alla fine ha vinto la legge ed è stata costretta ad abortire". E' questo il drammatico incipit di un articolo comparso su La Stampa del 17 febbraio. Un articolo che racconta la crudele storia di un giudice del Tribunale dei minori di Torino che ha costretto una adolescente a liberarsi del bimbo che portava in grembo. Con tanto di sondaggio interattivo presente sul giornale on line, e la domanda "Secondo voi era giusto obbligare la ragazza ad interrompere la gravidanza?" che ha avuto una schiacciante preponderanza per il no (75%), e le opinioni pro e contro il fatto di Chiara Saraceno ed Elena Loewenthal. Una storia falsa dall'inizio alla fine. Perché, come ha precisato il Tribunale stesso con una nota affidata all'agenzia di stampa Ansa, la ragazzina - figlia adottiva di una coppia poi separatasi - si era rivolta al giudice in quanto, pur avendo il consenso della madre, voleva abortire senza dirlo al padre. Il magistrato ha quindi concesso alla 13enne il permesso di agire come meglio credeva, senza costringerla ad abortire. E non è vero nemmeno - come scrive Il Giornale oggi per rilanciare la notizia nonostante la "buca" - che la ragazza, dopo l'aborto, ha ingerito "un cocktail di alcol ed ecstasy, un gesto che ha spinto i medici dell’ospedale Mauriziano a trasferirla all’ospedale infantile". Perché sempre l'Ansa riferisce che i problemi con alcool ed ecstasi la giovane li ha avuti "prima dell'interruzione di gravidanza, e i medici dell'ospedale Mauriziano, dove era stata portata, hanno preferito indirizzarla al centro materno-infantile S. Anna, dove è poi stato eseguito l'aborto. E' quindi da ricondurre ai suoi disturbi psicologici pregressi il motivo del successivo ricovero nel reparto di neuropsichiatria dell'ospedale infantile Regina Margherita". Ce ne sarebbe abbastanza per cominciare a riflettere. E a chiedersi come la notizia, infiocchettata ad arte, sia uscita dall'ospedale così com'era; chi aveva interesse a raccontare una storia falsa alla giornalista che c'è caduta e perché questa non abbia deciso di verificare al Tribunale o presso i genitori della ragazza prima di pubblicare. Se la storia avesse ballato nelle prime pagine ancora per un po', di sicuro sarebbe stata l'occasione per qualche giornale - come l'Avvenire - per rilanciare una mini-campagna contro l'aborto, mentre qualche intellettuale laico e ateo che però cerca l'approvazione del Vaticano - essendogli rimasta solo quella carta da giocare per costruirsi un futuro politico - avrebbe cominciato a chiedere a gran voce la revisione in chiave restrittiva delle leggi vigenti. Purtroppo, o per fortuna, l'informazione funziona così. La correzione, in qualche modo, fungerà da anestetizzante della storia, che a questo punto perde gran parte del suo valore esplosivo. E qualcuno, non contento, la manina la alzerà lo stesso. Perché comunque, vero o falso, basta che se ne parli. Senza contare che, anche se è andata buca stavolta, si potrebbe passarla liscia la prossima. Ma forse è meglio chiudere con una domanda retorica: visto che l'articolo scorretto compare ancora adesso sulla prima pagina de La Stampa, e che sempre nell'incipit dice "Lei allora ha ricominciato a piangere, a strepitare. «Me l’avete fatto ammazzare e adesso m’ammazzo io, m’ammazzo» ha detto ai genitori", per caso la giornalista queste parole così agghiaccianti le ha sentite con le proprie orecchie?
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